Società

di Cristina Zaccanti

Il Piemonte e le iniziative made in gender

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Tre episodi, gli ultimi due a breve distanza l’uno dall’altro, portano il Piemonte alla ribalta dell’attenzione mediatica per iniziative targate gender. A inizio anno scolastico al liceo classico “Botta” di Ivrea un professore sessantenne si presenta, a transizione di genere avvenuta, sotto le sembianze di un’avvenente quarantenne con bionda capigliatura al posto delle precedente naturale calvizie. I giornali esaltano quanto sia speciale un professore di tal fatta che sarà per gli studenti luminoso esempio di autodeterminazione. Due mesi dopo in nome dell’inclusività, a Torino, il liceo classico-musicale “Cavour” decide di adottare l’asterisco in sostituzione delle desinenze dei generi grammaticali. Infine a Pianezza, nella cintura del capoluogo piemontese, si scatena un linciaggio mediatico in seguito ad un post che denuncia su fb la pubblicità delle poste norvegesi all’avanguardia per aver proposto un Babbo Natale gay. Autrice della difesa del Natale e dell’innocenza dei bambini e, conseguentemente, vittima degli attacchi, Lucianella Presta, storica militante del Popolo della Famiglia, ora anche consigliere di maggioranza per una lista civica.

Sempre di queste ore è la notizia che le linee guida per una “comunicazione inclusiva”, indicate dalla Commissione Europea perché le adottino i propri dipendenti, suggeriscono (o, vista la “fluidità” del lessico attuale, sotto il “suggerimento” dobbiamo leggere “richiedono”, se non addirittura “ordinano”?) di evitare la parola “Natale” in considerazione della possibilità che «le persone abbiano differenti tradizioni religiose». Insomma, in nome dell’inclusività si arriva a decidere di bandire dal lessico oltre a termini radicati nella nostra tradizione, anche le desinenze, convenzioni sedimentate nelle nostre grammatiche che indichino il genere di appartenenza di un nome, un pronome, un aggettivo ecc.. Ora dovremmo anche evitare la parola “natale”, i nomi propri di matrice cristiana e le desinenze che hanno sempre aiutato a riconoscere la verità morfologica e sintattica delle parole e delle cose oltre che degli animali e delle persone. Ma il fatto che ha suscitato più clamore è lo spot prodotto dalle Poste norvegesi. In esso Babbo Natale, personaggio abbondantemente laicizzato, essendo stati debitamente espunti i riferimenti cristiani, finalmente manifesta la propria natura omosessuale con gesti affettivi inequivocabili. Potremmo fare finta di niente noi adulti che, purtroppo, a Babbo Natale non crediamo più. Ma non possiamo non chiederci quale possa essere la reazione di un bambino nel momento in cui coglie inevitabilmente un gesto di intimità, specifico della sfera della normalità quotidiana, che compete ai genitori organizzare, trasferito nell’ambito della fiaba che lo rassicurava al suono dei campanelli e nella gioia dei doni sotto l’albero. Cosa può interessare ad un bambino, ancora incantato dall’attesa di una magia che si compie, vedere due anziani adulti che si baciano? Come potrebbe un bambino reagire di fronte ad un adulto, dal rassicurante aspetto di un babbo natale, che gli porgesse dei doni mentre esce da scuola? E lo invitasse a salire sulla sua “slitta”? L’agenda gender, abbondantemente finanziata con denari pubblici, da anni è diffusa ed opera nelle nostre scuole di ogni ordine e grado. Al momento, chi si dovesse opporre, per fondati motivi, ad iniziative di tal genere, genitore o docente che sia, non è passibile di denuncia in quanto il reato di omofobia non esiste. Eppure l’appellativo “omofobo”, di uso ormai corrente, in queste ore è indirizzato a Lucianella Presta, impiegata, moglie e madre di tre figli adulti, molto attiva ed apprezzata a Pianezza, cittadina della cintura torinese di circa 16.000 abitanti, dove risiede da anni e dove nelle ultime amministrative ha ottenuto consensi tali da essere eletta consigliere e capogruppo consigliare della lista civica “Insieme per Pianezza”. Lucianella è militante del PdF fin dalla sua fondazione e si è guadagnata sul campo il ruolo di coordinatore regionale. A maggior ragione, dunque, la sua testimonianza può avere una significativa ricaduta e merita particolare attenzione. Lucianella Presta in un suo post su fb ha espresso una sua personale opinione relativamente alla pubblicità norvegese, prodotta all’estero e ripresa da organi di stampa pubblici nazionali. Ha evidenziato i rischi che quest’uso dell’immagine di Babbo Natale, impegnato in affettuosità con persona del suo stesso sesso, potrebbero determinare nell’immaginario dei bambini, ma anche in quello di adulti che, equiparati a colui che porta i doni ai bambini, facilmente potrebbero sconfinare in atteggiamento pedofilo.

Si consideri, peraltro, che in Europa la pedofilia è oggetto di interesse e studio, oltre che di ripetuti episodi e iniziative che tendono a legittimarne la pratica equiparandola a quello di un naturale orientamento sessuale. Ideologi non sono mancati nemmeno in Italia: basti citare Mario Mieli e il suo circolo. In Olanda nel 2006 fu ammesso alle elezioni un movimento NVD, “Amore del prossimo, libertà e diversità”, poi battezzato “partito dei pedofili”. Nel 2010 si sciolse, ma nel 2020 si ricostituì con evidente intento di porre all’attenzione pubblica il tema della sessualità, a conferma di come si tenti di normalizzare la sessualizzazione precoce dei bambini. Resta il fatto che in Italia essa è ancora un reato e che nel nostro Paese, per citare almeno un esempio, opera un don Fortunato Di Noto, sacerdote e fondatore di “Meter Onlus”, che da decenni contrasta la pedofilia da noi e in tutta Europa. Il post di Lucianella Presta è sicuramente provocatorio e, dobbiamo ammetterlo, ha ottenuto il suo scopo. Le si riconosca comunque ciò che la nostra Costituzione prevede all’art. 21 a proposito di «libertà di opinione ed espressione». E si tenga conto anche della Carta dei diritti fondamentali dell’UE, art. 11, comma 1, che recita «ogni persona ha diritto alla libertà di espressione. Tale diritto include la libertà di opinione e la libertà di ricevere o di comunicare informazioni o idee senza che vi possa essere ingerenza da parte delle autorità pubbliche e senza limiti di frontiera». È doveroso cogliere questa occasione per denunciare la rilettura forzata di immagini culturali e letterarie reinterpretate in base alla cultura gender e imposte con violenza ai bambini e alle loro famiglie. Non si tratta della difesa dell’orientamento affettivo di un Babbo Natale progressista, divenuto simbolo di quanti sono attratti da persona dello stesso sesso, ma piuttosto del tentativo subdolo quanto violento di imporre la normalizzazione generalizzata dell’ideologia del gender nella mente dei bambini, obbligati dalla pubblicità, anche quella di Stato, a considerare gesti affettivi che non appartengono alla loro età.

Occorre denunciare ogni forma di ipersessualizzazione precoce che venga imposta dalla pubblicità e nelle scuole, linee peraltro già teorizzate nel 2010 dallo “Standard per l’educazione sessuale in Europa”.

Come ogni ideologia, anche quella gender per veicolare il proprio messaggio, non trovando argomenti nella natura e nella realtà, deve necessariamente crearli reinterpretando e capovolgendo immagini radicate nella cultura, espressione della storia e della verità di un popolo. Questo travisamento lo impone poi con la forza della comunicazione mediatica, che avrebbe anche la pretesa di imbavagliare, intimidendo chi non ha perso né l’uso della ragione e nemmeno l’amore per la verità.

Hanno tentato di portarci via Gesù Bambino, ora ci hanno provato con Babbo Natale.

Non esiste una vera realtà gender, ma una ideologia che vuole entrare nella mente delle persone a partire dall’infanzia, persino a Natale.

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30/11/2021
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