Storie

di Rachele Sagramoso

Generare tanto, riceverne il settuplo

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“Coraggiosa” mi apostrofano sempre quando mi chiedono il numero dei figli.

In realtà, quel “coraggiosa!” viene usato come sinonimo di “incosciente”.

Sì, perché quando elenco il numero di figli (“Tutti suoi?”) la risposta è sempre un mugolio misto tra stupore e biasimo. Un “Ah!” emesso a caso, senza significato apparente, che per me è eloquente. Se poi l’interlocutrice è la classica donna di mezza età che apostrofa ‘tesoruccio’ al cane, lo sguardo è di completa compassione: la povera donna soggiogata dal patriarcale coniuge, che non sa dell’esistenza degli anticoncezionali. Di solito “Ah” significa questo.
Per tutto il resto della popolazione, a parte alcuni “Ah” di stupore, c’è quasi

un curioso senso di pseudo-ammirazione (‘pseudo’ perché se chi dice “Ah” ha avuto un figlio solo e l’esperienza è stata deflagrante, “Ah” vuole dire “Poveraccia: spero che ti vada meglio di come è andata a me”, che comunque è compassione). Quando ho letto i racconti di Marcello, mi ci sono immedesimata. Non sono molti i libri sulle famiglie numerose che parlano alle persone raccontando il fatto che esistono coppie che si tengono strette e – nonostante le ore di sonno mancanti e le mille preoccupazioni quotidiane – riescono a superare ogni paura del futuro continuando a mettere al mondo fantastici figli.
Emanuela e Marcello, incoscientemente, hanno riposto la loro fiducia nella Provvidenza. Perché scrivo “incoscientemente”? Semplice: perché la nostra epoca, privata di una percezione metafisica del quotidiano, si è fatta invadere da una coscienza che frena i giovani nel progettarsi un futuro in modo da affidarsi a Chi ne sa di più. Bisogna essere un po’ così, quando si decide di sposarsi e fare figli: sapendo che l’impegno quotidiano (nel lavoro, nelle scelte educative, nel ponderare le spese) possiede un valore positivo e mai negativo, si decide di non delegare a un pessimismo ambientale, ma a un ottimismo spirituale concretamente corrisposto in stanchezza, preoccupazioni, ma anche gioie infinite e tanti, tanti, tanti gesti d’amore profondo. La coscienza di chi afferma, alleggerendosi da ogni responsabilità personale, che tanto “del doman non v’è certezza”, è quella di chi non vuole crescere e maturare in maniera adulta. Rimanere eterni adolescenti (tra l’altro un tipo
di adolescenti di pessima caratura) adducendo a qualsiasi realtà circostante il proprio disimpegno al migliorare la vita propria e altrui in questo breve pellegrinaggio terreno, è il peggior modo per vivacchiare senza speranza. Chi mette al mondo dei figli, invece, di speranza ne ha molta perché sa che la costanza e il sacrificio hanno poco di negativo: al contrario, darsi completamente a un coniuge perché insieme si possa costruire una casa sulla roccia piena zeppa di persone (moccicose, capricciose, indolenti e caparbie) che sanno di essere amate per quello che sono - perché così ama chi ti mette a l mondo, mostrandoti il fatto che sei preziosissimo e inimitabile, e vali ogni minuto di sonno mancato – è educare all’amore gratuito e puro. Amore di Chi, amandoci da prima del nostro concepimento, sa che ce la possiamo fare, che siamo in grado di allevare splendide creature che, sapendo d’essere amate, ameranno. Non si può infatti educare a tutte quelle belle parole che si sentono ai tiggì o si leggono sui social dal pedagogista di turno (‘empatia’, ‘altruismo’, ‘inclusione’, ‘solidarietà’...), se si suppone che ci possa essere una persona che non può venire al mondo perché è il momento peggiore per i genitori. Accettare ed accogliere tutte le vite che si è chiamati ad allevare, è sapere che siamo amati per primi noi stessi. E questo amore ricevuto non può che tornarci indietro in modo sovrabbondante.

Grazie Marcello ed Emanuela, perché vi siete fatti strumento della Provvidenza.

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07/10/2021
2810/2021
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