Politica

di Tommaso Ciccotti

La Corte Suprema deciderà sul futuro dell’aborto negli Stati Uniti

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Il futuro in Usa dell’aborto legale è nelle mani dei giudici della Corte Suprema: dal ieri 1 dicembre è iniziato un dibattimento che tiene il movimento femminista con il fiato sospeso e fa sperare gli Stati conservatori, che puntano a limitare per quanto possibile quel diritto.

Mezzo secolo dopo che la Corte Suprema ha legalizzato l’aborto, i sostenitori di quel diritto temono che la più alta corte approfitterà di una legge in Mississippi per rompere il precedente stabilito cinque decenni fa e consentire a ogni Stato di regolamentare quel servizio a piacimento. I giudici sono chiamati a esaminare la legittimità della controversa legge sull’aborto adottata nel 2018 dallo Stato, che vieta alle donne di abortire dopo 15 settimane di gravidanza.

La Corte di nove membri - tra i quali sei giudici conservatori - ascolterà le argomentazioni delle parti. La decisione finale arriverà nel 2022, entro fine giugno. Domani ascolterà le argomentazioni dello Stato; e ascolterà anche gli avvocati dell’unica clinica per aborti del Mississippi, un edificio dipinto di rosa che nelle ultime settimane è stato travolto dall’afflusso di decine di pazienti dal vicino Texas, dove a settembre è entrato in vigore un veto quasi totale all’aborto.

Di fatto la legge in questione è già stata bloccata dai tribunali federali poiché in violazione della giurisprudenza della Corte suprema, in particolare un suo storico pronunciamento del 1973 chiamato “Roe v. Wade” che riconobbe il diritto delle donne ad abortire; e anche la successiva precisazione del 1992 - nel caso Planned Parenthood contro Casey.

A rivolgersi alla più alta giurisdizione Usa sono state le autorità del Mississippi, Stato conservatore e religioso del Sud del Paese. In una memoria trasmessa ai giudici, lo Stato del Mississipi argomenta che “nulla nel testo della Costituzione, la sua struttura, la sua storia o le tradizioni sostiene un diritto all’aborto”. Altri 18 Stati conservatori hanno dato formale sostegno al Mississippi oltre a centinaia di eletti repubblicani, alla Chiesa cattolica e a numerose associazioni anti-aborto che hanno speso milioni di dollari per finanziare campagne pubblicitarie in vista della data cruciale del 1 dicembre.

Molti dei sostenitori della causa vedono nell’appuntamento il punto di arrivo della loro battaglia giudiziaria e politica contro l’aborto, in corso da 50 anni. Sono convinti che il pronunciamento della Corte suprema sarà favorevole alla linea da loro difesa e puntano sulla presenza di tre giudici nominati dall’ex presidente Donald Trump, che durante la sua campagna elettorale del 2016 aveva promesso di scegliere magistrati contrari all’aborto.

Del resto la loro influenza si è già manifestata lo scorso 1 settembre quando, per motivi procedurali, la Corte suprema ha rifiutato di bloccare l’entrata in vigore di una legge in Texas che vieta l’aborto già da sei settimane di gravidanza. La Corte Suprema è in attesa di pronunciarsi nei prossimi mesi sulla legge del Texas, che vieta l’aborto a partire dalle sei settimane di gestazione, ma non entrerà nel giudizio sulla costituzionalità del provvedimento, cosa che farà rispetto alla legge del Mississippi, che è non è ancora entrato in vigore. Ciò rende il caso Mississippi il più decisivo degli ultimi decenni sull’aborto negli Stati Uniti, dove non esiste una legge nazionale che garantisca la libertà d’interrompere la gravidanza e tale diritto spetta unicamente alla decisione del 1973 del Supremo, noto come “Roe contro Wade”.

Forti della situazione legislativa in Texas e nel Mississippi, una dozzina di Stati conservatori che hanno già varato leggi che stabiliscono il divieto all’aborto a partire da 6, 8, 10 o 12 settimane, ora attendono il via libera della Corte costituzionale per attuarla. Una dozzina di altri Stati sono pronti a muoversi nella stessa direzione.

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02/12/2021
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