Società

di Cristina Zaccanti

Transizione di genere ad Ivrea

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Ivrea, la “bella” di carducciana memoria, Ivrea, un tempo punta di diamante del progresso tecnologico olivettiano, oggi ridotta all’ombra di se stessa, visto che perfino le luci del Carnevale sono spente grazie al COVID, da un paio di giorni è di nuovo oggetto di attenzione mediatica sovraregionale. Un professore liceale, 61 anni all’anagrafe, marito e padre di due figli ormai maggiorenni, appartenente ad una delle famiglie più note e rispettabili della cittadina (il padre ricoprì il ruolo di Generale, appunto, in uno degli storici carnevali), prima allievo e poi docente del liceo classico per antonomasia (in ogni provincia si ragiona in termini autoreferenziali, ma è comprensibile!) si presenta il primo giorno di scuola sotto le sembianze di un’avvenente quarantenne.

L’avvenuta transizione di genere, da un giornale impietosamente e vecchio stile, politicamente scorretto, presentata come travestimento «Il prof truccato da donna», viene presentata come una scelta coraggiosa, compiuta in nome del diritto alla felicità, evidenziata come gesto pedagogicamente responsabile al fine di trasmettere autenticità ai giovani. Questo episodio merita attenzione, vista la portata antropologicamente e moralmente rilevante e considerando anche il peso e gli effetti che una vicenda come questa avrà proprio sulla formazione dei giovani. E proprio dai giovani è il caso di partire. Questo signore è padre, come anticipato, di due ragazzi universitari, una femmina e l’altro maschio. Per loro risulterà padre sicuramente biologico, ma indubitabilmente il riferimento genitoriale avrà implicato una elaborazione complessa nelle dinamiche famigliari. Tutto il rispetto ad una situazione che, quanto meno, avrà sorpreso e fatto maturare precocemente dei rapporti che, divenendo straordinari, ed oggi anche sotto gli occhi di tutti, avranno determinato in questi ragazzi, adolescenti al momento dell’inizio della “transizione”, non poche domande cui rispondere, e posizioni inusuali da assumere. Si saranno sentiti anche loro paladini di una realtà figlia del progresso? non lo sappiamo e resta, doverosamente, tutelato dal diritto alla privacy.

Pensiamo ora ai suoi studenti. Questo signore è docente di lettere classiche nel biennio, un tempo ginnasio. Non insegnerà ai suoi allievi adolescenti i versi di Euripide, quelli delle “Baccanti”, in cui Dioniso, dio dell’ambiguità liberante ed orgiastica, minaccia la sicurezza della polis in quanto è maschio ma si traveste da femmina, scardinando gli oggettivi dati naturali. Ma Dioniso può, Dioniso deve dare una giustificazione teologica, seppur pagana, alla crisi di un sistema democratico che si doveva arrendere alla fine della sua epoca. Si affacciava la tirannide che viene dall’Oriente, terra seduttiva per eccellenza, e ad essa l’individuo poteva rispondere solo ripiegandosi su se stesso, sulla propria esistenziale solitudine che solo donne/balie potevano “consolare d’esser nato”. Una di queste donne, per inciso, obnubilata dalla follia dell’orgia baccanale, sbranerà addirittura il proprio figlio, travestito anch’esso da donna per poter assistere al loro rituale. Donne che uccidono i propri figli, senza rendersene conto… quante ancora oggi lo fanno! A questi studenti di 14/15 anni il professore/professoressa insegna i primi rudimenti morfosintattici delle lingue antiche, quelle cosiddette “morte” e quindi oggettivamente indiscutibili, dunque, quelle per le quali se dici che un aoristo è un futuro ti becchi ancora oggi un 2 (almeno si spera!). Ma se uno di questi ragazzini, in nome dell’autodeterminazione e del diritto ad essere felice, contestasse quel 2, ribadendo che ha lui il diritto a decidere circa i suffissi temporali e la collocazione temporale di un’azione, cosa gli risponderebbe il professore? Che in questo caso il dato oggettivo conta, mentre nel suo, trattandosi di biologia, antropologia, sociologia, politica, la verità conta meno? La grammatica conta meno?

Consideriamo ora la famiglia. Una realtà basata su di un giuramento, su di un sacramento (il professore è sempre stato cattolico praticante, assiduo e partecipe della vita diocesana, oltre che frequentante di una nota fraternità monastica che illumina il Canavese per la testimonianza di un anziano santo sacerdote), questo impegno che, fondato sulla roccia, fecondo e arricchito dal dono di due preziosi figli, con una mamma che avrà sicuramente accolto e accompagnato con stupore e sofferenza una trasformazione quanto meno inusuale del proprio marito, questo matrimonio, pensato come indissolubile, come si colloca nel contesto attuale? Una delle tante tristi separazioni? ma come trascurare il prezzo di sofferenza e di disagio che la signora non può non aver patito, almeno nei primi tempi, fino ad abituarsi ad una realtà che probabilmente si prospettava, quanto meno all’inizio, come un incubo sconvolgente?

Forse, invece, le cose stanno diversamente, forse proprio perché famiglia unita «nella buona come nella cattiva sorte», esemplare in ogni suo componente, questa moglie e questi figli hanno saputo rispettare l’autodeterminazione del padre. Resta tuttavia il fatto che l’autorevolezza paterna, che non cessa mai, è oggettivamente messa in discussione e, a sua volta, trasformata. E le famiglie degli allievi? Avranno certamente seguito la stampa locale e nazionale. Al di là del coro di approvazione, delle congratulazioni cui tutti i media di regime hanno fatto da cassa di risonanza (un’eccezione il primo articolo già citato), al di là del successo mediatico, i genitori degli allievi cosa penseranno in cuor loro? Almeno una minoranza, silenziosa, avrà nutrito, nutrirà qualche perplessità? Ci si potrà fidare della professionalità di una persona che, in nome della propria felicità, finalmente sgombra quanto di estraneo esisteva nel proprio armadio, e dunque nella propria vita? Di ciò che fa problema si fa fagotto e si butta via? Cosa testimonierà umanamente una persona che ha scelto le cure ormonali e la chirurgia plastica per imporsi sulla propria natura, quella voluta dal Dio in cui crede? Sappiamo come la disforia di genere sia diventata una moda.

Dalle indicazioni dell’OMS risalenti al 2010 si evince che l’“educazione di genere” deve essere resa curriculare nella scuola fin dalla fascia 0-4 anni. Nei bambini dovrebbe essere trattata con la triptorelina, già legalizzata in Italia, farmaco che, a spese del sistema nazionale, consente ai piccoli, in base al diritto alla propria autodeterminazione, di transitare nel genere che avrebbero scoperto come loro, quello che li renderebbe felici, al di là del dato biologico, dato che non deve inficiare la libera scelta. Almeno ai bambini vogliamo lasciare il tempo di crescere imparando a contenere la propria libido? Almeno ai bambini la possibilità di identificarsi con il genitore del proprio sesso e distinguersi da quello opposto, la vogliamo lasciare? Papà e mamma potranno continuare ad esistere? Che un sessantenne, che si è realizzato abbondantemente come maschio, si riconosca la libertà di decidere del proprio corpo e del proprio stile di vita, passi, ma quale messaggio la sua mediatica proclamazione ad eroe/eroina lancerà a decine di adolescenti sempre più sottratti al primato educativo dei genitori, riconosciuto e tutelato dalla nostra Costituzione? Si vuole trasformare la società, si vogliono confondere i sessi, la sfida di Lucifero «non serviam», «non servirò, non mi piegherò alla Verità della natura e del Creatore» è evidentissima nella sua quasi banale semplicità. Anche il professore che diventa professoressa si allinea ad un comportamento che oggi regala facile successo e che non ha nulla dell’umiltà delle Sua serva, di quella Maria, fanciulla di Nazareth che accettava di soffrire fin sotto la croce, di sottomettersi alla volontà di Dio, per redimere un’umanità confusa dalla superbia del male, dall’ybris dei tracotanti.

Il professore/professoressa diventerà un altro Platinette, un altro Vladimiro Luxuria, senza un nome d’arte, perché il professore ha scelto di continuare la propria vita, per quanto nuova, nella “normalità” di un qualunque liceo di provincia. Lo inviteranno ai gay pride, in televisione, al Grande fratello, magari gli conferiranno una laurea ad honorem, si realizzerà finalmente in un rapporto con la persona giusta della sua restante vita… eh, già! Questa vita terrena ha un limite, quella eterna sarà dopo e sarà prerogativa di un’anima che, creata immortale, si ricongiungerà alla fine dei tempi con il corpo che Dio ha dato a ciascuno di noi, quello pensato e voluto da Lui per il nostro bene, la nostra felicità. Auguriamoci di essere pronti per quell’ora, per quel giudizio che ci collocherà nella felicità eterna oppure tra i servi di Lucifero. Questa è verità di fede, un cattolico non deve dimenticarla. Auguriamoci di non incorrere in una “canizie vituperosa”, come la definiva Manzoni. Auguriamoci una anzianità serena e saggia, che si prepara a trasmettere i tesori di verità che la religione cattolica e la legge di natura hanno sempre trasmesso e sempre testimonieranno.

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30/09/2021
0712/2021
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