Politica

di Mario Adinolfi

Amministrative, cinque fatti indubbiamente accaduti

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La tornata amministrativa del 3 e 4 ottobre 2021 verrà ricordata a lungo per cinque fatti indubbiamente accaduti che andremo rapidamente ad elencare.

1. La forte astensione

Per la prima volta nelle amministrative delle grandi città si registra un blocco astensionista che ottiene la maggioranza assoluta. I sindaci delle quattro maggiori città italiane vengono eletti dalla minoranza degli elettori, con la maggioranza che ha scelto di non recarsi alle urne. Perché accade questo? Lo chiameremo “effetto Draghi”. La gente ha la percezione che il suo voto non conti più nulla e che la politica in Italia sia da anni commissariata dalla tecnocrazia. In effetti l’ultimo presidente del Consiglio emerso direttamente dalla tenzone elettorale fu Silvio Berlusconi nel 2008. Da oltre un decennio ormai il premier non è colui che si è sottoposto al giudizio degli elettori, spesso addirittura non è neanche un parlamentare. Se votare non determina chi governa, che vado a votare a fare? Il paradosso è che questa valutazione si scarica su un tipo di elezione che essendo diretta determina effettivamente chi va a governare. Ma agli elettori non devi spiegare troppe cose, hanno voglia di delegittimare la politica con il non voto e così hanno fatto, rendendo opinabile il grado di legittimazione dei sindaci eletti.

2. La vittoria delle sinistre

Non è giusto parlare di centrosinistra, la vittoria a queste elezioni è delle sinistre guidate da quel campione del progressismo chic che è Giuseppe Sala, dominatore della contesa di Milano. A ruota vengono il segretario nazionale del Pd, Enrico Letta, così come quello romano, Andrea Casu, che vincono “da sinistra” le suppletive nei collegi di Siena e di Primavalle. Poi ci sono Lepore e Manfredi, sindaci di Bologna e di Napoli eletti al primo turno, con Roberto Gualtieri che non parte sfavorito nella sfida al ballottaggio con Enrico Michetti per la carica di sindaco di Roma. Quella che tutti hanno cercato di evitare come la peste.

3. La sconfitta delle destre

C’erano una volta Salvini e Meloni che si contendevano la leadership del Paese. Alle amministrative sia la Lega che Fratelli d’Italia fanno flop con Giorgia Meloni che nella sua Roma vede il partito ripiegare addirittura sotto il 18%. L’unica vittoria veramente da sbandierare è quella di Occhiuto nella corsa a governatore della Calabria, dove però è stata la natura centrista del candidato a prevalere nettamente contro la solita candidata caratterizzata a sinistra scelta da Enrico Letta. Per le destre che sembravano dover solo litigare su chi si sarebbe seduto a Palazzo Chigi, la battuta d’arresto è secca. Restano i ballottaggi di Torino e Roma per provare a raddrizzare la baracca, ma non tira aria di vittoria.

4. Il problema delle classi dirigenti

La questione cruciale che ha forato le gomme della destra che stava viaggiando come un bolide alla conquista di Palazzo Chigi è certamente la qualità della sua classe dirigente. Al netto delle strumentalizzazioni da ultima settimana di campagna elettorale, è chiaro che i casi Morisi e Fidanza hanno colpito al cuore la macchina propagandistica di Lega e Fratelli d’Italia. Le strategie di risposta mancano, si grida al complotto ed è poca cosa. Le destre perdono perché scelgono tardi e male i propri candidati, lo ha ammesso esplicitamente lo stesso Salvini: dietro ai leader non c’è nulla se non un apparato grigio e un pò becero, che non vuole fare avvicinare persone di valore per il timore di dover spartire con estranei le rendite di posizione conquistate con anni di servilismo. L’esito è candidature fiacche, prive di empatia, tutte da presentare alla cittadinanza, che inevitabilmente le rifiuta. In Calabria si vince perché c’è una trazione di centro moderato e una coalizione ampia che comprende anche Popolo della Famiglia e Noi con l’Italia, due movimenti che sembrano rappresentare un ancoraggio a valori veri e declinabili, ancoraggio che gli spin doctor da nottatine chem sex non possono assicurare.

5. Il Popolo della Famiglia avanza

Alcuni risultati raggiunti dal simbolo del Popolo della Famiglia in queste amministrative dell’ottobre 2021 sono davvero sorprendenti come il 3% alle regionali calabresi in tandem con Noi con l’Italia e il 2.5% ottenuto a Napoli, anche qui in tandem con Napoli Capitale. Le aggregazioni centriste che hanno portato sulla scheda il simbolo del Popolo della Famiglia come collante fanno il pieno anche a Busto Arsizio con il 6.3%, a Gallarate con il 4% e a Varese addirittura con il 13.3%. Eccellente anche la prima prova a Spoleto per il PdF Umbria con un proprio candidato sindaco, Rosario Murro, che ha ottenuto l’1%. Stesso risultato per il simbolo puro a San Benedetto del Tronto, mentre dopo la battuta d’arresto delle regionali 2020 torna lentamente a crescere il PdF dell’Emilia Romagna sia a Bologna, che a Rimini che a Ravenna dove la coalizione centrista che con il PdF si è contrapposta a destre e sinistre ha ottenuto il 5%. Prima esperienza positiva anche per il PdF toscano a Sesto Fiorentino con lo 0.6% mentre l’intesa con Gianluigi Paragone è stata provvidenziale per fargli superare lo sbarramento del 3% a Milano. Deludenti i risultati per il PdF Roma che non è riuscito ad emergere nel pulviscolo di 22 candidature a sindaco (18 delle quali relegate allo zerovirgola per via del totale silenziamento mediatico) e per il PdF Torino che arretra rispetto alle regionali e anche alle comunali 2016, ma festeggia l’elezione di Lucianella Presta come consigliere comunale a Pianezza, quarta più votata.

Complessivamente si tratta di una tornata elettorale molto importante, da studiare per comprendere come le aggregazioni vadano costruite su presupposti valoriali e non di potere. In questo senso il Popolo della Famiglia con il suo simbolo può fare da collante e da garanzia. Un ruolo che andrà svolto con accortezza nel prossimo futuro per poter consentire a chi è alternativo alle sinistre di andare al governo del Paese.

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04/10/2021
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