Politica

di Elisabetta Cipriani

Far conoscere Eliot “per debito di gratitudine”

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Daniele Gigli ha scritto un saggio nella speranza che «almeno uno, tra i lettori di questo libro, voglia percorrere la stessa avventura e contrarre con Eliot un debito analogo, un debito che si estingua solo con la sua trasmissione alle generazioni future. Nel solco di una tradizione, nella difesa di un’antropologia». Ha scritto un saggio per gratitudine, per propagare gratitudine. Ho contratto un simile debito con Eliot molti anni fa e sono ben lieta di raccogliere l’invito. Eliot è uno dei quattro, cinque poeti in assoluto che salvano letteralmente dall’insipienza. Forse perché riconnette senso e intelletto in un mondo occidentale che questi due poli dell’esperienza umana ha progressivamente disgiunto. Forse perché in un mondo poetico ed intellettuale esanime, circoscritto nell’hortus conclusus della poesia pura, ha portato la linfa di un pensiero sensibile, il “sensuous thought” dei metafisici, che riesce a far esalare profumo al pensamento come a un cespuglio di rose. O forse, più di tutto, perché ha rifiutato per la poesia ogni compromesso riduzionista di gioco linguistico e l’ha ricondotta allo stato di stupore per l’essere.

Leggere Eliot ti riconcilia con la condizione umana: i suoi versi ne scandagliano ogni limite e al contempo ogni possibilità. Non è agevole, perché smaschera baudelairianamente ogni hypocrite lecteur, ogni meschinità e ogni illusione, ma anche rinverdisce quel concetto di verticalità che l’homo sapiens, già homo herectus, pare avere scordato, perso com’è a guardarsi le punte dei piedi quando non proprio a grufolare per terra.

Questo saggio ripercorre, con acume interpretativo e partecipazione, tutte le tappe della sua biografia artistica ed esistenziale. In apparenza vi sono molti Eliot, ma Gigli è abile a mostrarne la coerenza dello sviluppo, la preesistenza, in nuce, di tutti i suoi stilemi, di tutti i suoi motivi. L’Eliot di “The waste land” – “La terra desolata” o “Il paese guasto”, come preferisce tradurre l’autore – è una sorta di De Chirico della lirica. C’è in quei versi la stessa inesausta nostalgia della tradizione e la stessa consapevolezza della sua perdita; il tentativo di recupero – sotto immane e personale sforzo – per frammenti che diventano reperti perturbanti, rottami magnifici e assurdi a fronte della modernità alienata, custodi di una saggezza ormai inaccessibile per quanto necessaria. Eppure il ricorso al mito, in essi, non è “semplicemente un modo di controllare, di ordinare, di dare una forma e un significato all’immenso panorama di vanità e anarchia che è la storia contemporanea”. È anche – a differenza di De Chirico – un’urgenza mistica. Già lì pare chiedersi se la nostra semenza sterile non potrebbe trovare germinazione da qualche parte – in quello che, più tardi, nella chiusa dei “Dry salvages”, avrebbe chiamato un “suolo che ha senso”.

Gigli dipana il filo rosso che lega tutta la produzione eliotiana, passando per la conversione e il teatro e quei “Quattro quartetti” che ne sono probabilmente il vertice, rinvenendo i segni dei frutti maturi anche nelle gemme più embrionali.

Eliot è quel poeta che rifiuta la parola pura nella ricerca di un sinolo tra contenuto e forma, di una parola esatta a dire tutto quanto può essere esperito e pensato e oltre, fino all’indicibile. Eliot è quel poeta che accetta di violare l’ultimo tabù dell’uomo contemporaneo – dire “Dio” – e di assumerne lo stigma. Temerarietà non da poco, per un tipo in fondo così contegnoso e “borghese”, lontano dal teppismo delle avanguardie, benché munito di una lama ben più affilata da affondare in quei cadaveri impagliati, in quei manichini che sono gli “hollow men”, gli uomini vuoti del nostro tempo. Rammenta che non ci si salva per le nostre azioni né nella passività quietistica: non siamo sconfitti perché continuammo a tentare, ma ci giustifica una fede che è tutta nell’attendere. Un’attesa operosa in un tempo irredimibile che non possiamo, da soli, con le nostre sole forze e squadre imprecise, rovesciare come un calzino, ma che trova compimento e redenzione e significato in un punto – l’intersecarsi del senza tempo con il tempo, l’imprevisto abbacinante dell’Incarnazione. «La curiosità umana indaga passato e futuro / e si afferra a questa dimensione. Ma percepire / il punto di intersezione dell’atemporale /con il tempo, questa è un’occupazione per santi. / E nemmeno un’occupazione, ma qualcosa che è dato / e accolto, nel morire di tutta una vita nell’amore. L’ardore e la perdita e la resa di sé».

Il cammino di Eliot lo porta, inevitabilmente, dai simbolisti a Dante, l’artista che «rende possibile agli altri uomini una gamma molto più vasta di emozioni e di percezioni, perché dà loro le parole per meglio esprimerle». Ma quel che Virgilio fu per Dante e Dante per Eliot è Eliot per Daniele Gigli: «Passati vent’anni dall’inizio del terzo millennio dell’era cristiana, in quest’epoca di rivolgimenti a freddo che proseguono in altro modo quella secolare dissoluzione della civiltà europea e delle civiltà locali che l’hanno nutrita nella gloria delle cattedrali e delle esplorazioni, scrivendo queste pagine ho tentato di presentare T.S. Eliot allo stesso modo in cui lui presenta Dante: come un maestro di arte e di pensiero capace di ampliare la gamma conoscitiva ed espressiva di chi gli si accosta». Un tentativo che pare pienamente riuscito.

Daniele Gigli, “T.S. Eliot. Nel fuoco del conoscere”, Edizioni Ares 2021.

Elisabetta Cipriani

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16/09/2021
2710/2021
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