Chiesa

di Emilia Flocchini

Beate Mariantonia Samà  e Nuccia Tolomeo, due cantici di gioia nella sofferenza

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Domani, nella basilica dell’Immacolata a Catanzaro, saranno proclamate Beate le prime due candidate agli altari della diocesi di Catanzaro-Squillace: Mariantonia Samà e Nuccia Tolomeo. La Messa col Rito della Beatificazione è presieduta dal cardinal Marcello Semeraro, Prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi, come delegato del Santo Padre, ed è trasmessa, anche in streaming, da Video Calabria.

Al cuore di questo evento, che è anche una consolazione per una diocesi che sta affrontando una situazione critica, sono quindi due donne vissute a breve distanza cronologica l’una dall’altra, accomunate da un solo desiderio: far amare il Signore com’era successo a loro e ricordare a tutti che Lui è buono anche quando si manifesta attraverso mezzi che apparentemente possono sembrare inadatti.

Mariantonia nasce a Sant’Andrea Jonio, in provincia di Catanzaro, il 2 marzo 1875. Aiuta la madre, rimasta vedova poco dopo averla concepita, nei lavori dei campi, e vive con lei in una situazione di profonda miseria.

A undici anni, dopo aver bevuto da un acquitrino, comincia ad avere disturbi difficili da diagnosticare. Nel giugno 1894, in assenza di rimedi validi e grazie all’intervento di una benefattrice, si decide di condurre la bambina alla Certosa di San Bruno, per un esorcismo. Dopo cinque ore di preghiera, Mariantonia è libera: dalla gioia abbraccia il busto-reliquiario di san Bruno da Colonia, posto di fronte a lei, proprio come se volesse ringraziarlo di persona.

Due anni dopo, però, si ammala nuovamente: non riesce più a muoversi dal letto, rimanendo supina e con le ginocchia alzate. Secondo i suoi attuali studiosi, allo stato attuale delle conoscenze mediche, si tratta di una malattia di natura artrosica o neurologica. Mariantonia, da allora in poi, deve dipendere totalmente dall’aiuto di sua madre, fino alla morte di lei, e dalla carità dei compaesani.

Un notevole sostegno le viene dal parroco del suo paese, ma anche dai padri Redentoristi e dalle Suore Riparatrici del Sacro Cuore; queste ultime badano anche a lei nei suoi bisogni più elementari, ad esempio pettinandola o lavandola. Il suo progresso spirituale è tale da portarla a consacrarsi a Dio in forma privata, intorno al 1915, tra le mani della superiora delle Suore Riparatrici e con la benedizione del suo parroco: da allora, sul capo, porta un velo nero. Al suo «bel Gesù», come lo chiama lei, rivolge costantemente lo sguardo e il pensiero. Gli offre tutto: la monotonia delle sue giornate, i dolori fisici, le notizie di cui viene a conoscenza.

Mariantonia, in effetti, non può muoversi, quindi sono gli altri a venire da lei. Per tutti ha una parola di conforto, improntata all’accettazione del volere di Dio anche quando costa. Trascorre le sue giornate ricevendo visite, pregando e aspettando la Comunione del giorno successivo. È un punto di riferimento per tutti, specie negli anni delle due guerre: non c’è quasi famiglia, a Sant’Andrea, che non prenda decisioni importanti senza chiedere il suo parere. Diventa quindi, come ha efficacemente scritto il suo biografo don Gerardo Mongiardo, che peraltro lei aveva rassicurato circa la vocazione al sacerdozio, «un parafulmine per tutta la Comunità andreolese».

Quando muore, il 27 maggio 1953, lascia i concittadini consapevoli di aver vissuto accanto a una santa. L’impegno della sua diocesi per verificare se questa intuizione del popolo di Dio avesse un fondamento solido si è esercitato nell’inchiesta avviata oltre cinquant’anni dopo la sua morte, dal 5 agosto 2007 al 2 marzo 2009, integrata da un’inchiesta suppletiva conclusa il 31 gennaio 2012.

Il 18 dicembre 2017 papa Francesco ha autorizzato la promulgazione del decreto sull’eroicità delle virtù della “monachella di San Bruno”, come i suoi devoti la conoscono e com’era nota già in vita. Il Santo Padre, il 20 luglio 2020, ha pure autorizzato la promulgazione del decreto sul miracolo, ossia la guarigione, avvenuta la sera del 12 dicembre 2004, di Vittoria Codispoti, sua conterranea residente a Genova, da una grave malattia degenerativa delle articolazioni delle ginocchia (gonartrosi tricompartimentale e segni di condropatia).

Invece Nuccia, diminutivo di Gaetana, ha ventuno anni quando Mariantonia torna a Dio, essendo infatti nata a Catanzaro nel 1936; viene alla luce il 10 aprile, ma è registrata all’anagrafe nove giorni più tardi. Considererà come una delicatezza speciale essere nata nel giorno in cui, quell’anno, cade il Venerdì Santo. Appena cerca di muovere i primi passi, manifesta i segni di una paralisi progressiva e deformante. Viene quindi mandata da una zia a Cuneo, dove resta dal 1941 al 1944, praticamente durante tutto il periodo della seconda guerra mondiale.

Se Mariantonia non ha conosciuto il padre, a lei invece accade di dover sopportare il fatto che il suo non accetti la condizione in cui la vede. Solo la madre e alcune cugine la accolgono per quella che è: lui, invece, comincia ad avere atteggiamenti violenti anche verso coloro che la sostengono. Anche lei viene aiutata spiritualmente da alcune religiose, suore Paoline e dell’Istituto Palazzolo (le Suore delle Poverelle): dalle prime riceve in regalo molti libri, che contribuiscono alla sua cultura (anche per via della malattia, si è fermata alla quarta elementare) e, ancora di più, al suo progresso spirituale.

Col tempo, infatti, Nuccia ha maturato una spiritualità dal carattere marcatamente oblativo. La prima persona per cui offre è suo padre, ma non dimentica neanche i sacerdoti in crisi. A uno di loro, che le è stato affidato nella preghiera dal confratello da cui si è confessata, scrive nel 1967, a trentuno anni: «Vi dicevo prima che vorrei tanto potermi prodigare per gli altri e non posso. Voi siete stato scelto da Dio proprio per questo, continuate a farlo». A volte, infatti, sogna di potersi muovere con facilità e di correre dovunque ci sia bisogno di aiuto, ma poi si rende conto di non riuscirci e, pregando, rinnova il suo “fiat”. Anche il viaggio a Lourdes, che compie intorno ai sedici anni, la stimola a offrirsi vittima per i peccatori.

A un’offerta così generosa corrispondono, però, anche momenti di sconforto. Anche a Nuccia accade d’innamorarsi, ma sente il contrasto, come scrive nel 1954 nelle due pagine del testo intitolato Autobiografia, tra un’ «anima fremente» e un «corpo inerte». Il sorriso e la voglia di vivere predominano su questi attimi di smarrimento, come attestano quanti vanno a visitarla, compresi i membri del gruppo folk «Dei Due Mari – Città di Catanzaro», che spesso si ritrovano da lei, consapevoli del suo interesse per la musica, anche non religiosa. A loro raccomanda di portare la gioia con gli spettacoli e li incoraggia, proponendo soluzioni ai loro problemi. Il gruppo ricambia il suo affetto salutandola, fermandosi col pullman sotto la sua finestra, prima di andare in tournée.

Col passare degli anni, Nuccia diventa anche il perno della sua famiglia, anche quando le sue cugine e vicine di casa si sposano e creano famiglie proprie. Nel 1966, quando il padre affronta una grave crisi finanziaria, è lei a leggergli i documenti degli avvocati, dato che lui è analfabeta. Da allora in poi, le viene affidata anche la gestione economica familiare, a cui contribuisce con la sua pensione d’invalidità.

Agli amici che vengono a trovarla, o che in vario modo la confortano, ci sono almeno tre candidati agli altari. Il primo è san Pio da Pietrelcina: bastava inviargli un telegramma quando la broncopolmonite sembrava condurla in fin di vita perché, poche ore dopo aver ricevuto risposta, si sentisse meglio.

Cappuccino come lui e predicatore notissimo al tempo, anche grazie alle trasmissioni televisive di cui è conduttore, è padre Mariano da Torino, attualmente Venerabile. Prima del 1970, trovandosi a Catanzaro per una conferenza,viene invitato a visitare Nuccia, che è particolarmente emozionata, dato che segue anche lei il suo programma. Non è solo l’incontro tra un’ammiratrice e un personaggio famoso, ma un contatto tra due anime spiritualmente affini, che permane, attraverso lunghe telefonate, fino alla morte di lui, nel 1972. Nello stesso periodo, in casa Tolomeo passa anche la Serva di Dio Natuzza Evolo. Anche con lei Nuccia mantiene i contatti telefonicamente, sentendosi simile a lei nella missione di confortare i sofferenti e traendo dall’Eucaristia la forza e il modello per la propria donazione totale.

Dai trent’anni in poi, quando nessuna delle cugine può accompagnarla in chiesa, Nuccia non partecipa più alla Messa di persona. Numerosi sacerdoti si alternano, allora, per portarle l’Eucaristia la domenica, nelle feste e i Primi Venerdì del mese; anche la cugina Ida Chiefari svolge questo servizio. Ogni Comunione, per lei, è realmente l’incontro con Gesù come Sposo della sua anima. Nel 1990, in questo modo, conosce padre Pasquale Pitari, cappuccino, all’epoca parroco della parrocchia di Mater Domini a Catanzaro: da allora e fino alla morte, diventa il suo padre spirituale (ha poi seguito la sua causa come vicepostulatore e si è occupato anche di quella di Mariantonia).

Nuccia può anche essere considerata una dei Beati “multimediali”, per l’apostolato che svolge nell’ultimo triennio della sua vita. Assidua ascoltatrice di Radio Maria, specie delle catechesi di padre Livio Fanzaga e del programma «Il Fratello», conosce personalmente il conduttore di quest’ultimo, Federico Quaglini, di passaggio a Catanzaro. Lui stesso le propone d’intervenire telefonicamente, nella trasmissione del sabato notte, per portare dei messaggi di speranza.

Gli ascoltatori, intuendo la sua profondità spirituale, cercano di mettersi in contatto con lei: da allora, il telefono di casa Tolomeo squilla tre o quattro volte al giorno. Lei non si nega a nessuno, arrivando a scrivere, fino a notte fonda, le risposte alle lettere e alle cartoline che le arrivano. Ha un amore intenso per i «fratelli ristretti», vale a dire i carcerati, ma si preoccupa anche per i giovani che, nelle stesse ore della trasmissione, si trovano in discoteca.

Non improvvisa i suoi messaggi, ma li prepara a lungo, riflettendo, pregando e chiedendo, con umiltà, di farli correggere dal punto di vista grammaticale. La saggezza di cui dispone le permette d’intervenire anche su temi come il disagio dei giovani, il senso della sofferenza, la sessualità distorta. In quello intitolato Contro una cultura di morte afferma, rivolgendosi proprio ai giovani: «Se tu esisti, è perché Qualcuno ti ha voluto. La vita è bella. Siamo niente, siamo polvere che il vento disperde, ma se ci immettiamo in Dio, diventiamo portatori di amore, di pace, di gioia. Amate la vita, la vita è amore!».

Sentendosi prossima alla morte, Nuccia scrive il proprio testamento spirituale il 20 novembre 1995; lo legge alla radio il 31 gennaio 1996. È il suo ultimo saluto al mondo, anche alla natura, ma soprattutto è un estremo rendimento di grazie per tutto quello che sente di aver ricevuto da Dio, ma anche per le persone che sono state con lei nel suo Getsemani. Si spegne nelle prime ore del 24 gennaio 1997, in casa sua, dopo un’agonia lunga ma serena. Le sue ultime parole, rivolte all’amica Anna Iacopetta, sono un appello, subito esaudito, a ricevere l’ultima Comunione: «Voglio Gesù».

Il suo iter verso gli altari è stato favorito da una fama di santità mai spenta, accresciuta grazie a numerosi convegni di studio sulla sua figura. Dal 31 luglio 2009 al 24 gennaio 2010 si è svolta l’inchiesta diocesana a Catanzaro, mentre il decreto sull’eroicità delle virtù rimonta al 6 aprile 2019. Un anno fa, invece, raccontavamo del miracolo esaminato per la beatificazione, ovvero la soluzione felice della gravidanza extrauterina di Ida Carella, di Crotone, che quindi il 5 agosto 2014 ha potuto dare alla luce senza complicazioni Francesco, il suo secondogenito. Un miracolo che rientra pienamente nello stile di Nuccia, la quale ha sempre difeso la dignità di ogni vita, a cominciare dalla propria.

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01/10/2021
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