Politica

di Marcello Protto

La riforma fiscale

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La riforma fiscale, per cui si attende a fine settembre la legge delega al Governo, che già doveva essere approvata entro luglio, non conterrà alcuna modifica sostanziale del regime tributario della tassazione sui redditi (I.R.P.E.F.) in un modo più favorevole alla famiglia, nel senso più volte indicato dalla Corte costituzionale e da decenni perseguito dalle associazioni familiari. Non sarà neanche una riforma epocale secondo gli orientamenti forniti dalla VI Commissione Finanze della Camera e dalla VI Commissione Finanze e Tesoro del Senato nel documento conclusivo, e pubblicato il 30 giugno 2021 sulla Gazzetta Ufficiale, dopo quattro mesi di lavori congiunti e 60 audizioni. Il costo è troppo elevato: 40 miliardi di euro. Forse si potrà abolire l’I.R.A.P. - imposta sulle attività produttive – che da sola frutta circa 20 miliardi, di cui si discute da anni, e che registra un sostanziale accordo tra i partiti. Non sarà possibile probabilmente, abbassare la tassazione sui redditi di 15 miliardi, né abbassare di un punto l’I.V.A., che costerebbe quattro miliardi. L’intendimento dei partiti che hanno votato la relazione finale, tutti tranne L.E.U., si basava sulla speranza di fare una riforma in deficit o con il soccorso dei fondi europei, ma una riforma comunque di questa portata, strutturale, non ha certamente l’avallo di Mario Draghi e del ministro dell’economia Daniele Franco. Ne consegue che, pur essendo le forze politiche impegnate a reperire i soldi con in parte una ridefinizione o eliminazione del reddito di cittadinanza (6-7 miliardi), un rincaro con addizionali regionali dell’I.R.E.S, l’imposta sui redditi delle società, un riassorbimento del “bonus Renzi” (9-10 miliardi), è molto probabile che la riforma sarà sia prevalentemente di facciata su poche cose secondarie, come la semplificazione di racchiudere tutta la legislazione tributaria in un Codice tributario unico e abolire i tributi minori come la tassa di laurea e altre con un gettito di 0,06 per lo Stato, sia al massimo di compromesso ma per importi molto al di sotto dei 40 miliardi prospettati dalla “Bicamerale”. Dalla sua Draghi ha il fatto che i partiti sanno bene che è un Commissario “ad acta” dell’Unione Europea, che non ha velleità politiche – sembra che abbia nel cassetto e già rammostrato una lettera di dimissioni a qualche segretario di partito - a differenza di Monti, il quale fondò poi una lista sua alle successive elezioni, né come Conte, che sembra preferire l’impegno politico a quello professionale come avvocato o accademico come professore; ma soprattutto ha dalla sua il fatto che i partiti sanno che cesseranno gli stimoli monetari della B.C.E. e fiscali dell’U.E., proprio in occasione della rielezione del nuovo Parlamento nel 2023, per cui sarà difficilissimo governare dopo, e che da molto è cessata la sovranità monetaria e in parte anche politica degli Stati nazionali nei confronti della Commissione europea. La stessa composizione del governo di solidarietà nazionale, non solido, non coeso, ostile alla vita, alla famiglia, con il ministro per la transizione ecologica Cingolani, che per le sue sconcertanti dichiarazioni sulla parassitarietà della specie umana e sull’eccesso di popolazione mondiale di 4-5 miliardi sulle possibilità di sostenibilità del pianeta (2-3 miliardi), può essere definito “humani generis inimicus”, rende impossibile una riforma epocale di tutto il sistema tributario, perché le concezioni dell’individuo, della società (corpi intermedi), dell’economia che contraddistinguono le forze politiche attuali, rendono inconciliabili gli esiti riformistici, che poi saranno spacciati come importanti solo in termini propagandistici.

Esistono poi due altri importanti aspetti da considerare. L’eccessiva influenza che i consulenti politici (“spin doctor”) hanno nelle scelte comportamentali e propagandistiche dei segretari di partito, più impegnati a “sedurre in modo tentacolare coi social gli elettori-consumatori” ( GILLES LIPOVETSKY,2019), che a elaborare soluzioni fattibili, aprendo quindi la strada a commissari “ad acta” di poteri impersonali ma globalisti di natura finanziaria, senza che i politici pensino a denunciare alla opinione pubblica, controllare e contrastare questi poteri. Si pensi all’on. Meloni, che dopo aver annunciato la sua adesione alla proposta del reddito di maternità, precedentemente oggetto di raccolta di firme per una proposta di legge al Parlamento de Il Popolo della Famiglia, non ha poi fatto seguire alcun atto parlamentare.

Per una vera riforma del sistema tributario occorre una visione complessiva, una maggioranza solida e una prospettiva temporale ampia e da inizio legislatura, non da semestre bianco e da fine legislatura, percossa da una emergenza sanitaria ed economica di questa gravità.

Inoltre, nonostante i richiami che esporrò in seguito della Corte costituzionale ad una tassazione, che favorisca la famiglia, i vari presidenti della Repubblica hanno omesso di esercitare per decenni le proprie prerogative costituzionali: né hanno inviato messaggi formali alle Camere (art. 87 Cost.) né informali, né le hanno convocate per discutere proposte di legge a favore di una tassazione sui redditi formato famiglia inveceché di stampo individuale (art. 62 Cost., interpretato estensivamente). Il “documento conclusivo” della Commissione Finanze “Bicamerale” (Camera e Senato), riunite congiuntamente per effettuare un’ “Indagine conoscitiva sulla riforma dell’imposta sul reddito delle persone fisiche e altri aspetti del sistema tributario”, riconosce a tale progetto, politicamente arduo, solo due obiettivi fondamentali: “crescita dell’economia e semplificazione del sistema tributario”. Non si è preso atto ad esempio che la tassazione di alcuni redditi specifici – la tassazione dei redditi è nel nostro sistema tributario una tassazione per categorie di reddito (reddito di impresa, lavoro dipendente o pensioni, lavoro autonomo, redditi di capitale e diversi, redditi fondiari etc.) , che spesso si cumulano dando luogo al reddito complessivo – non risponde a criteri di equità, per ragioni che poi analizzerò. Non solo, anche analizzando il concetto di “crescita” e precisamente l’obiettivo di “stimolare l’incremento del tasso di crescita potenziale dell’economia italiana” non posso fare a meno di segnalare come il concetto di crescita potenziale si appiattisce su quello di P.I.L. (Prodotto interno lordo), a fronte di una riflessione della scienza economica che ha adottato da decenni altre misure di crescita e del fatto che spesso a una crescita in termini di reddito pro capite o meglio di consumo pro capite non corrisponde un’incremento di felicità. A scanso di equivoci, soprattutto dei cattivi interpreti del concetto di “decrescita felice” dell’economista e filosofo Serge Latouche, i quali confondono la crescita non sostenibile con lo sviluppo, preciso che per quanto riguarda la quota di “felicità” derivante dai beni materiali sono per una crescita “felice” ma responsabile per l’ambiente e la giustizia sociale; però sono anche ben consapevole che si può spesso essere “sazi e disperati” spiritualmente (cardinale Giacomo Biffi a proposito delle culle vuote di Bologna e del tasso di suicidi doppio rispetto alla media nazionale). La Commissione congiunta fa riferimento al vuoto di P.I.L., cioè a quella quota mancante ma possibile di produzione aggregata di un paese rispetto a quella effettivamente realizzata, derivante dal fatto che non tutti i fattori produttivi sono impiegati nel processo produttivo: se esistono disoccupati o capitali non investiti la produzione effettiva sarà inferiore a quella potenziale. Questo perché le variazioni del P.I.L. reale, cioè al netto dei movimenti dei prezzi dei beni e servizi prodotti, sono date dall’aumento o diminuzione della forza lavoro, dello stock dei beni capitali, dell’efficienza con cui i fattori produttivi sono impiegati, tra cui, molto importante è la produttività del lavoro, misurato come prodotto per addetto o, meglio, prodotto per ora lavorata. Più precisamente, nel breve periodo (uno o due anni) le variazioni della produzione dipendono essenzialmente dalla domanda aggregata del sistema economico, in quanto eccessi o carenze di domanda determinano le decisioni delle imprese su quanto produrre ed essa a sua volta può dipendere dalla fiducia dei consumatori e da altri fattori (modello keynesiano); nel medio periodo, cioè nell’arco di un decennio l’economia quantifica la dimensione della produzione in base ai fattori della offerta aggregata (i produttori), rappresentati dalla quantità di addetti, dallo stock di beni capitali (o produttivi), dal livello della tecnologia (fattori studiati anche nel modello del Premio Nobel Robert Solow per il lungo periodo), dalla politica monetaria e fiscale; nel lungo periodo dal tasso di risparmio, che permette di comprare nuovi mezzi di produzione, dalla capacità di innovare tecnologicamente, dalla qualità del sistema educativo e professionale, ma anche da altri fattori come la qualità del governo e delle istituzioni, il sistema delle relazioni private tra i cittadini (cd. “capitale sociale”), ed anche del fisco e del sistema giudiziario (modelli macroeconomici di crescita endogena). Eppure, a cominciare da un famoso discorso di Robert Kennedy agli studenti universitari del Kansas il 18 marzo del 1968, è stata messa in rilievo l’incapacità del P.I.L. di misurare il benessere delle nazioni ricche e sono state studiate altre misure della crescita. Val la pena di riportare per intero, per la sua capacità di stimolazione sugli studi economici, questo memorabile discorso di Robert Kennedy: “ Non troveremo mai un fine per la nazione né una nostra personale soddisfazione nel mero perseguimento del benessere economico, nell’ammassare senza fine beni terreni. Non possiamo misurare lo spirito nazionale sulla base dell’indice Dow Jones, né i successi del paese sulla base del Prodotto Interno Lordo. Il P.I.L. comprende anche l’inquinamento dell’aria e la pubblicità delle sigarette, e le ambulanze per sgombrare le nostre autostrade dalle carneficine dei fine settimana. Il PIL mette nel conto le serrature speciali per le nostre porte di casa, e le prigioni per coloro che cercano di forzarle. Comprende programmi televisivi che valorizzano la violenza per vendere prodotti violenti ai nostri bambini. Cresce con la produzione di napalm, missili e testate nucleari, comprende anche la ricerca per migliorare la disseminazione della peste bubbonica, si accresce con gli equipaggiamenti che la polizia usa per sedare le rivolte, e non fa che aumentare quando sulle loro ceneri si ricostruiscono i bassifondi popolari. Il P.I.L. non tiene conto della salute delle nostre famiglie, della qualità della loro educazione o della gioia dei loro momenti di svago. Non comprende la bellezza della nostra poesia o la solidità dei valori familiari, l’intelligenza del nostro dibattere o l’onestà dei nostri pubblici dipendenti. Non tiene conto né della giustizia nei nostri tribunali, né dell’equità nei rapporti fra di noi. Il P.I.L. non misura né la nostra arguzia né il nostro coraggio, né la nostra saggezza né la nostra conoscenza, né la nostra compassione né la devozione al nostro paese. Misura tutto, in breve, eccetto ciò che rende la vita veramente degna di essere vissuta. Può dirci tutto sull’America, ma non se possiamo essere orgogliosi di essere americani”. Robert Kennedy precisò magistralmente quanto aveva abbozzato Franklin Delano Roosvelt nel 1933, cioè in piena Grande Depressione, dicendo: “ il nostro popolo riconosce che il benessere umano non si raggiunge unicamente attraverso il materialismo e il lusso, ma cresce grazie all’integrità, all’altruismo al senso di responsabilità e della giustizia”. E’ questa un’affermazione che mi sembra renda bene il contrasto con la decisione nel 2014 dell’Unione Europea di includere nel calcolo del P.I.L., allo scopo di misurare meglio la stabilità finanziaria degli Stati con il rapporto Debito/P.I.L, anche una stima delle attività illegali, come ad es. prostituzione, vendita di stupefacenti etc. e che ha provocato da noi lo sconcerto delle associazioni dei consumatori e dell’Ass. Nazionale magistrati. Vediamo adesso perché gli incrementi di P.I.L. e del reddito pro capite, che si ottiene suddividendo il P.I.L. per la popolazione, non misurano la felicità. Il famoso paradosso di Easterlin aveva evidenziato che nel secondo dopoguerra negli Stati Uniti la quota di chi si dichiarava felice era aumentata fino agli anni ‘50 e poi aveva cominciato a declinare leggermente, nonostante continui incrementi di reddito personale. Negli Stati Uniti un’indagine sulla distribuzione della felicità in relazione all’incremento del reddito pro capite cioè del tenore di vita, mostrava che a fronte di un incremento del 60 % del reddito pro capite tra il 1975 e il 1996, le percentuali di chi si dichiarava “molto felice” o “felice” erano più o meno costanti. Ma se si analizzano i gruppi di persone in base al reddito, la proporzione di chi si dichiarava felice o molto felice era più alta tra i ricchi che tra i poveri. Questo ha indotto a pensare che il concetto di felicità sia determinato prevalentemente da un confronto del mio reddito con quello microeconomico dei miei vicini o colleghi o amici o degli Stati vicini a livello macroeconomico, cioè da quello che in economia si definisce reddito relativo, ed è qui evidente il legame con l’effetto redistributivo della tassazione e della politica fiscale (i trasferimenti), perché alla fine quello che conta per il consumo pro capite è il concetto di reddito disponibile, cioè quello guadagnato al netto della tassazione ed aumentato dei trasferimenti e sussidi statali. Se io vedo le disuguaglianze aumentare o che l’ascensore sociale è bloccato per me o per i miei figli, a parità di reddito assoluto, la mia felicità ne è scossa. Interessante per i politici è l’affermazione del direttore della Gallup, società statunitense di indagini di mercato, ad un convegno O.C.S.E. a Città del Messico, secondo il quale se i capi di Tunisia ed Egitto avessero guardato i dati sulla felicità e non solo quelli della crescita del P.I.L. pro capite, probabilmente non sarebbero stati cacciati dalle Primavere Arabe, se avessero adottato interventi correttivi adeguati. Per tornare invece all’epoca di Robert Kennedy, qualche tempo dopo il famoso discorso del 1968, venne elaborato un indicatore il “Genuine Progress Indicator” che scorporava dal P.I.L. il valore monetario dei costi sociali come criminalità e disoccupazione ed i costi ambientali dell’inquinamento ed aggiungeva il valore del lavoro delle casalinghe e dei volontari, che non rientrano nel P.I.L. perché non sono transazioni di mercato: orbene i movimenti di questo indicatore erano in linea con quelli del P.I.L pro capite ed il paradosso di Easterlin non c’era più. Nel tempo sono stati elaborati altri indicatori di benessere: il B.E.S. (Benessere equo e sostenibile), sviluppato in Italia dall’ ISTAT e dal C.N.E.L., il quale da cinque anni è entrato nel Documento di Economia e Finanza, l’OCSE propone il Better Life Index, le Nazioni Unite parlano di Human Development Index e infine esiste anche lo S.P.I., il Social Progress Index, tutti indici quasi completamente ignorati nell’insegnamento delle Università statali e che invece da quest’anno si studieranno in 11 scuole superiori dei Salesiani italiani, insieme all’economia civile.(https://www.avvenire.it/economia/pagine/leconomia-civile-sui-banchi).


FAMIGLIA E COSTITUZIONE La Costituzione italiana è una costituzione personalista, cioè che pone al centro non l’individuo, titolare di diritti formali, poi magari assenti sul piano pratico a causa delle disuguaglianze sociali ed economiche come nelle costituzioni liberali, non solo il cittadino, perché questo sarebbe un po’ riduttivo come si evince dai lavori nell’Assemblea Costituente, ma la persona. L’articolo 2 recita: “La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo”..., non solo “come singolo” ma anche “nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità”. Si giunse a una scelta così chiara, perché nei padri costituenti era ancora viva la tragica esperienza dei totalitarismi del ‘900, in cui le molteplici declinazioni della libertà e della dignità dell’uomo erano state sacrificate a entità superindividuali, considerate come assolute: lo Stato, la nazione, la classe; inoltre l’influenza della dottrina sociale cristiana con le sue radici nella filosofia tomistica, unita alla più recente corrente filosofica del personalismo di E. Mounier e di J. Maritain - ben conosciuto da alcuni padri costituenti, come Giorgio La Pira e in generale dagli estensori del Codice di Camaldoli, elaborato nel luglio del 1943 - non poteva non provenire anche dalla riflessione sull’amara esperienza della crisi del capitalismo del 1929. La Costituzione del 1948 poneva quindi il primato della persona e dei corpi intermedi, le formazioni sociali appunto, sullo Stato ed esigeva il dovere per ben circoscritti pubblici poteri di favorirla e di proteggerla, anche contro le aggressioni provenienti da soggetti privati e perfino all’interno degli stessi corpi intermedi. Aldo Moro contribuì magistralmente alla formulazione dell’ articolo 2 nell’Assemblea Costituente con questa affermazione: “La libertà dell’uomo è pienamente garantita, se l’uomo è libero di formare degli aggregati sociali e di svilupparsi in essi. Lo Stato veramente democratico riconosce e garantisce non soltanto i diritti dell’uomo isolato, che sarebbe in realtà una astrazione, ma i diritti dell’uomo associato secondo una libera vocazione sociale”. Ora il pieno sviluppo della persona umana e la soddisfazione dei bisogni avviene soprattutto all’interno di formazioni sociali, che la Costituzione, con apposite norme si premura di tutelare: le minoranze linguistiche (art. 6) le confessioni religiose (articoli 8,19, 20), le associazioni (art.18), la famiglia (articoli 29, 30, 31), la scuola (articoli 33 e 34), i sindacati (art. 39) , le comunità di lavoratori e utenti (art. 43), le cooperative (art. 45), i partiti (art. 49) ed infine art. 118 u.c. (valorizzazione dell’iniziativa delle associazioni private per lo svolgimento di attività e compiti di interesse generale). Anche qui il pluralismo sociale riconosciuto costituzionalmente spazza via la diffidenza verso i corpi intermedi che la Rivoluzione francese aveva introdotto in Europa – si pensi alla legge Le Chapelier del 1791, che proibiva le corporazioni degli operai e le prime forme di contratti collettivi e di parasindacati -, o della Sinistra liberale che con la legge Crispi del 1890 aveva imposto la trasformazione coatta delle Opere Pie da enti di diritto privato a Istituzioni Pubbliche di Assistenza e Beneficenza (I.P.A.B.), e infine del regime fascista, accentratore e corporativo per legge. Il ruolo che lo Stato italiano ha nel disegno costituzionale è però solo di raccordo del sociale e di intervento diretto, nel caso in cui le persone e le aggregazioni sociali non riescano a provvedere ai propri bisogni e a quelli della collettività. C’è inoltre un forte riconoscimento del principio di sussidiarietà, parola che non fu usata dai padri costituenti, ma che informa grandemente la Costituzione, e che ha trovato riconoscimento espresso con la riforma costituzionale attraverso la L. cost. 18/10/2001, n. 3, che ha sostituito il già richiamato sopra art. 118. Se tuttavia influenze storiche passate e un utilizzo a volte clientelare della spesa pubblica, possono aver ritardato il riconoscimento di tale aspetto di fondo, ora il declino dello Stato sociale per motivi di crisi della finanza pubblica, della diffusione di teorie economiche neoliberiste (es. Alberto Alesina e Francesco Giavazzi, 2007) e della pressione dei movimenti globali di capitale all’affannosa ricerca di profitti nei settori dei servizi pubblici, “rendono oggi evidente come l’ordinamento italiano neppure potrebbe prescindere dalla centralità delle “Welfare Communities” ( FRANCESCO FARRI, pag. 19, “Un fisco sostenibile per la famiglia in Italia”, Wolters Kluwer Italia S.r.l., Milano, 2018). Ne consegue che quando si stabilisce come ripartire le spese pubbliche attraverso il reperimento delle entrate in funzione della capacità contributiva, bisognerebbe porre mente alla “contabilità sociale” data dal soddisfacimento dei bisogni sociali e personali che proviene dai corpi intermedi della società, cioè in pratica ai concorsi “in natura” e non tramite i prelievi tributari. Pensiamo ai risparmi non solo monetari, ma anche di efficienza e tempestività, di cui lo Stato usufruisce, quando la famiglia, che è la prima formazione sociale e la più protetta dalla Costituzione, supplisce alla spesa pubblica nella cura dell’infanzia o delle persone fragili come malati cronici, di mente o inabili al lavoro, o disoccupati o ancora nell’istruzione attraverso la scuola paritaria. Antonini L. (in “Sussidiarietà fiscale”, Milano, 2005) riferendosi al possesso di reddito rappresentato dal nucleo familiare, scrive in un ottica di fiscalità compensativa di “un diritto al non intervento fiscale dello Stato per permettere di assolvere - laddove è possibile – innanzitutto autonomamente (ovvero con risorse proprie) i compiti di rilievo sociale”. E ancora: “ Lo Stato con un elevata imposizione fiscale priva il cittadino dei mezzi necessari per le sue spese inevitabili (dal mantenimento all’educazione) e poi gli concede sussidi (ad esempio gli assegni familiari) . Viene così lesa la dignità personale , intorno alla quale, eppure, ruota tutta la nostra Costituzione. Si costringe infatti un cittadino che avrebbe le risorse per provvedere autonomamente alle proprie esigenze a dover compilare moduli, a sottostare a controlli, a subire “vessazioni” burocratiche. In questo modo è anche menomata , soprattutto per le classi meno abbienti, la libertà di scelta tra servizi pubblici e servizi privati, perché le risorse “restituite” spesso non possono più essere utilizzate o destinate senza vincoli imposti “dall’alto” ”(ANTONINI L.,“Crisi fiscale dello Stato-Nazione e ridefinizione del modello di Welfare: la via della sussidiarietà nel rapporto impositivo”, in G. Vittadini (a cura di ) “Liberi di scegliere. Dal Welfare State alla Welfare society, Milano, 2002). La Costituzione configura la famiglia e anzi “la riconosce come una società naturale fondata sul matrimonio” (art. 29) che sia luogo unitario di soddisfazione di esigenze personali, a volte previste come doveri, che vanno dalla solidarietà, all’affetto, al mantenimento, all’educazione, ed anche il Codice civile negli articoli che vanno dal 143 al 148 (Dei diritti e dei doveri che nascono dal matrimonio) rafforza l’idea di famiglia come entità superindividuale in grado di disporre di beni, consumare, risparmiare e investire, che sono atti su cui si esercita la potestà impositiva dello Stato. L’art. 143 c. 2 del C.C. infatti recita che sussiste un obbligo reciproco “... all’assistenza morale e materiale, alla collaborazione nell’interesse della famiglia…; il comma 3 che “Entrambi i coniugi sono tenuti, ciascuno in relazione alle proprie sostanze e alla propria capacità di lavoro professionale o casalingo, a contribuire ai bisogni della famiglia”, oltre che “a “mantenere, istruire, educare la prole” (art. 147 e 147); l’art. 144 prescrive che “I coniugi concordano tra loro l’indirizzo della vita familiare e fissano la residenza della famiglia (si pensi alla tassazione sulla casa) secondo le esigenze di entrambi e quelle preminenti della famiglia stessa”. Si tratta di doveri e diritti che vanno esercitati non solo avendo come riferimento i bisogni minimi essenziali, il “minimo vitale” (reddito, abitazione, patrimonio, consumo se le aliquote sui generi alimentari di prima necessità fossero uguali a zero, come non sono attualmente), che non dovrebbe essere tassato, ma anche riguardanti una soddisfazione effettiva o potenziale ben maggiore. Quindi non sono le singole persone, a venire in rilievo, ma la famiglia nel suo complesso. Il fatto che la famiglia non sia stata dotata dal nostro ordinamento di personalità giuridica, come altre formazioni sociali, i sindacati, i partiti, le società commerciali, cioè non sia stata entificata, ovv. intesa come un ente giuridico quindi sottoponibile alla tipica imposta delle persone giuridiche (IRES), non deve far dimenticare che un tributo - sul reddito IRPEF, sul trasferimento di beni - imposta sulle donazioni o le successioni -, sul consumo - IVA o accise - , non possa prescindere dalla situazione di fatto della famiglia, sul piano sociologico e giuridico di tutto il nostro ordinamento, come ricordato sopra a riguardo degli articoli del Codice civile. Qualche studioso ha argomentato che, poiché i proventi dell’attività lavorativa esercitata separatamente dai coniugi, sono esclusi dalla comunione legale - cioè imputati direttamente a ciascun coniuge, indipendentemente dal regime legale, di comunione o separazione, scelto dai coniugi - per il fatto quindi che un coniuge non possa disporre dei mezzi finanziari dell’altro, non si può parlare di tassabilità in capo alla famiglia per le imposte sui redditi. Questo però vorrebbe dire andare contro prima di tutto la situazione di fatto e la natura della solidarietà familiare, riconosciuta dalla Costituzione e prescritta dai citati articoli del codice civile. E’ proprio il “favor familiae”, il “favor legis” costituzionale, di cui gode la famiglia fondata sul matrimonio, che dovrebbe rendere finalmente operative quelle norme fiscali, già da decenni previste in altri paesi, come il quoziente familiare in Francia o la suddivisione del reddito fra i coniugi (“splitting”, divisione) in Germania, Irlanda e U.S.A. La Costituzione italiana infatti attribuisce alla famiglia la primazia fra le formazioni sociali e ne agevola la formazione.

TASSAZIONE SU BASE INDIVIDUALE O FAMILIARE Il quoziente familiare, applicato in Francia alla tassazione sui redditi, consiste sostanzialmente nel sommare tutti i redditi personali dei coniugi (cd. cumulo dei redditi), sottrarre dal reddito familiare lordo una deduzione forfettaria del 10 % e dividere ciò che residua, il reddito familiare netto, per quozienti, pensati in base al numero dei figli e alla condizione dello stato civile (celibe, sposato, divorziato, stato vedovile) dei genitori.

Ad ogni persona è attribuita un quoziente determinato:

  • celibe, divorziato o separato, vedovo senza figli a carico: 1;
  • celibe, divorziato o separato, vedovo senza figli a carico, con invalidità: 1,5;
  • coppia sposata senza infanti a carico: 2;
  • celibe o divorziato con un infante a carico: 1,5;
  • coppia sposata o vedovo con un infante a carico: 2,5;
  • celibe o divorziato con due infanti a carico: 2;
  • coppia sposata o vedovo con due infanti a carico: 3;
  • celibe o divorziato con tre infanti a carico: 3;
  • coppia sposata o vedovo con tre infanti a carico: 4;
  • celibe o divorziato con quattro infanti a carico: 4;
  • coppia sposata o vedovo con quattro infanti a carico: 4;
  • celibe o divorziato con cinque infanti a carico: 5;
  • coppia sposata o vedovo con cinque infanti a carico: 6;
  • celibe o divorziato con sei infanti a carico: 6.

Per fare un esempio, supponiamo che una famiglia composta da padre e madre con tre figli abbia un reddito cumulato dei coniugi di 50.000 €. Il suo reddito lordo di 50.000 deve prima essere diminuito del 10 % per la deduzione forfettaria, cioè di 5.000, e successivamente diviso per il quoziente 3, per cui il reddito netto da sottoporre a tassazione sarà 15.000 (45.000/3). Si tratta di un sistema di tassazione, che facendo pagare meno tasse alle famiglie numerose stimola fortemente la natalità, contrastando il decremento demografico comune a tutta l’Europa (compresa la Francia) e dovuto a cause essenzialmente culturali e sociali ed a cause legali come la legge sull’aborto (che in Italia ha impedito di nascere a 6.000.000 di bambini) o quella sul divorzio. Il sistema della tassazione dei redditi in base al quoziente familiare era stato oggetto di una petizione popolare al Parlamento italiano consegnata il 12 aprile 1995 con 1.500.000 firme; fu materia di varie proposte di legge, tra cui il D.D.L. n. 702 del 2008 della senatrice Baio e n. 396 del 2013 di Renata Polverini, più volte ripresentato, ma i ministri delle Finanze dei vari governi non sostennero mai una riforma in tal senso, sebbene spesso i primi ministri, come Berlusconi o Renzi, abbiano apprezzato i vantaggi di una tassazione su base familiare. Invece l’ “Indagine conoscitiva sulla riforma dell’imposta sul reddito delle persone fisiche e altri aspetti del sistema tributario”, delle Commissioni Finanze delle Camere, va proprio nella direzione opposta, cioè nel mantenere una tassazione sui redditi su base individuale e non familiare, pur riconoscendo che la tassazione su base familiare è più equa. Infatti si parte da questa premessa : “Il nostro sistema, fin dal 1976 [anno di entrata in vigore della riforma fiscale], è basato sul reddito individuale. I correttivi finalizzati a considerare in modo più compiuto il nucleo familiare (come lo “splitting” (dimezzamento) – utilizzato in Germania, Irlanda e USA – o il quoziente familiare, utilizzato in Francia) hanno il vantaggio di ridurre o eliminare la discriminazione nei confronti dei nuclei familiari in cui la ripartizione del reddito sia molto sperequata (fino, al limite, ai nuclei monoreddito), che in un sistema progressivo pagano di più rispetto a una famiglia in cui lo stesso reddito aggregato sia ripartito più equamente tra i coniugi. Secondo la Commissione congiunta: “Tuttavia, tali sistemi comportano il rischio di disincentivare l’offerta di lavoro del secondo percettore di reddito, che solitamente nel nostro Paese è di sesso femminile”. Il lettore tenga presente che in economia, a differenza del linguaggio comune, l’offerta di lavoro è data dall’insieme di coloro che cercano un lavoro, mentre la domanda è quella espressa dai datori di lavoro. E siccome la scelta tra tassazione su base individuale o familiare va operata in vista di un “obiettivo di fondo” la Commissione considera meno “grave il trattamento differenziato tra nuclei monoreddito e nuclei bi-reddito” rispetto al problema della scarsa convenienza all’offerta di lavoro femminile”, perché troppo tassata o favorita da sistemi di tassazione su base familiare.In pratica c’è una chiusura alle ipotesi di quoziente familiare o “splitting” o altri congegni di questo tipo. Secondo la Commissione, dato che obiettivo della riforma fiscale deve essere “la crescita del P.I.L.” (oltre che “ rendere il sistema fiscale più semplice e certo”), partendo dal presupposto che se si incrementa la percentuale di donne che lavorano il P.I.L. aumenta, ecco che l’obiettivo dell’equità fiscale viene posposto all’aumento dell’occupazione femminile. Infatti: “ La maggior parte delle analisi economiche concorda che questo “gap” sia – insieme alla scarsa crescita della produttività totale dei fattori – uno dei principali responsabili del “gap” di crescita strutturale che l’economia italiana ha mostrato negli ultimi vent’anni rispetto alla media europea.” In Italia in effetti l’occupazione media femminile è stata inferiore di 12,2 punti percentuali a quella media dell’area euro (50,6% contro 62,8% , Fonte: Eurostat, l’Istituto europeo di Statistica), mentre il tasso di crescita medio annuale del P.I.L. italiano (0,46 %) è stato inferiore esattamente di un punto percentuale rispetto a quello dell’area euro (1,46 % Fonte: World Bank National Accounts Data, la Banca Mondiale). Adesso il lettore, dimenticando un po’ queste percentuali, pensi per un attimo – come ho fatto io riflettendo la prima volta - ai motivi per cui le donne casalinghe non benestanti che conosce, non lavorino esternamente alla famiglia. Non è che una delle ragioni principali per cui le donne, che vorrebbero occuparsi, ma non lavorano, sia la semplice difficoltà a trovare un impiego per le condizioni di mercato? O che sia anche l’alto tasso di disoccupazione generale nel Paese, che oscilla da molto tempo tra il 9 e il 10 %, a fronte del pieno impiego che si raggiunse in Italia due volte negli anni ‘60? Non lo scrivo solo io ma un illustre studioso di diritto tributario e diritto dell’economia il quale afferma che : “Il regime fiscale dei coniugi [attuale, su base individuale] risulta strumento strutturalmente inidoneo a incidere sulla promozione del lavoro femminile, in quanto nel contesto attuale della realtà italiana il problema dell’occupazione femminile extradomestica dipende essenzialmente da carenze della domanda di lavoro da parte dei datori di lavoro piuttosto che da carenze dell’offerta” (FRANCESCO FARRI, pag. 80 in nota 105, “Un fisco sostenibile per la famiglia in Italia”, Wolters Kluwer Italia S.r.l. , Milano, 2018). Farri cita anche DECLICH C. - POLIN V., , che scrivono: “Le indicazioni offerte dalla teoria della tassazione ottimale trascurano alcuni aspetti rilevanti per l’analisi. L’affermazione secondo cui il sistema tributario non debba scoraggiare l’offerta di lavoro [le donne che si offrono a lavorare] si basa sull’ipotesi che l’alternativa tra lavorare e non lavorare nel mercato del lavoro sia effettiva, mentre in alcuni casi tale scelta è determinata dalle condizioni del mercato del lavoro, più che dalle decisioni individuali” (“Individuo e famiglia: quale fisco?” in Rivista di diritto finanziario e scienza delle finanze, 2007, pag. 149 e ss. , paragrafo 3.5). Quindi secondo Farri “la misura più appropriata per promuovere l’obiettivo dovrebbe essere anzitutto quello di incentivare i datori di lavoro ad assumere donne e madri di famiglia o di incentivare fiscalmente il lavoro autonomo femminile, e non già quella - di per sé strutturalmente sterile - di penalizzare le famiglie in cui le donne guadagnino meno dei mariti o viceversa”. Inoltre la negazione dello “splitting” o del quoziente familiare si rivela misura strutturalmente inidonea a favorire l’obiettivo della “uguaglianza morale e giuridica dei coniugi” che la Costituzione prescrive all’art. 29, 2° comma. Il fatto cioè che la donna lavori esternamente e guadagni quanto il marito, concetto prevalentemente economico, non può essere considerato come rientrante nella uguaglianza morale dei coniugi, attesa anche l’inevitabile divisione dei compiti familiari all’interno di una famiglia, che a volte o in certi periodi rende necessaria una maggiore presenza della donna in casa nella cura dei figli o la scelta di un lavoro a tempo parziale esterno alla comunità familiare. Anche nelle società industriali e post-industriali della nostra epoca si verifica ciò che era ben presente nella civiltà contadina, ove le donne partecipavano alla produzione di un reddito, espresso come beni prodotti e non in un equivalente monetario, dedicando parte del proprio tempo alla cura dell’orto, all’allevamento degli animali da cortile e alla vendemmia o raccolta dei frutti od ortaggi. Questo è dunque segno di una costante antropologica e sociologica, che nessuna “quota rosa” obbligatoria o stimolo fiscale o giuslavoristico al lavoro esofamiliare delle donne, potrà forse mai scalfire. Al riguardo si pensi a quanto è diffuso il lavoro a tempo parziale nella Pubblica Amministrazione, la sola che in Italia rispetti integralmente le leggi sul lavoro, e come spesso le donne che non riescono a ottenerlo siano “espulse” o si ritirino dal mercato del lavoro. Occorre poi considerare che le donne non sono, quanto a preparazione professionale, tutte uguali. Le donne senza specializzazione professionale, equivalenti all’operaio generico, piuttosto che lavorare con ritmi troppo impegnativi nell’industria o nei servizi, preferiscono impiegare le loro energie nel lavoro casalingo, nella cura degli anziani o dei bambini, ed è solo perché tali attività non rientrano nel P.I.L., come argomentato sopra, che sfuggono ai conti della contabilità nazionale. Non si creda che non se ne potrebbe tenere conto ! Infatti, così come il lavoro degli impiegati pubblici, poiché non c’è un prezzo di mercato delle pratiche da loro svolte, viene aggiunto al P.I.L. del settore privato come valore dei loro stipendi, con opportune elaborazioni statistiche si potrebbe contabilizzare il lavoro delle casalinghe. Ciò sarebbe molto più facile e preciso che la stima del lavoro nero o frutto di attività illegali. Altre donne, più istruite o che hanno scelto il lavoro esofamiliare o che vi sono state necessitate, si dedicano ad attività lavorative o totalmente esterne alla famiglia o all’interno dell’impresa familiare - che è fiscalmente una impresa individuale con l’ausilio di alcuni membri della famiglia - o all’interno di uno studio professionale.

L’IMPRESA FAMILIARE Tuttavia, su questo ultimo punto, si ponga mente al fatto che nelle imprese familiari, i contributi previdenziali relativi ai familiari non possono mai essere considerati oneri deducibili dal reddito dell’imprenditore capofamiglia, neanche se questi non esercita la rivalsa, cioè neanche se decide di non farseli rimborsare, salvo il caso che il familiare sia fiscalmente a carico. In pratica, a differenza di tutte le altre imprese, i contributi previdenziali dei familiari, non sono considerati dei costi.Il familiare si considera però a carico solo quando abbia un reddito complessivo, comprendente cioè, oltre al cd. reddito di partecipazione nell’impresa familiare tutti gli altri, non superiore a 2840,51 €, che dal 2019 è stato aumentato a 4000 € per i figli fino a 24 anni. Questo significa che per redditi di questa dimensione o il reddito dell’impresa familiare è veramente basso o la quota di partecipazione, cioè di lavoro, è quasi insignificante. Il familiare però può dedurre questi contributi previdenziali dal suo reddito complessivo, se il “capofamiglia” imprenditore (o imprenditrice) se li è fatti rimborsare. E’ ancora più chiaro il discorso se consideriamo il divieto di dedurre fiscalmente, cioè di considerare come costo e quindi di abbassare l’utile o incrementare l’eventuale perdita, i compensi erogati dal professionista o artista, l’avvocato, il commercialista, il notaio, il consulente del lavoro etc., o dall’imprenditore individuale quando versa dei compensi al coniuge o agli altri familiari che collaborano stabilmente nell’impresa o nello studio professionale. L’art. 54 c. 6 bis del Testo unico sui redditi per il professionista recita: “Non sono ammesse deduzioni per i compensi al coniuge, ai figli, affidati o affiliati, minori di età o permanentemente inabili al lavoro, nonché agli ascendenti dell’artista o professionista ovvero dei soci o associati per il lavoro prestato o l’opera svolta nei confronti dell’artista o professionista ovvero della società o associazione. I compensi non ammessi in deduzione non concorrono a formare il reddito complessivo dei percipienti.”. Similmente per l’impresa individuale: “Non sono ammesse in deduzione a titolo di compenso del lavoro prestato o dell’opera svolta dall’imprenditore, dal coniuge, dai figli, affidati o affiliati minori di eta’ o permanentemente inabili al lavoro e dagli ascendenti, nonché dai familiari partecipanti all’impresa di cui al comma 4 dell’articolo 5 (impresa familiare)”. Questo cosa significa? Da una parte se il professionista o l’imprenditore familiare non possono dedurre questi “costi del personale”, dovranno pagare sull’utile una tassa maggiore di quella che pagherebbero se li deducessero, perché l’utile è artificiosamente più alto. Consideriamo cosa succederebbe se invece l’imprenditore sottraesse dall’utile questi costi, che sarebbero dei redditi per i familiari che percepiscono questi compensi. L’imprenditore potrebbe fruire di una tassazione più mite non solo in senso assoluto, ma anche perché le aliquote sarebbero più basse, posizionandosi cioè su uno scaglione di reddito dove l’aliquota sia inferiore. D’altro canto, attualmente i familiari, ricevono dei “compensi…[che] non concorrono a formare il reddito complessivo dei percipienti”, sui quali cioè non pagano le tasse.Essi invece pagano le tasse sulla parte di utile, indipendentemente dall’effettiva percezione, che ogni anno viene imputata a loro in base alle quote stabilite nelle pattuizioni originarie in percentuale della loro partecipazione al lavoro nell’impresa, pattuizioni che possono essere modificate di anno in anno, in base alle mutevoli esigenze dell’apporto di lavoro dei familiari. Per fare un esempio, se si stabilisce che l’imprenditore o l’imprenditrice familiare dedica all’impresa la parte preponderante, per es. il 60 % del proprio tempo, e la moglie o il marito il 20%, mentre un figlio il 20 %, le quote di utile, fatto questo uguale a 100 €, sarà imputato per 60 € al capofamiglia, 20 € al coniuge e 20 € al figlio. E’ stato anche rilevato che in base all’art. 230 del Codice civile, che è dedicato alla disciplina legale e non fiscale dell’impresa familiare, la quota di utile dell’imprenditore non può essere mai inferiore al 51 % e quindi il restante 49 % viene diviso tra i familiari e ciò può a volte essere un limite contro altre possibili pattuizioni in base alla cd. autonomia privata delle parti. Se invece, come sarebbe auspicabile, i familiari pagassero le loro tasse sui compensi da lavoro, che nel sistema attuale sono in capo al professionista o al “capofamiglia”, potrebbero anch’essi fruire di una “leva” verso il basso della progressività, se appunto i contributi previdenziali venissero sottratti come costo dal risultato economico, utile o perdita prima delle imposte, nella contabilità della impresa familiare. Essi possono però dedurre i contributi previdenziali obbligatori dal cd. reddito di partecipazione, cioè dalla quota di utile, che ricevono dall’impresa familiare, solo se hanno sostenuto la spesa, cioè l’hanno versata all’imprenditore. Invero il principio di dedurre i costi in capo al soggetto che li sostiene è un principio di giustizia fiscale, oltreché di razionalità contabile ed economica. Si sostiene che potrebbero esserci delle deduzioni presenti solo nelle scritture contabili, solo a bilancio, e poi in dichiarazione, senza che i compensi venissero veramente erogati, abbassando l’utile solo fittiziamente per evadere le tasse, ma siccome da qualche anno l’Agenzia delle Entrate riceve telematicamente gli estratti conti di tutti i contribuenti e poiché tutti i movimenti di soldi devono essere tracciabili, non si vede perché non si approfitti dell’avanzamento della tecnologia e dell’ abolizione del segreto bancario!


Eppure nel documento conclusivo approvato dalla Commissione Finanze si legge che “la Commissione concorda che sia opportuno mantenere il reddito individuale come unità impositiva dell’imposta personale sui redditi” (Pag. 10 del file sul documento, pag. 75 della G.U. del 30/6/2021); questo perché : “ ...la risoluzione del Parlamento europeo sull’uguaglianza di genere e politiche fiscali del 15 gennaio 2019 ribadisce che la tassazione individuale sia da preferire a qualsiasi alternativa su base familiare, a causa della sua caratteristica di neutralità nei confronti dell’offerta di lavoro del secondo percettore di reddito. Nell’adottare tale risoluzione, quindi, il Parlamento europeo incentiva gli Stati membri [Francia, Germania] che non hanno questo sistema ad un passaggio graduale”. La Commissione Finanze si adatta supinamente a questa indicazione del Parlamento Europeo suggerendo al Governo che : “In aggiunta, nel rispetto dell’obiettivo di stimolo alla crescita, occorre considerare la modifica degli istituti che disincentivano l’offerta di lavoro con riferimento al margine estensivo del secondo percettore di reddito (la detrazione per il coniuge a carico) e l’introduzione di specifici incentivi in tal senso, al fine di sfruttare la maggiore elasticità dell’offerta di lavoro del secondo percettore di reddito all’interno del nucleo familiare. A tal proposito, si propone di considerare l’introduzione di una tassazione agevolata per un periodo predefinito in caso di ingresso al lavoro del secondo percettore di reddito, il cui ammontare sia congruamente superiore alla detrazione per familiare a carico”. Quindi il Parlamento europeo vorrebbe che gli Stati, che la prevedono, eliminassero la tassazione su base familiare, mentre la Commissione congiunta Finanze preferisce incentivare la crescita economica data da un maggior apporto di lavoro femminile, spostando l’agevolazione fiscale dalla detrazione per carico di famiglia data dalla presenza della moglie che non lavora, ad una tassazione di favore nel caso che la donna - il secondo percettore di reddito, più elastico, cioè che entra o esce più facilmente rispetto agli altri lavoratori nel mercato del lavoro - acceda al mercato del lavoro. Ciò però solo per un periodo di tempo definito, ma in misura maggiore rispetto alla detrazione di familiare a carico. Ancora una volta il Parlamento italiano non tiene conto delle sentenze della Corte Costituzionale volte a realizzare anche sul piano fiscale quel “favor familiae” prescritto dalla Costituzione. Già nel lontano 1976 con la nota sentenza n.179 del 15 luglio, la Corte dichiarava incostituzionale il fatto che il reddito da lavoro dei coniugi venisse sommato (cd. cumulo dei redditi) e perciò assoggettato ad aliquote progressive più alte, rispetto a coloro che pur facendo parte del nucleo familiare, perché conviventi non coniugati, calcolavano le tasse ciascuno in modo separato sul proprio reddito. La Corte osservò che “si é posto in essere nei confronti dei coniugi conviventi un trattamento fiscale più oneroso rispetto a quello previsto per conviventi non uniti in matrimonio (che vengono assoggettati separatamente all’imposta, pur beneficiando degli eventuali vantaggi connessi o conseguenti alla vita in comune)”. Inoltre i giudici delle leggi scrissero : “il trattamento differenziato o diverso non ha alcuna razionale giustificazione né appare finalizzato a garantire o tutelare l’unità familiare […] appare evidente anche il contrasto con l’art. 31 della Costituzione. La normativa in esame non “agevola con misure economiche ed altre provvidenze la formazione della famiglia e l’adempimento dei compiti relativi” ed anzi dà vita per i nuclei familiari legittimi e nei confronti delle unioni libere, delle famiglie di fatto e di altre convivenze familiari, ad un trattamento deteriore. […] Ricorre, infine, il mancato rispetto dell’art. 53 della Costituzione [sul concorso di tutti alle spese pubbliche in ragione della capacità contributiva in modo progressivo]” e “non é dimostrato né dimostrabile, anche per la grande varietà delle possibili ipotesi e delle situazioni concrete (caratterizzate, tra l’altro, dalla esistenza di figli), che in ogni caso per tale influenza si abbia un aumento della capacità contributiva dei due soggetti insieme considerati”. Successivamente la Corte Costituzionale, con l’altrettanto nota sentenza n. 76 del 23 marzo 1983, tornò sulla questione e rinnovò l’invito al legislatore ad “apprestare rimedio alle sperequazioni che da tale sistema, rigidamente applicato, potrebbero derivare in danno della famiglia nella quale uno solo dei coniugi possegga reddito tassabile, rispetto a quella in cui ambedue i coniugi posseggono reddito, pari nel complessivo ammontare a quello della famiglia monoreddito, ma soggetto a tassazione separata, con aliquote più lievi per le due componenti”. Per fare un esempio: un unico reddito di 40.000 € di uno dei due coniugi nella famiglia A verrebbe tassato in modo maggiore di due redditi da 20.000 €, imputati separatamente ai due coniugi della famiglia B, a causa del fatto che nel primo caso le aliquote progressive determinano un carico fiscale maggiore. Sulla base di queste due sentenze monitorie molto tempo dopo il Parlamento delegò il Governo ad “adottare, entro il 31 dicembre 1992, uno o più decreti legislativi concernenti la revisione del trattamento tributario dei redditi della famiglia” secondo una lunga indicazione di principi e criteri direttivi (tra i quali la “commisurazione dell’imposta alla capacità contributiva del nucleo familiare tenendo conto del numero delle persone che lo compongono e dei redditi da esse posseduti” mediante l’applicazione dell’aliquota media corrispondente al reddito complessivo diviso per il numero dei componenti del nucleo). Ma nulla ne seguì. Nel febbraio del 1995 vennero depositate ben dodici mozioni in Parlamento, in cui si “impegnava il Governo a realizzare un sistema di assegni familiari di idonea e significativa portata economica, con particolare riguardo alle famiglie numerose e monoreddito”, e lo si invitava ad emanare “provvedimenti per una più ampia tutela fiscale con l’introduzione del cosiddetto quoziente familiare o di un metodo equivalente che, nel tassare il reddito familiare, tenga conto del numero dei componenti, riducendo le imposte alle famiglie monoreddito e numerose”. Nuovamente la Corte Costituzionale, con la sentenza n. 358 del 24 luglio 1995, verificò “conclusivamente che dai calcoli tributari si constata senza dubbio che l’attuale trattamento fiscale della famiglia penalizza i nuclei monoreddito e le famiglie numerose con componenti che non producono o svolgono lavoro casalingo. Queste famiglie infatti – che dovrebbero essere agevolate ai sensi dell’art. 31 della Costituzione – sono tenute a corrispondere un’imposta sui redditi delle persone fisiche notevolmente superiore rispetto ad altri nuclei familiari composti dallo stesso numero di componenti e con lo stesso reddito, ma percepito da più di uno dei suoi membri. Tali effetti distorsivi furono – come si è già notato – segnalati più volte da questa Corte, dalla dottrina e dallo stesso legislatore che, con la legge n. 408 del 1990, delegò il Governo a provvedere adeguatamente, senza peraltro che tale delega abbia avuto, fino ad oggi, alcun seguito.”. La Corte poi prosegue affermando che non può dichiarare l’incostituzionalità delle norme rimettendo al Parlamento di farne di nuove, perché ciò è compito specifico dell’organo legislativo, ma soprattutto perché una semplice pronuncia ablativa “sarebbe fonte di inammissibili lacune nella disciplina, riguardo ad una materia che richiede, invece, il costante equilibrio del sistema.” e conclude: “In ogni caso … il legislatore non dovrà consentire ulteriormente, per rispetto ai principi costituzionali indicati ed ai criteri di giustizia tributaria, il protrarsi delle indicate sperequazioni in danno delle famiglie monoreddito e numerose.” Si tenga anche ben presente, che il riconoscimento primaziale dato dalla Costituzione alla formazione sociale della famiglia ed il conseguente favore legislativo (“favor legis”) nella sua tutela e formazione costituisce un principio supremo dell’ordinamento “non suscettibile di compromissione da parte di ordinamenti esterni ivi compresi quelli sovranazionali” (FRANCESCO FARRI, pag. 21, “Un fisco sostenibile per la famiglia in Italia”, Wolters Kluwer Italia S.r.l. , Milano, 2018). E’ proprio, tra gli altri, l’attuale ministro della Giustizia Marta Cartabia e presidente emerito della Corte Costituzionale a teorizzare il vincolo dei cosidetti “controlimiti” della nostra costituzione alla legislazione europea. Non si tratta soltanto di una posizione della dottrina costituzionale, ma anche della giurisprudenza della stessa Consulta (sent. 98/1965, poi ribadita con la sent. 183/1973, sent. n. 232/1989, sent. 73/2001); al punto che la Corte costituzionale era pronta ad applicare questo rifiuto della legge europea perché dissonante con i “controlimiti” della nostra Costituzione, i principi supremi del nostro ordinamento, dichiarando l’incostituzionalità di una parte della legge italiana di recepimento del Trattato sul Funzionamento dell’Unione Europea, se non ci fosse stata una parziale virata della giurisprudenza europea, che con la sentenza della Grande Sezione della Corte di Giustizia Europea del 5/12/2017, causa C-42/17, ha interpretato le proprie precedenti affermazioni rendendole compatibili con i principi supremi del nostro sistema legislativo. Quindi non esiste nessun “Ce lo chiede l’Europa !”. Dal punto di vista economico Sartor N. e Franco D in “Stato e famiglia.Obiettivi e strumenti del sostegno pubblico dei carichi familiari”, Milano, 1990, chiariscono che “I possibili effetti di disincentivo al lavoro connessi con l’adozione del reddito familiare quale misura della capacità contributiva devono essere considerati un costo, la cui entità potrebbe essere modesta, da sostenere per ottenere una maggiore equità fiscale”. Farri aggiunge che “è stato dimostrato che l’occupazione del secondo coniuge aumenta sì il reddito complessivo , ma rende più alto il cd. “costo opportunità” del tempo dedicato ai figli, con la conseguenza che diminuisce la natalità”. Se la mia retribuzione oraria è maggiore della spesa che debbo sostenere per una bambinaia (il costo-opportunità), posso anche scegliere di lavorare e mettere al mondo dei figli, ma se tale retribuzione è inferiore al costo sostitutivo della mia prestazione materna, ed io ho bisogno di quel reddito aggiuntivo, ecco che una donna può rinviare una maternità o decidere di non procreare oltre il figlio unico o il secondo; con il che la Costituzione non è più applicata nella protezione della maternità (art. 31) con grave nocumento sociale perché cala la natalità ed è messa in crisi la sostenibilità del sistema previdenziale e sanitario o l’esistenza del sistema scolastico. Si consideri che in molti paesi dell’Est Europeo, le dittature comuniste sono cadute nel 1989, ma le madri possono continuare stare a casa in maternità ad allevare i figli fino a tre anni. Per altro il problema della natalità è ormai un problema europeo, “rectius” del Mondo Occidentale, ed è semplicemente meno sentito, ma esiste, anche ad esempio in Francia, dove le politiche familiari e nataliste sono sempre state molto sviluppate. Il demografo Alessandro Rosina nel Sole 24 Ore del 12 agosto 2021, nell’articolo dal titolo “ Under 25 in via di estinzione, il Vecchio continente sta diventando una profezia”, ci dà conto del fatto che “il processo di crescita della popolazione europea [750 milioni, di cui 450 nell’U.E.](la cd. transizione demografica, che principia nel 1700), anche in termini assoluti, di fatto è concluso” e che “la variante centrale delle proiezioni delle Nazioni Unite con base 2019 indica una perdita, pur con flussi consistenti in entrata , di oltre 100 milioni di abitanti nel corso del resto del secolo.Per la precisione l’incremento della popolazione mondiale è dato solo più dall’aumento della popolazione dell’Africa, marginalmente toccata, tranne in alcuni paesi, da un deciso progresso economico. Per altro noto che a differenza dell’Impero Romano dove erano frequenti ma ordinate le richieste di stabilirsi entro i confini imperiali di popolazioni “barbare”, con successiva preordinata e organizzata redistribuzione dei nuovi arrivati nelle zone ove servissero in qualità di coloni, non schiavi (e poi cittadini), o soldati, per far fronte alle pestilenze o alle perdite di vite umane in guerra, nella U.E. chi entra in certi paesi ingrossa le file dell’ “esercito di riserva” (lavoratori) di marxiana memoria. Il permesso all’entrata di un milione di siriani dato dalla Merkel, rispondeva infatti ad un problema demografico interno ed ad un calcolo opportunistico sulle risorse professionali e finanziarie, che questi profughi di guerra apportavano. Questa politica migratoria però non sarà più sufficiente a fermare il declino demografico della U.E. Nè d’altra parte in Italia dove è più forte il calo delle nascite, nessuna delle forze parlamentari sembra orientata a istituire un reddito di maternità, così come pensato da Il Popolo della Famiglia e trasfuso nella proposta di legge di iniziativa popolare del 2018, cioè di un vero, duraturo incentivo-stipendio dal costo complessivo di 3 miliardi il primo anno alle donne che scelgano di lavorare in casa e di allevare un bambino, incentivo, che dopo la nascita del quarto figlio o di un figlio disabile, si tramuterebbe in vitalizio. In Cina, dove il calo demografico non è stato fermato né dalla decisione di permettere la nascita del secondo figlio (2016) e da maggio 2021 anche del terzo, al reddito di maternità si è arrivati per forza, ma sembra che la difficoltà maggiore risieda proprio come in Occidente nella difficoltà della donna cinese di conciliare lavoro e famiglia e nell’ostacolo alla carriera.

IMPRESA INDIVIDUALE e “IMPRESA” DEL “PATER FAMILIAS” Il confronto tra la deduzione dei costi, a volte gli stessi costi, tra impresa individuale con una ipotetica, per ora inesistente, impresa del “pater familias” rivela un’altra ingiustizia e l’incapacità del legislatore esistente, tributario e civile, a cogliere l’opportunità di una riforma fiscale in un ottica di una maggiore valorizzazione della contabilità sociale cui la famiglia contribuisce, ma che non si vede riconosciuta, nel sostituirsi alla spesa pubblica. Chiamo così questa impresa non per una mia preferenza patriarcale, ma per distinguerla nominalmente dall’ impresa familiare ex art. 230 del codice civile e dall’impresa coniugale, che è o un’ azienda gestita da entrambi i coniugi e costituita dopo il matrimonio o un’ azienda che apparteneva a uno dei coniugi prima del matrimonio, ma successivamente gestita da entrambi. Se l’imprenditore individuale quando assume un dipendente, quando paga i servizi di pulizia, o di portierato aziendale, o di sorveglianza, o di segreteria o di trasporto degli operai, o di formazione del personale, quando acquista il materiale per il pronto soccorso, può dedurre i relativi costi, perché non considerare la deducibilità di tali oneri familiari anche per un’immaginaria impresa del “pater familias”? Se io assumo una collaboratrice familiare (servizi di pulizia) o una governante (segretaria di famiglia), o un’ assistente di qualche anziano o bambino, o talvolta un’infermiera (materiale di pronto soccorso), le sottraggo alla disoccupazione e in alcuni casi a patologie psichiatriche, faccio risparmiare allo Stato il reddito di cittadinanza o i trasferimenti dei servizi sociali o anche i sussidi di disoccupazione, faccio emergere redditi che altrimenti rimarrebbero nell’economia sommersa, impiego persone con bassa professionalità, difficili da occupare anche per lo Stato o gli imprenditori commerciali, perché non posso vedere riconosciuto con una deduzione dal reddito tali spese? Non bastano le detrazioni dalle imposte di parte degli attuali oneri detraibili, la cui disciplina ometto per brevità. Alla facile obiezione che ciò crea ulteriore disuguaglianza, perché il benestante si può permettere la collaboratrice domestica o la governante e l’operaio no, basta rispondere che innanzitutto il benestante è soggetto per via della progressività a imposte più alte, ma soprattutto che non si può costruire un sistema fiscale basato o sull’invidia sociale o su pregiudizi di tipo pauperistico, quando non addirittura frutto di ideologie comuniste, se si pensa che a volte è proprio la moglie dell’operaio, che viene impiegata presso il benestante. Il sistema delle deduzioni dal reddito è anche considerato dagli studiosi, come migliore e più equo del sistema delle detrazioni, perché è quello più rispondente alla situazione effettiva del reddito del contribuente. Sono solo le detrazioni per figli a carico, che in Italia vengono calcolate tenendo conto del reddito complessivo del contribuente, per cui diminuiscono quando questo aumenta a parità di figli a carico, come se la spesa per un figlio non fosse sostanzialmente simile per ogni tipo di famiglia. Per esempio, si potrebbero dedurre dal reddito tutte le rette per la frequenza delle scuole paritarie, che ormai sono parte del sistema scolastico e pubbliche, perché equiparate a quelle statali, anzi lo Stato avrebbe risparmi di spesa pubblica (sei miliardi solo per le scuole cattoliche), perché l’alunno o lo studente di una scuola paritaria costa meno di quello che frequenta scuole statali o comunali, e inoltre sarebbero rispettate la sussidiarietà, la libertà educativa (art. 30 della Costituzione) e di insegnamento (art. 33 della Costituzione).

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