Chiesa

di Tommaso Ciccotti

Paglia: no all’eutanasia

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Nelle fasi terminali della vita, il primato va dato all’accompagnamento della persona malata, al prendersi cura. E i modi ci sono, ben diversi dalle pratiche eutanasiche, che si vorrebbero mettere in atto per “praticità”, non certo per umanità. E’ uno dei passaggi della Lectio che ha tenuto monsignor Vincenzo Paglia, presidente della Pontificia Accademia per la Vita, stamattina al Congresso internazionale dei Cavalieri di Malta, a Roma, sul tema “Tecnologie e fine vita: il primato dell’accompagnamento”.

Citando un passaggio del Catechismo nel quale si esplicita chiaramente la legittimità di rifiutare l’uso di mezzi terapeutici sproporzionati, monsignor Paglia ricorda che il Magistero della Chiesa “esclude con chiarezza la legittimità delle scelte che sopprimono la vita (eutanasia e assistenza al suicidio), ma si assume con altrettanta chiarezza la differenza tra uccidere e lasciar morire. Mentre il primo, nelle diverse forme in cui può configurarsi, è considerato sempre illecito, il secondo è considerato lecito quando siamo in presenza di trattamenti sproporzionati”.

E’ necessario un dialogo, tra sanitari e persona malata. I primi “hanno competenza - ha sottolineato il presule - sull’accertamento dell’appropriatezza clinica delle cure”. Alla persona malata “spetta la parola decisiva su ciò che concerne la propria salute e gli interventi medici sul proprio corpo. Saranno quindi necessari un’informazione il più possibile completa, una comunicazione aperta e un dialogo collaborativo sia con l’équipe curante, sia con le persone care che accompagnano il malato”.

Monsignor Paglia ricorda che ci sono due strumenti che possono aiutare malati, famiglie, operatori sanitari. Le disposizioni anticipate di trattamento sono “uno strumento valido per il rispetto della volontà del paziente nella valutazione di proporzionalità, che è il criterio fondamentale che legittima l’impiego dei mezzi terapeutici in medicina. Esse trovano la modalità concretamente più valida di attuazione nella pianificazione condivisa delle cure, prevista all’art. 5 della stessa legge 217/2019, anche per l’insegnamento della Chiesa”.

Il secondo strumento riguarda le Cure Palliative. “Valorizzare la fase terminale, com’è nell’istanza originaria delle Cure palliative, vuol dire introdurre il tempo del morire nel campo della relazione, per aiutare a viverlo nel senso che una persona intende dare al compimento della sua vita”. L’esperienza clinica e didattica mostra che pochi studenti, sia di medicina sia dei corsi infermieristici, paiono intenzionati a dedicarsi alla cura della persona in prossimità della morte e soprattutto della persona anziana, considerando questo ambito professionale come scarsamente gratificante rispetto a specialità più ambite.

“Come Accademia stiamo dedicando molte energie a questo fronte, sia per la formazione dei medici nelle università, sia nella pratica clinica”. Esprimendosi a favore di una “cultura” delle Cure Palliative, applicando davvero la legge 38/2010, monsignor Paglia ha sottolineato che “occorre dare nuovo spazio alla relazione e all’ascolto delle emozioni, che esprimono la dimensione propriamente umana del morire. Qui sta il problema che la cultura delle Cure palliative è chiamata ad affrontare. Se non ne è capace, il rischio è che questo progetto, nato con l’intento di valorizzare personalmente e socialmente la fase finale della vita terrena (e il passaggio a quella eterna), finisca per ridursi a un’ulteriore forma di medicalizzazione del morire”.

Ai credenti, alle persone di buona volontà, sinceramente vicine al prossimo, spetta oggi “prendere pubblicamente posizione contro le pressioni di varia natura che spingono per ridurre il paziente in fase terminale a un insieme di funzioni biologiche inefficienti, da medicalizzare o da narcotizzare; e, dall’altra, spetta di non svalutare il tempo del morire, ma di approfondirne il senso per ogni persona e per l’intera comunità”.

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03/11/2021
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