Media

di Elisabetta Cipriani

La scuola buona descritta da un prof. in un romanzo

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“Ci si sente originali nell’essere cantori del buio, ci si illude di essere scomodi, di scandalizzare, ma molto più prosaicamente si è solo scontati e banali quando non si è Dostoevskij o pochi altri”. Questo che potrebbe essere l’epitaffio di tanta narrativa contemporanea o l’incipit di una sana stroncatura, è invece un passo del bel romanzo di Roberto Contu, “La tigna”. Un romanzo atipico, proprio perché non fa suo il bieco fine di dar forma a una trasgressione posticcia, mentre intende scandagliare, oltre il fallimento e la perdita, “la possibilità del bene” che sorprendentemente “persiste rabbiosa, tignosa della tigna più pura”. Eppure è un romanzo ambientato per buona parte in una scuola, suscettibile perciò stesso di scadere nei cliché più sciropposi, nella melassa didascalica di cui sono pieni certi scaffali della letteratura giovanile e che in genere ne trasformano gli autori in influencer strafighi o furbescamente sentimentali. Ma il libro di Contu evita di netto questo rischio. Ruvido, tignoso oltre ogni dire è il professor Renato Contro, probabile alter ego di Contu stesso e personificazione di una maieutica antagonistica, le cui lezioni sono letteralmente un travaglio per sé e per gli allievi: un docente insubordinato a ogni deriva burocratica dell’insegnamento, la cui empatia certo non sa essere carezzevole, ma non per questo è meno autentica. Contro legge Pasolini in classe, il Pasolini antiabortista. Le sue parole arrivano come frecce infuocate al petto di Benedetta, la ragazza che ha appena scoperto di essere incinta e divampano in un incendio di risentimento e angoscia; epperò l’incendio apre anche una breccia nel muro di autosufficienza e vuoto ribellismo in cui si era trincerata. Il professore ha un conto aperto con Dio, il suo studente Luca invece Dio non l’ha mai incontrato. “Dio”, la parola oscena e impronunciabile, l’ultimo tabù dei romanzieri à la page: anche questo Contu infrange, con genuina sfrontatezza. Se da questa storia si traesse un film forse sarebbe un film mediocre, perché pur concretandosi in una trama ben costruita, in personaggi e dialoghi credibili, questa è una storia in cui le parole hanno un peso enorme, sono centellinate e scavate e mai esornative. A toglierne qualcuna, pensando di sostituirla col fluire delle immagini, si avrebbe l’impressione di togliere la chiave di volta da un arco. Benché la scrittura di Contu sia piana, nell’essenza si distingue dallo pseudonaturalismo dominante e dalle sue morbosità, perché la sua aderenza al reale è onesta e non esclude nulla, tanto meno l’evenienza del positivo. La scuola di Contu poi è quella che ogni vero insegnante prova a incarnare: quella in cui un’ora di lezione può davvero cambiare la vita, catapultare in un altrove, accendere passioni, spargere perfino sale sulle ferite e sanarle bruciandole, in ogni caso squadernare l’inatteso e il meraviglioso. È la scuola in cui ciò che vale più di tutto è la relazione docente-discente, in cui il contenuto acquista senso per la parola e la presenza di un maestro. Una scuola che apre alla vita senza pretendere di fagocitarla, di spiegarne il funzionamento in prontuari e ricette. La scuola di Contu insomma pare affine alla sua letteratura: senza fronzoli né finzioni, è un inno alla vita che non demorde, una speranza nell’insperato, altrimenti impensabile e inattingibile. Dio solo sa se ragazzi e insegnanti ne abbiano bisogno, dopo quasi due anni di confinamento telematico e alienazione. Ben venga questa letteratura dunque, ben venga questa scuola.

Roberto Contu, La tigna, Castelvecchi 2021

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07/09/2021
2209/2021
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