Chiesa

di Emilia Flocchini

Beati 127 Martiri di Cordova: la vittoria dell’Amore

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Nei centoventisette martiri della diocesi di Cordova, uccisi nel corso della guerra civile spagnola e beatificati questa mattina nella cattedrale cordobese intitolata a Nostra Signora dell’Assunzione, splende «la vittoria dell’Amore», come riporta l’hashtag ufficiale che accompagna, sui social media, i post che raccontano questo evento. Secondo quanto riporta il sito Religión en libertad, ora i martiri spagnoli del ventesimo secolo riconosciuti ufficialmente, quindi tra Santi e Beati, sono 2096.

Nella sua omelia, il cardinal Marcello Semeraro, Prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi, che ha presieduto la solenne Eucaristia col Rito della Beatificazione, ha citato la definizione che di essi ha tracciato uno dei Consultori teologi: il loro insieme ci pone «di fronte a una varietà di profili umani, a una ricchezza e profondità di spiritualità, talvolta anche con profonde radici nelle scienze teologiche, espressa nella molteplicità dei vissuti quotidiani, prima di raggiungere la vetta del martirio il quale sigilla con il sangue tutta l’esistenza. Siamo di fronte a uno spaccato di storia la cui memoria potrà diventare luogo di evangelizzazione dentro contesti secolarizzati. È la testimonianza di una Chiesa circumdata varietate. È come l’esplosione della Pentecoste, la realizzazione della profezia di Gioele: Lo Spirito Santo irrompe su tutti: anziani e giovani, figli e figlie, e chiunque invocherà il nome del Signore sarà salvo».

Tra di essi, le cui date di morte vanno dal 21 l uglio 1936 al 12 gennaio 1939, figurano parroci, viceparroci, cappellani ospedalieri e sacerdoti senza particolari incarichi; tre Frati Minori, ovvero fra José Roig Llorca, padre Domingo Montoya Elorza e padre Buenaventura Rodríguez Bollo; una suora delle Figlie del Patrocinio di Maria, madre Maria della Consolazione, al secolo María Josefa González Rodríguez. Sono presenti anche cinque seminaristi diocesani, due dei quali, Antonio e Manuel Montilla Canete,erano fratelli.

Don Juan, il capogruppo, trentatreenne, era nato a Castro del Río il 16 novembre 1902. A quindici anni era entrato nel Seminario diocesano di Cordova ed era diventato sacerdote il 29 maggio 1926. Aveva esercitato il ministero inizialmente come viceparroco a Pedro Abad il 1° luglio 1926, poi, il 26 giugno 1933, era stato nominato parroco-economo della parrocchia di Nostra Signora del Carmelo del suo paese natale, proprio mentre si avvertivano i primi segnali della persecuzione.

Era stato arrestato il 21 luglio 1936 dopo che, richiesto di presentare le proprie armi, aveva mostrato il suo crocifisso. Durante la prigionia aveva confortato i compagni anche tramite il Sacramento della Confessione e recitato continuamente il Rosario e il Breviario. Prima di essere condotto alla fucilazione, il 25 settembre 1936, aveva fatto in tempo a pregare Compieta; tra le pagine del Breviario fu trovata la lettera con cui si congedava da sua madre, incoraggiandola a essere lieta di aver offerto un figlio a Dio.

I laici, in tutto trentanove, ovvero ventinove uomini e dieci donne, erano commercianti, casalinghe, maestri e professori. In gran parte erano soci di Azione Cattolica, membri di confraternite o dell’Associazione per l’Adorazione Eucaristica notturna: nei loro paesi, mentre la persecuzione avanzava, erano segnati a dito per il loro impegno nella Chiesa.

Questo è valso il martirio anche a due coppie di sposi: i primi, Francisco de Paula Ortega Montilla e María Antonia Vergara Melgar, gestivano un negozietto situato nella loro stessa casa di Puente Genil, dove vendevano articoli di cartoleria, ma anche oggetti e libri religiosi. Non avevano figli ed erano totalmente dediti a opere di carità. Quando i miliziani comunisti erano arrivati in città, non li avevano arrestati come altri
compaesani: invece, li avevano legati mani e piedi, cosparsi di benzina e bruciati vivi all’interno del loro negozio, il 23 luglio 1936; entrambi avevano sessantotto anni.

Isidra Fernández Palomero e Isidoro Fernández Rubio, morti il 16 agosto 1936, erano invece di Villaralto, dove vivevano con i loro tre figli, un maschio e una femmina. Allo scoppio della guerra civile, la chiesa del loro paese era stata data alle fiamme, mentre il parroco era stato obbligato a lavorare come macellaio. Avevano messo in salvo i loro figli nel paese di Dos Torres ed erano scappati, con altri compaesani, a Pozoblanco, difeso dalla Guardia Civil, ma dopo qualche tempo avevano deciso di tornare indietro. I miliziani li avevano catturati e legati, in forma di croce, ai cancelli di una miniera vicina. Durante le numerose torture patite dall’uno e dall’altra, Isidora incoraggiava il marito a gridare «Viva Cristo Re».

La persecuzione ha causato anche la distruzione di moltissimi archivi parrocchiali, impedendo quindi, anche nella fase di ricerca documentaria per la causa, il reperimento degli atti di Battesimo o di Matrimonio di molti martiri. È accaduto così per le sorelle Antonia e Julia Durán Palacios, casalinghe nubili, impegnate nella parrocchia di Posadas come catechiste e componenti del coro. Entrambe, come anche la loro madre vedova, Antonia Palacios Bonilla, erano schernite come “beate” (in questo caso, quasi come sinonimo di “bigotte”).

Josefa e María Luisa Bonilla Benavides erano anche loro sorelle, casalinghe e compaesane di Antonia e Julia. Furono arrestate perché i miliziani non erano riusciti a mettere le mani su un loro fratello, impegnato politicamente, ma anche perché note per la loro frequentazione della parrocchia. Con loro, al momento dell’arresto, c’era l’anziana María Brígida Toledano Osa, appena rimasta vedova perché suo marito, col quale
custodiva una cappella dedicata a san Giacomo apostolo, era stato assassinato.

Le sei donne furono condotte, nella notte del 27 agosto 1936, in un podere vicino Posadas, torturate e abusate in vario modo; alla fine, dopo essere state colpite con armi da fuoco, vennero gettate, alcune ancora mezze vive, in un pozzo pieno d’acqua.

Non sono molti i ragazzi e i giovani laici non seminaristi in questo gruppo, ma tra di essi risaltano due appena quindicenni e un diciottenne. Antonio Gaitán Perabad, di El Carpio, aveva rifiutato di proseguire gli studi a Cordova per restare ad aiutare suo padre nel negozio di alimentari che gestiva con la moglie. Non lo aveva abbandonato neanche al momento della cattura e dell’esecuzione, anche se un miliziano, mosso a pietà, gli aveva offerto la possibilità di scappare all’ultimo momento. Al momento della morte, il 21 agosto 1936, gli mancavano sei giorni per compiere sedici anni.

Era più o meno suo coetaneo, perché aveva quindici anni e sei mesi, Francisco García León, di Montoro. Nei giorni seguiti all’inizio della guerra, era tra i pochi ragazzi del paese che non avevano smesso di andare a Messa tutti i giorni e di fare la Comunione. Il 20 luglio 1936, alcuni miliziani, provenienti da Linares, arrivarono in casa sua per arrestare suo padre. Tornati per portare via anche suo zio, videro spuntare, dalla tasca dei pantaloni del ragazzo lo Scapolare del Carmelo (era infatti molto legato ai Carmelitani, arrivati nel suo paese due anni prima) e gli ordinarono di toglierlo, o sarebbe stato arrestato anche lui. Francisco affermò
di essere disposto a tutto, tranne che a liberarsi di quel segno religioso. La sera del 22 luglio cadde vittima dell’attacco, da parte di miliziani marxisti, che avevano fatto irruzione nel carcere dov’era prigioniero insieme ai suoi parenti e ad altri compaesani.

Diciottenne era invece Francisco Izquierdo Pérez, di Villafranca de Córdoba, coinvolto nel partito di Azione Popolare, ma ancora di più come cantore e fedele della parrocchia di Santa Marina, l’unica del suo paese. Fu catturato nella notte tra il 31 luglio e il 1° agosto 1936, ma poté essere visitato dal padre e dai fratelli, che mai lo videro triste o abbattuto; anzi, li esortava a portare pazienza anche verso i suoi carcerieri. Il 3 agosto, suo padre venne a sapere che era stato portato a El Carpio, lì vicino, ma non riuscì a trovarlo; dopo un giorno di ricerche, gli fu detto che era stato torturato, quindi condotto nella zona di “El Salto”, presso il Guadalquivir, per ucciderlo.

Una delle vicende più sorprendenti riguarda Blanca de Lucía Ortiz. Figlia di un farmacista, le fu concesso di studiare a Siviglia e Madrid: era un fatto eccezionale, in un’epoca in cui le donne non proseguivano gli studi a livello universitario, o comunque rimanevano nella propria città. Sposò José María Regis Velasco Álamo, giudice di Palma del Río, ma rimase vedova il 14 maggio 1919, senza figli né eredi diretti.

Concedeva spesso gratuitamente i farmaci ai clienti più poveri e frequentava quotidianamente, per la Messa e la Comunione, la parrocchia guidata da don Juan Navas Rodríguez-Carretero, anche lui compreso tra i centoventisette Beati. La sua famiglia aveva simpatie di destra, ma lei personalmente non ebbe alcuna affiliazione politica. Il 2 agosto 1936 fu arrestata: rimase in carcere fino all’alba tra il 19 e il 20 agosto, quando fu portata sul ponte che a ttraversava il fiume Genil, uccisa e gettata nel corso d’acqua. Il suo cadavere non fu mai trovato.

Monsignor Demetrio Fernández González, vescovo di Cordova, nel suo saluto finale ha dichiarato: «Le torture che i nostri martiri hanno subito si sono trasformate in occasione per un Amore più grande». La Chiesa cordobese, dunque, gioisce per aver visto elevare agli altari i migliori dei suoi figli e s’impegna a tramandarne la memoria (che, liturgicamente, ricorrerà il 6 novembre, data in cui tutte le diocesi spagnole ricordano i loro S anti e Beati martiri del ventesimo secolo), ma anche a chiedere, se Dio vorrà, il miracolo che porterà alla loro canonizzazione.

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15/10/2021
0712/2021
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