Chiesa

di Emilia Flocchini

Beato Francesco Mottola, poeta della carità e della contemplazione

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«Un amore senza ritorni, senza riposi, senza confini, è questa la santità». Questa frase, tratta dagli scritti poetici di don Francesco Mottola, sacerdote e fondatore della Famiglia Oblata, ha accompagnato il cammino della diocesi di Mileto-Nicotera-Tropea fino al giorno della sua beatificazione, alle 10 di domani, presso il piazzale del santuario di Santa Maria dell’Isola (o, in caso di maltempo, nella Concattedrale di Maria Santissima di Romania) a Tropea.

Inizialmente, la data concordata era il 30 maggio 2020, ma l’emergenza sanitaria per la pandemia del coronavirus ha condotto a un rinvio. A presiedere la Messa con il Rito della Beatificazione, come inviato del Santo Padre, è il cardinal Marcello Semeraro, Prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi. Padre Pio TV garantisce la diretta televisiva a livello nazionale.

Quella di don Mottola è una figura dai molteplici aspetti: sottolinearne uno rischia di mettere in ombra gli altri. Eppure, proprio nel suo stile poetico e nella sua concretezza, è possibile trovare un filo che li unisce tutti.

Nasce a Tropea il 3 gennaio 1901 e viene battezzato due giorni più tardi, nella parrocchia di San Demetrio, coi nomi di Francesco Gaetano Umberto. Suo padre Antonio è un abile artigiano del legno, mentre sua madre, Concetta Bragò, è la principale educatrice alla fede dei figli: ne sopravvivono solo tre, ovvero Francesco, Gaetano e Titina. Proprio poco dopo aver dato alla luce quest’ultima, però, la donna muore, a causa di una grave crisi depressiva; è il 21 giugno 1912.

Per Francesco, undicenne, è il primo impatto col mistero del dolore: incide in maniera tanto forte in lui da confermare la sua certezza di essere figlio della Vergine Maria, di cui è già consapevole. La Madonna di Romania, arrivata via mare da Costantinopoli all’epoca dell’iconoclastia, è l’icona da cui si sente particolarmente guardato con amore; non a caso, sarà collocata accanto all’immagine che sarà svelata, come indica il Rito della Beatificazione, dopo la lettura della Lettera Apostolica con cui il Papa autorizza la sua venerazione col titolo di Beato.

Nei suoi studi in Seminario, Francesco è uno dei migliori: sin dalle elementari è alunno del Seminario vescovile di Tropea, mentre nel 1917, per gli studi teologici, passa al Seminario Regionale «Pio X» di Catanzaro. Lui e gli altri studenti, come ricorderà anni dopo, non si sentono simili a vecchi nobili decaduti, ma fanno tesoro del passato per vivere al meglio il presente. Con questo spirito, fonda con alcuni di loro il «Circolo di Cultura Calabrese», un gruppo di fraternità, studio e apostolato, a cui dà questo intento: «…come uomini cercheremo la verità con mente serena e interrogheremo il nostro passato…Come cristiani, convinti che la perfezione non distrugge ma nobilita il carattere regionale, cercheremo coloro che il carattere calabrese coronarono di santità affinché il nostro popolo possa ricevere conforto nella costruzione di una civiltà che non sia solo macchine e commercio».

Il suo cuore è aperto agli influssi della Grazia, che sente vivissimi a partire dal 1918. Deve però allontanarsi spesso dal Seminario per motivi di salute, particolarmente nell’ultimo anno. Viene quindi ordinato suddiacono a Catanzaro il 10 maggio 1923, diacono il 25 dicembre seguente a Tropea e, il 5 aprile 1924, sacerdote. Prima dell’ordinazione sacerdotale, stende un regolamento di vita a cui s’impegna a restare sempre fedele.

Il suo primo incarico come parroco a Parghelia, ottenuto tramite concorso, dura meno di un anno, a causa della sua salute malferma. Don Francesco, allora, comincia a insegnare nel Seminario di Tropea, di cui diventa anche rettore nel 1929: il suo maggiore impegno è trasformarlo in un «Cenacolo profumato di Eucaristia». Appena trentenne, è nominato Canonico Penitenziere della Cattedrale: ascolta per ore le confessioni di numerosi penitenti, che rimprovera e incoraggia con umiltà e discrezione. A chi gli chiede di riposarsi, almeno nei mesi estivi, risponde: «Sto bene, qui c’è Gesù».

Predica poi molti corsi di Esercizi Spirituali per i confratelli sacerdoti, ai quali riserva molto del suo tempo in confessionale e coi quali si mantiene in contatto per lettera. Inoltre, fonda e dirige la rivista «Parva Favilla». Anche l’Azione Cattolica diocesana beneficia del suo ministero: in numerosi convegni afferma, non senza meraviglia per il tempo, che anche i laici possono vivere la preghiera contemplativa.

In effetti, già dal 1935 don Francesco comincia a formare a quello stile, ma anche alla carità concreta, un gruppo di giovani laici che ogni settimana ricorrono alla sua direzione spirituale. Ancora prima, nel 1931, ha avviato con alcuni confratelli un’esperienza simile. In più, tra le collaboratrici che l’aiutano in Seminario e negli altri incarichi, sa che ci sono donne intenzionate a donarsi a Dio e al servizio materno del popolo calabrese. Queste tre aggregazioni, gli Oblati Laici del Sacro Cuore, i Sacerdoti Oblati e le Oblate del Sacro Cuore, oggi Istituto Secolare sono animate da quella che lui definisce «l’Idea», ossia un impegno a offrirsi a Dio Padre per la salvezza dei fratelli, sulla scorta di quanto scrive san Paolo nella Lettera ai Romani.

A tutti gli Oblati indica una via che coniuga silenzio e azione, senza squilibri da una parte o dall’altra. Vuole che siano tutti, non solo le consacrate, madri per i piccoli, ovvero, in calabrese, per i «nuju du mundu». Il suo amore per essi lo conduce a pensare alle Case della Carità, nelle quali, con spirito di famiglia, si dia accoglienza a bambini, orfani, anziani, poveri e persone con disabilità. La prima Casa della Carità è inaugurata a Tropea l’8 dicembre 1936: ne seguono altre a Vibo Valentia, Parghelia, Roma.

Don Francesco si sente chiamato a un’offerta più totalizzante di quanto abbia mai pensato a partire dal giugno 1942, quando, appena arrivato alla stazione ferroviaria di Reggio Calabria dopo un lungo viaggio, sviene. Di lì a poco, rimane paralizzato, fino a perdere l’uso della parola. Finché può, celebra la Messa, lasciando meravigliati quelli che assistono, e concretizzando quanto aveva scritto ricordando l’aurora (usa proprio questo termine) del suo sacerdozio. A causa della paralisi, viene dispensato dalla recita del Breviario, sostituita con la preghiera del Rosario; con esso, lentamente, scandisce le sue giornate.

Nei suoi ultimi anni di vita, resta comunque attento ai cambiamenti nella società calabrese e nella Chiesa locale e universale: segue infatti con vivo interesse il Concilio Vaticano II. Il 25 dicembre 1968 gioisce all’apprendere che monsignor Vincenzo De Chiara, vescovo di Tropea, ha riconosciuto la Famiglia degli Oblati del Sacro Cuore come Istituto Secolare di diritto diocesano (le Oblate del Sacro Cuore diventeranno invece di diritto pontificio nel 1975). Muore nella sua casa paterna, il 29 giugno 1969, ripetendo per l’ultima volta: «Eccomi… Eccomi tutto».

In uno dei suoi componimenti poetici, don Francesco si era paragonato a «una povera lampada ch’arde», «una fiamma che cerca spasimando i cieli». Della sua luce si sono accorti quanti, nella Famiglia Oblata, si sentivano eredi del suo insegnamento, i quali hanno proceduto a chiedere l’apertura della sua causa di beatificazione e canonizzazione. L’inchiesta diocesana si è quindi svolta a Tropea dall’11 febbraio 1982 al 29 giugno 1988, mentre il decreto sull’eroicità delle virtù è stato promulgato il 17 dicembre 2007.

Il decreto sul miracolo è invece stato promulgato sul finire dello speciale Anno Giubilare Mottoliano, il 2 ottobre 2019. Il caso esaminato è stato la guarigione di Felice Palamara, allievo del Pontificio Seminario Maggiore di Roma, affetto da ritenzione urinaria funzionale, una patologia che comportava il mancato svuotamento totale della vescica. La notte tra il 13 e il 14 maggio 2010 vide in sogno don Francesco, di cui era particolarmente devoto: lui gli parlò e gli preannunciò che non avrebbe più avuto bisogno di operazioni chirurgiche. Appena si svegliò, il giovane riuscì ad andare in bagno tranquillamente. Oggi è non solo sacerdote e parroco a Pannaconi (frazione di Cessaniti, in provincia di Vibo Valentia), ma anche membro della Famiglia Oblata.

I figli spirituali di don Mottola continuano la sua missione nelle Case della Carità, ma anche nei luoghi più ordinari della loro vita, sempre con l’Idea al centro e la determinazione a essere, come il Beato fondatore voleva, «certosini della strada» con cuore materno e operoso.

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09/10/2021
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