Chiesa

di Raffaele Dicembrino

Papa Francesco: libertà e diversità fanno paura

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È un clima cordiale e familiare a caratterizzare gli incontri di Papa Francesco con i gesuiti durante i suoi viaggi apostolici. Così è stato anche in Slovacchia quando il 12 settembre, nella Nunziatura apostolica di Bratislava, si è ritagliato circa un’ora e mezza con i confratelli del Paese visitato. Questo l’incontro di cui La Civiltà Cattolica riporta la conversazione.

E’ con un linguaggio franco che si sviluppa il dialogo, come emerge fin dalla risposta alla domanda su come egli stia di salute. “Ancora vivo. Nonostante alcuni mi volessero morto”, dice sfumando con l’ironia Francesco, aggiungendo di essere consapevole del fatto che ci siano stati “persino incontri tra prelati, i quali pensavano che il Papa fosse più grave di quel che veniva detto. Preparavano il conclave”, riferendosi all’operazione del luglio scorso, ricordando come fu un infermiere a convincerlo a sottoporvisi.

Dalla salute alla pastorale spaziano le parole del Papa, che raccomanda ai gesuiti quattro tipi di vicinanza per il loro lavoro in Slovacchia. Vicinanza con Dio. Vicinanza tra confratelli, vicinanza al vescovo e al Papa - parlando direttamente e non sparlando - e vicinanza al popolo di Dio. In proposito si richiama a quello che definisce come “la cosa più bella che un Papa abbia detto ai gesuiti”, cioè il discorso di san Paolo VI alla Congregazione Generale XXXII sul fatto che dove ci sono incroci di strade, lì ci sono i gesuiti. “Creeremo problemi. Ma quello che ci salverà dal cadere nelle ideologie stupide è la vicinanza al popolo di Dio”. Rispondendo a una domanda, il Papa si sofferma sulla sofferenza della Chiesa in questo momento, la “tentazione di tornare indietro”. “Un’ideologia che colonizza le menti”, la definisce. Non un problema universale ma specifico delle Chiese di alcuni Paesi. “In un mondo che è così condizionato dalle dipendenze e dalla virtualità ci fa paura essere liberi”, rimarca in uno dei passaggi centrali, ricordando di averne parlato nel suo primo appuntamento pubblico a Bratislava, rifacendosi come esempio al grande inquisitore di Dostoevskij. “Ci dà paura andare avanti nelle esperienze pastorali”, afferma, pensando al lavoro fatto durante il Sinodo sulla famiglia “per far capire che le coppie in seconda unione non sono già condannate all’inferno”. “Ci dà paura accompagnare gente con diversità sessuale. Ci danno paura gli incroci dei cammini di cui ci parlava Paolo VI”. “Questo – spiega – è il male di questo momento. Cercare la strada nella rigidità e nel clericalismo, che sono due perversioni”. Per il Papa, il Signore chiede oggi alla Compagnia di essere libera, con preghiera e discernimento. Non si tratta di “una lode all’imprudenza”: quello che Francesco segnala è che “tornare indietro non è la strada giusta”, mentre lo è “andare avanti nel discernimento e nell’obbedienza”. A proposito, poi, di quando manca il fervore, esorta a capire se si tratti di una desolazione personale o comunitaria, ricordando anche l’importanza di conoscere meglio gli Esercizi.

Una delle domande verte sulle colonizzazioni ideologiche e il gender. “L’ideologia ha sempre il fascino diabolico, come dici tu, perché non è incarnata”, risponde il Papa sottolineando che si vive una civiltà delle ideologie e che “dobbiamo smascherarle alle radici”. “La ideologia del «gender» di cui tu parli è pericolosa, sì. Così come io la intendo, lo è perché è astratta rispetto alla vita concreta di una persona, come se una persona potesse decidere astrattamente a piacimento se e quando essere uomo o donna. L’astrazione per me è sempre un problema”, rimarca il Papa ricordando però che “questo non ha nulla a che fare con la questione omosessuale”. Se c’è una coppia omosessuale, “noi possiamo fare pastorale con loro, andare avanti nell’incontro con Cristo”. Quando parla dell’ideologia, spiega, parla “dell’astrazione per cui tutto è possibile non della vita concreta delle persone e della loro situazione reale”.

Sul dialogo ebraico-cristiano bisogna evitare che si rompa “per fraintendimenti, come a volte accade”. Quindi, in una delle domande si chiede a Papa Francesco come affronti la gente che lo guarda con sospetto. In proposito dice che c’è una grande televisione cattolica che continuamente sparla di lui. “Personalmente posso meritarmi attacchi e ingiurie perché sono un peccatore”, afferma, “ma la Chiesa non si merita questo: è opera del diavolo”. Il Papa sa che ci sono anche dei chierici che fanno commenti cattivi sul suo conto e confida che a volte gli viene a mancare la pazienza specialmente quando emettono giudizi senza entrare in un vero dialogo. Assicura che comunque lui va a avanti, senza entrare “nel loro mondo di idee e fantasie”. “Preferisco predicare”, dice. Ricorda anche che alcuni lo accusando di non parlare della santità ma sempre del sociale e di essere “un comunista”. “Eppure - rimarca - ho scritto una Esortazione apostolica intera sulla santità, la Gaudete et Exsultate”.

Quindi si sofferma sulla sua decisione di fermare l’automatismo del rito antico in modo da tornare “alle vere intenzioni di Benedetto XVI e di Giovanni Paolo II”. Da adesso in poi chi vuole celebrare con il vetus ordo deve chiedere permesso a Roma. Ricorda, quindi, l’esperienza di un cardinale da cui sono andati due preti appena ordinati chiedendo di studiare il latino per celebrare bene. Il Papa richiama le parole con cui il porporato rispose loro, con “senso dello humor”, esortandoli a studiare prima spagnolo, e anche vietnamita, considerando i fedeli presenti nella diocesi. “Io vado avanti - spiega quindi Francesco - non perché voglia fare la rivoluzione. Faccio quello che sento di dover fare. Ci vuole molta pazienza, preghiera e molta carità”.

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21/09/2021
2810/2021
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