Chiesa

di Raffaele Dicembrino

Papa Francesco: operiamo fianco a fianco nella carità

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Un forte invito a non assecondare quella “inconciliabilità delle differenze” che non ha riscontri nel Vangelo e lasciare quanto, anche buono, “può compromettere la pienezza della comunione, il primato della carità e la necessità dell’unità”. Un appello a lasciare da parte “teorie astratte” e lavorare insieme “fianco a fianco”, “nella carità, nell’educazione, nella promozione della dignità umana”. Così “riscopriremo il fratello e la comunione maturerà da sé”. Papa Francesco tende così la mano del dialogo al fratello Chrysostomos II, arcivescovo di Cipro, ringraziandolo per “l’apertura del cuore” e l’impegno ecumenico, nel discorso davanti al Santo Sinodo ortodosso nella Cattedrale di San Giovanni Teologo a Nicosia.

Dopo il discorso della guida della Chiesa ortodossa autocefala di Cipro, che ha chiesto sostegno per uscire dal “Golgota nazionale ed ecclesiale” che i cristiani ciprioti attraversano dal 1974, pur credendo “fermamente” nella risoluzione pacifica dei disaccordi con la Turchia, il Papa ricorda la comune origine apostolica della Chiesa di Roma e di quella dell’isola nel cuore del Mediterraneo. “Paolo attraversò Cipro e in seguito giunse a Roma” sottolinea.

Discendiamo dunque dal medesimo ardore apostolico e un’unica via ci collega, quella del Vangelo. Mi piace così vederci in cammino sulla stessa strada, in cerca di una sempre maggiore fraternità e della piena unità.
Francesco sottolinea quindi tre aspetti della figura biblica di san Barnaba, “che possono orientarci nel cammino”. Il suo nome è Giuseppe, ma viene soprannominato dagli apostoli Barnaba, che significa al tempo stesso “figlio della consolazione” e “figlio dell’esortazione”. È bello, commenta il Pontefice, che nella sua figura si fondano entrambe le caratteristiche, indispensabili per l’annuncio del Vangelo. Ogni vera consolazione, infatti, non può rimanere intimistica, ma deve tradursi in esortazione, orientare la libertà al bene. Al contempo, ogni esortazione nella fede non può che fondarsi sulla presenza consolante di Dio ed essere accompagnata dalla carità fraterna.

Così Barnaba, figlio della consolazione, per Papa Francesco ci esorta a portare come lui il Vangelo agli uomini, “invitandoci a comprendere che l’annuncio non può basarsi solo su esortazioni generali, sulla ripetizione di precetti e norme da osservare, come spesso si è fatto”. Ma, sottolinea il Papa, “deve seguire la via dell’incontro personale, prestare attenzione alle domande della gente, ai loro bisogni esistenziali”.
Perché il Vangelo si trasmette per comunione. È questo che, come Cattolici, desideriamo vivere nei prossimi anni, riscoprendo la dimensione sinodale, costitutiva dell’essere Chiesa.

In questo, ribadisce il papa, può essere di grande aiuto l’esperienza della sinodalità della Chiesa ortodossa di Cipro, con la quale i cattolici sentono “il bisogno di camminare più intensamente con voi”. E ringrazia per la collaborazione fraterna, che si manifesta anche nell’attiva partecipazione alla Commissione mista internazionale per il Dialogo teologico tra la Chiesa cattolica e la Chiesa ortodossa.
L’auspicio del Pontefice è che “aumentino le possibilità di frequentarci, di conoscerci meglio, di abbattere tanti preconcetti e di porci in docile ascolto delle rispettive esperienze di fede”. Questo “porterà a entrambi un frutto spirituale di consolazione”. Per questo assicura “la preghiera e la vicinanza mia e della Chiesa cattolica, nei problemi più dolorosi che vi angosciano come nelle speranze più belle e audaci che vi animano”. Le vostre “tristezze e le gioie” ci appartengono.

Il secondo aspetto di Barnaba, per Papa Francesco, è legato al suo gesto emblematico, descritto negli Atti degli Apostoli: “Padrone di un campo, lo vendette e ne consegnò il ricavato deponendolo ai piedi degli Apostoli”. Questo, sottolinea, “suggerisce che per rivitalizzarci nella comunione e nella missione occorre anche a noi il coraggio di spogliarci di ciò che, pur prezioso, è terreno, per favorire la pienezza dell’unità”. Perché rischio, per il Papa, è “di assolutizzare certi usi e abitudini, non essenziali per vivere la fede”.
Non permettiamo che le tradizioni, al plurale e con la “t” minuscola, tendano a prevalere sulla Tradizione, al singolare e con la “T” maiuscola. Essa ci esorta a imitare Barnaba, a lasciare quanto, anche buono, può compromettere la pienezza della comunione, il primato della carità e la necessità dell’unità.
Se Barnaba depose i suoi beni ai piedi degli Apostoli, il Signore invita anche noi “ad abbassarci fino ai piedi dei fratelli”. Certo, ricorda Francesco, “nel campo delle nostre relazioni la storia ha aperto ampi solchi tra di noi”, ma lo Spirito Santo “ci invita a non rassegnarci di fronte alle divisioni del passato e a coltivare insieme il campo del Regno, con pazienza, assiduità e concretezza”. Perché se lasciamo da parte teorie astratte e lavoriamo insieme fianco a fianco, ad esempio nella carità, nell’educazione, nella promozione della dignità umana, riscopriremo il fratello e la comunione maturerà da sé, a lode di Dio. Ognuno manterrà i propri modi e il proprio stile, ma con il tempo il lavoro congiunto accrescerà la concordia e si mostrerà fecondo.

“Coltiviamo la nostra comunione apostolica!” è l’appello del Pontefice, come queste terre sono state abbellite dal lavoro dell’uomo. E porta l’esempio virtuoso di quello che accade a Cipro nella chiesa della “Tuttasanta della Città d’oro”, il tempio dedicato alla Panaghia Chrysopolitissa, che oggi è “luogo di culto per varie confessioni cristiane, amato dalla popolazione e scelto spesso per la celebrazione dei matrimoni”. È diventato così “un segno di comunione di fede e di vita sotto lo sguardo della Madre di Dio”, e al suo interno è “custodita la colonna dove, secondo la tradizione, san Paolo subì trentanove colpi di frusta per aver annunciato la fede a Pafos”.
Dalla prova di Paolo, ecco il terzo aspetto della figura di Barnaba, che nel suo ritorno a Cipro con Paolo e Marco, trovò Elimas, “mago e falso profeta” che “fece loro opposizione con malizia”. “Non mancano anche oggi – lamenta Papa Francesco - falsità e inganni che il passato ci mette davanti e che ostacolano il cammino”. Perché in “secoli di divisione e distanze” abbiamo assimilato, anche involontariamente, “non pochi pregiudizi ostili nei riguardi degli altri, preconcetti basati spesso su informazioni scarse e distorte, divulgate da una letteratura aggressiva e polemica”. Ma questo allontana dalla via di Dio, “protesa alla concordia e all’unità”.
Quante volte abbiamo ingigantito e diffuso pregiudizi sugli altri, anziché adempiere all’esortazione che il Signore ha ripetuto specialmente nel Vangelo scritto da Marco, che fu con Barnaba su quest’isola: farsi piccoli, servirsi gli uni gli altri.
Il Papa, lasciando per l’unica volta il discorso preparato, esprime poi la sua commozione per quando detto, nell’incontro privato, dall’arcivescovo Chrysostomos, sulla Chiesa Madre. Abbiamo fiducia in questa Madre Chiesa, che raduna tutti noi e che con pazienza, tenerezza e coraggio ci porta avanti nel cammino del Signore. Ma, per sentire la maternalità della Chiesa, tutti noi dobbiamo andare lì, dove la Chiesa è madre. Tutti noi, con le nostre differenze, ma tutti figli della Chiesa Madre.

La preghiera finale del Papa al Signore è che conceda a tutti “sapienza e coraggio per seguire le sue vie, non le nostre”, attraverso l’intercessione dei tanti santi che queste terre hanno conosciuto. E che, “uniti nell’unica Chiesa celeste, ci sospingono a navigare insieme verso il porto a cui tutti sospiriamo” e invitano “a fare di Cipro, già ponte tra Oriente e Occidente, un ponte tra Cielo e terra”.

Nel suo intervento, prima di Francesco, l’anziano arcivescovo Chrysostomos aveva ricordato che le radici cristiane dell’Europa, “e quindi anche le sue fonti spirituali, si trovano proprio qui a Cipro” che per questo è giustamente considerata la “Porta del Cristianesimo verso il mondo dei Gentili”. Ma, purtroppo, ha lamentato Chrysostomos, “dal 1974” stiamo “attraversando la svolta storica più difficile”. Da quando “la Turchia ci ha ferocemente attaccati e ha sequestrato il 38 per cento della nostra patria con la forza delle armi”, portando via suoi abitanti mentre i santuari del Signore “sono stati dati alle fiamme”. L’arcivescovo ortodosso cipriota ha parlato di “un piano di pulizia etnica” della Turchia, con l’espulsione dei “200mila abitanti cristiani” con “incredibile barbarie”, per sostituirli “con più del doppio dei coloni che sono arrivati dalle profondità dell’Anatolia”, distruggendo, così, “la nostra cultura classica”.

Chrysostomos ha denunciato anche la confisca delle storiche chiese bizantine, e la spogliazione dei beni dei sacerdoti “con incredibile e inaudita barbarie”. Sono stati cambiati “tutti i nostri toponimi storici, in modo che non esista più nulla di greco o cristiano”. In questo “Golgota nazionale ed ecclesiale, che attraversiamo da 47 anni”, il primate della Chiesa ortodossa di Cipro ha chiesto il “sostegno attivo” di Papa Francesco. La stessa richiesta espresso in passato a Papa Benedetto XVI, che, ha sottolineato Chrysostomos, “ha mediato presso il governo tedesco e siamo riusciti a riportare 500 frammenti della nostra cultura bizantina, che gli archeologi turchi avevano trasportato a Monaco di Baviera”.

L’arcivescovo di Cipro ha concluso ribadendo che la Chiesa ortodossa che guida ha “ottimi rapporti con tutte le Chiese” e cerca “il dialogo con tutti”, applaudendo “il dialogo in corso tra il Patriarcato Ecumenico e la Chiesa Cattolica di Roma”. Ha ricordato il dialogo avviato anche con i musulmani del Medio Oriente, interrotto, ma non in Siria, dall’ “inasprimento delle tensioni, che ha alimentato elementi estremi”. E riaffermato di credere “fermamente nella risoluzione pacifica dei nostri disaccordi, siano essi di natura civile o religiosa. E la strada giusta è solo attraverso un dialogo veramente onesto”.

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03/12/2021
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