Politica

di Mario Adinolfi

Cosa serve all’Italia

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La ferita inferta dall’astensionismo ormai maggioritario come atteggiamento nel Paese, confermato da dati strazianti sulla bassissima partecipazione popolare alla scelta degli amministratori di tutte le grandi città italiane, è un elemento che è stato rapidamente accantonato nel dibattito politico. Cos’è stato ad allontanare così drasticamente e, sembra, irrimediabilmente i cittadini anche dal mero esercizio del diritto di voto? Che vento spira, da rendere il Paese così cupo? Cosa serve ora all’Italia?

Sono domande difficili ma ritengo utile abbozzare alcune risposte. Il permanere di una condizione di commissariamento della politica che dura ormai da dieci anni ha senza dubbio infragilito l’idea che andare a votare serva a qualcosa. Da Monti a Draghi passando anche per il Conte “premier per caso”, la sensazione diffusa è che la determinazione del reale potere politico prescinda dalle indicazioni degli elettori che nel 2018 si affidarono all’ennesima realtà palingenetica che doveva mandare a casa tutti, salvo poi scoprire che quella con tutti si alleava pur di prolungare il pagamento delle indennità parlamentari ai fortunati detentori del biglietto della lotteria pentastellata. La rovinosa esperienza del grillismo alla testa di macchine amministrative complesse (Roma, Torino, Livorno) ha fatto capire che la retorica dell’uno vale uno franava miseramente al misurarsi coi fatti, così come quella dell’onestà onestà portava i cittadini a rimpiangere le bande di ladri che le città le hanno saccheggiate, evitandone però il degrado estremo nel quale pascolano i cinghiali a frotte. Insomma, se il voto non conta più e dove conta mi consegna al peggio, che vado a votare a fare? Punto interrogativo assolutamente legittimo e persino logico.

Persa la dimensione che definirei “morale” della partecipazione, si è dissolta anche quella identitaria. La netta sensazione è che rispecchiarsi in un partito diventi impossibile perché lo specchio è deformato e rimanda un’immagine che non ha contatto con la realtà. Una volta eri moderato e cattolico votavi Dc, eri moderato e non cattolico e votavi Pli o Pri, eri moderatamente di sinistra votavi Psdi o Psi, eri di sinistra votavi Pci, eri di destra votavi Msi. Semplice e netto, valori evidenti, blocchi sociali da difendere per ognuno con chiarezza, interessi da tutelare e bisogni a cui rispondere non confondibili, elementi identitari che non necessitavano di spiegazione. Oggi la sinistra tutela i garantiti e molla i più deboli, le destre non riescono a credere e vivere nei valori che proclamano, i cattolici si sono fatti dissolvere nell’acido dei loro dissidi interni, prevalgono interessi di conservazione dei privilegi garantiti da tecnocrazie sempre più potenti, con i bisogni popolari sempre più marginalizzati. L’esito di tutto questo è un fisco oppressivo e ingiusto, la condizione salariale più bassa d’Europa, la devastazione della scuola e della sanità pubblica, il dominio della burocrazia sull’efficienza, il blocco completo dell’ascensore sociale, complessivamente una condizione così disperante da allontanare in particolare i giovani da qualsiasi progettualità per il futuro, meno che mai quella del metter su famiglia. Questo genera la principale tragedia del Paese che è la denatalità, che è la bomba a orologeria piazzata sotto le colonne che reggono le colonne dell’intero sistema di welfare del nostro Paese.

All’Italia serve un campo vasto, centrale e cristianamente ispirato, che partendo dalla condivisione di questa analisi sappia restituire all’Italia un respiro riformista ampio che parta dai concreti bisogni delle classi popolari, agganciando proposte dal forte contenuto valoriale abbandonando l’amoralismo prevalente di questa stagione. Ai propugnatori dei falsi nuovi diritti civili a drogarsi, a suicidarsi, a devastare ulteriormente l’istituto matrimoniale e la famiglia occorre contrapporre una vasta aggregazione politica profondamente popolare in grado di avviare una stagione di attenzione ai concreti diritti sociali: al lavoro, ad un fisco equo parametrato sul quoziente familiare, alla casa per le giovani coppie, alla scuola libera, all’investimento in cultura e ricerca, al giusto salario, alla valorizzazione del bello di cui l’Italia è custode mondiale, al sostegno all’impresa in particolare quella familiare, all’assistenza per i disabili e alla previdenza per gli anziani, alla sanità gratuita per tutti, da tutelare complessivamente con una vasta campagna per la natalità e per la tutela della famiglia che dovrà inevitabilmente puntare sul reddito di maternità per concretizzarsi, tutto il resto è pannicello caldo.

Sono certo che se fossimo in grado di restituire agli italiani una casa in cui questa battaglia concreta per i diritti sociali si fa chiara e identitaria, avremmo trovato risposta al quesito: cosa serve all’Italia? Il Paese ha bisogno di un ritorno alla buona politica, per usare i denari del Pnrr per rinascere e non per affondare ulteriormente. I ddl Zan e i referendum per la cannabis o l’eutanasia rappresentano una paccottiglia ideologica che spesso ho racchiuso nella definizione “oceano di minchiate” in cui qualcuno ha pensato di far nuotare gli italiani distraendoli dal quotidiano depauperamento dei loro diritti sociali. Ma gli italiani non sono distratti, se ne sono accorti e hanno mollato la partecipazione democratica, considerandola esercizio inutile. Questo getta una luce sinistra e fosca sugli Anni Venti. Per rischiararla con un raggio che sappia di speranza la politica deve dimostrare agli italiani di aver capito costruendo una nuova casa che sappia rispondere davvero e per ragioni anche moralmente alte ai loro bisogni.

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07/10/2021
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