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Pensioni, salta lo “scalino”

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Dopo lo scalone nel passaggio tra Quota 100 e la legge Fornero in versione integrale, salta anche lo “scalino” di Opzione donna. Che si sarebbe materializzato con l’innalzamento della soglia anagrafica per l’uscita anticipata delle lavoratrici, in possesso di almeno 35 anni di contributi, dagli attuali 58 anni (59 per le “autonome”) e 60 anni (61 sempre il settore del lavoro autonomo). Un innalzamento inserito nel testo del disegno di legge di bilancio approdato in Consiglio dei ministri per l’approvazione, ma che non sarà più previsto dall’articolato finale della manovra su cui si dovrà pronunciare il Parlamento. A meno di ripensamenti dell’ultima ora (sempre possibili), il requisito anagrafico dovrebbe rimanere fermo a 58 anni anche per il prossimo anno.

L’intenso pressing della maggioranza e dei sindacati, ha indotto il governo a un rapido ripensamento sui requisiti per accedere a Opzione donna, che sarà prorogata per il 2022 così come l’Ape sociale in versione estesa a nuove categorie di lavori gravosi. L’intenzione di far lievitare la soglia anagrafica a 60 anni, con conseguente “scalino” rispetto alla soglia attuale, è stata già abbandonata. I ministeri dell’Economia e del Lavoro si sono messi all’opera per recuperare le risorse necessarie per mantenere l’attuale schema di uscita anticipata con 58 anni d’età (59 per le “autonome”) e almeno 35 di versamenti, da maturare entro la fine di quest’anno. Un’operazione non impossibile vista l’utilizzazione relativamente bassa registrata fin qui per questo strumento: nel 2019 le richieste per Opzione donna accolte dall’Inps sono state 21.090 e nel 2020 14.510.

L’utilizzazione di Opzione donna è vincolata al ricalcolo contributivo della pensione anticipata. Un meccanismo che piace a Mario Draghi e che potrebbe essere proposto dal governo al tavolo con le parti sociali che si aprirà nelle prossime settimane per provare a definire un nuovo assetto previdenziale dal 2023, dopo che alla fine del prossimo anno si sarà esaurita Quota 102 (uscita con 64 anni d’età e 38 di contributi), voluta dal governo per rendere più graduale il passaggio tra Quota 100, che scade a dicembre 2021, e la legge Fornero in versione integrale (comprensiva dei provvedimenti in vigore che l’anno preceduta)

Dunque per chi volesse (o “dovesse”) uscire dal lavoro prima di essere in possesso dei requisiti di “vecchiaia”, scatterebbe un trattamento totalmente contributivo calcolato sui versamenti e sull’anzianità contributiva effettivamente maturati, con conseguente riduzione rispetto a una assegno comprensivo di una “fetta retributiva”. In questo modo ci sarebbe una sorta di allineamento al canale d’uscita già previsto dalla legge Fornero per i soggetti interamente “contributivi” (chi ha cominciato a lavorare dopo il 31 dicembre 1995), che già consente il pensionamento con un minimo di 64 anni d’età e 20 di contribuzione.

In Parlamento quasi tutta la maggioranza chiede una riforma organica dal 2023 per evitare un ritorno secco alla legge Fornero. E questo è anche l’obiettivo dei sindacati, che però non gradiscono l’ipotesi di anticipo contributivo per tutti.

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05/11/2021
0410/2022
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