Società

di Antonio Meo

Il green pass tra scienza e buonsenso

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Quando prendo una decisione, devo tener conto dei fatti. Prima di uscire guardo se piove. Un primo modo per saperlo è guardare fuori dalla finestra; se non ho questa possibilità, potrò almeno guardare cosa mi dice il barometro. Guardare il barometro può sembrare più scientifico che guardare fuori dalla finestra, ma in entrambi i casi sto facendo un’osservazione obiettiva, più o meno diretta, della realtà. Quest’osservazione si può definire in qualche modo “scientifica”. Una volta ottenuta quest’informazione, dovrò decidere cosa fare. Se piove e non dispongo di un ombrello o di un impermeabile, dovrò scegliere se bagnarmi uscendo senza protezione, o se preferisco restare in casa. Magari prima proverò a procurarmi qualche informazione supplementare, per esempio sul mio stato di salute e sulle possibili conseguenze che potrebbero derivare dal bagnarmi. Infine, comunque, sarò io a decidere fino a che punto mi sento di accettare un rischio per la mia salute, tenendo conto anche dei motivi, più o meno importanti, per cui dovrei uscire. Se decido di accettare un certo grado di rischio, non vuol dire che io abbia agito contro la scienza. Un atteggiamento antiscientifico, ideologico, sarebbe quello di negare le notizie sul mio stato di salute, perché ho voglia di uscire comunque. Ma il ruolo della scienza termina qui. Se chiamo un tecnico a casa mia per fargli predisporre un impianto di diffusione audio in tutte le camere, non sarà certamente lui a decidere quale musica ascolterò. Nelle decisioni sul green pass, più in generale nelle decisioni sulla gestione della pandemia, la scienza è fondamentale per fornire informazioni, però al centro delle decisioni non deve stare la scienza, ma gli obiettivi. La scienza serve solo a indicare le strade per raggiungerli. L’obiettivo “sicurezza” è fondamentale, ma non è l’unico. Questo può sembrare un discorso da incoscienti, perché “la sicurezza viene prima di tutto”. Mi permetto di dissentire. Tutti noi, pensiamoci, accettiamo quotidianamente nella vita un certo grado di rischio. Nel costruire una strada, sappiamo benissimo che su quella strada potranno avvenire incidenti anche mortali.

Tuttavia la costruzione della strada potrebbe offrire vantaggi superiori a questo rischio. Non sto parlando soltanto del fatto che la strada potrebbe salvare vite umane, permettendo il traffico di generi alimentari o facilitando l’accesso veloce alle strutture sanitarie. Non si tratta solo di un conteggio di morti in più o morti in meno. Noi non viviamo per sopravvivere, ma per vivere. La strada può offrire occasioni per “vivere”, permettendoci di raggiungere persone care, o di andare a una manifestazione culturale o artistica. Certo dovremo evitare di agire in maniera egoistica, le nostre esigenze non possono essere soddisfatte a scapito delle generazioni future, per esempio costruendo una strada che ammazza il paesaggio. Insomma saranno tante le esigenze da tener presenti quando si decide fare qualcosa. La sicurezza è solo una di queste. Nello specifico della gestione della pandemia, dobbiamo riconoscere l’esistenza di una complessità di esigenze. Certamente la sicurezza è importante, ma a quale prezzo la vogliamo ottenere? E poi, in quale misura è ragionevolmente raggiungibile? Le vaccinazioni hanno un indubbio ruolo positivo, tuttavia la narrazione di una campagna vaccinale che metterà fine all’epidemia appartiene ai legittimi desideri, ma il buon senso mi dice che è tutt’altro che una certezza. Viviamo in un mondo globalizzato, la vaccinazione, per quanto praticata in massa, non ci proteggerà da eventuali varianti resistenti prodotte altrove, che giungerebbero qui con il primo portatore proveniente dall’estero. Dovremo forse continuare a sacrificare alla sicurezza le nostre libertà, la nostra privacy, le nostre relazioni, le nostre attività? Un pò certamente, siamo d’accordo. Ma se è troppo, forse non vale la pena. Quali saranno le conseguenze psicologiche, sociali, culturali, che si producono in una generazione di bambini cresciuti guardandosi dal pericolo, soprattutto se questo pericolo è rappresentato da ogni altro essere umano? Quali sono i possibili interessi nascosti che manovrano dietro queste scelte? Non parlo solo di chi vuole vendere vaccini, ma di un capitalismo della sorveglianza che in questi cambiamenti culturali planetari vede un’occasione d’oro per imporre i suoi meccanismi al mondo intero. Qual è il limite tra il ragionevole e il troppo? Pongo delle domande. Io non ho risposte certissime. Devo anche accettare che la mia sensibilità si confronti con le altre sensibilità. Ci saranno scontri e dibattiti. D’altra parte anch’io, quando devo prendere una decisione difficile in ambito strettamente personale, sento dentro di me la lotta tra esigenze opposte, che devono trovare una composizione. Inevitabile e salutare che questo confronto avvenga anche per le decisioni collettive. Ciò che non mi piace in questo momento è che i sostenitori della “sicurezza prima di tutto” sembrano essersi attribuito il ruolo degli illuminati, dei razionali, presentando con sprezzo le voci alternative come irrazionali, antiscientifiche, incivili. Questo per reazione ottiene un risultato: ghettizzare le altre opinioni respingendole verso posizioni che davvero sono irrazionali e incivili.

Per favore, un pò di umiltà.

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16/10/2021
1808/2022
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Con 4 italiani vaccinati su 5 il green pass, come in Danimarca, non serve più.

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