Politica

di Giuseppe Bruno

Quando il gioco della democrazia è truccato

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Dice bene l’amico Meo: “sono i popoli i titolari delle scelte ideali su cui fondare il volto della società. I poteri politici dovrebbero solo porsi umilmente al loro servizio”. Si, se il gioco, però, non fosse ormai da tempo “truccato”. La ricerca della “volontà dell’accordo”, la famosa “autorità del consenso” - su cui addirittura gli “scettici” odierni un po’ arbitrariamente autodefinentisi laici, vorrebbero trovare l’ultima spiaggia per fondare un’etica all’altezza dei tempi che sia addirittura in grado di rispondere ai grandi drammatici odierni interrogativi della Bioetica – pare sia sempre più, ormai, “creata ad arte” da coloro che detengono il potere, cioè in senso lato, i politici, che come dice l’origine latina del termine, però, dovrebbero solo amministrare, cioè servire. Ecco perché ormai senza più pudore, contando su un potere sempre più forte, da noi stessi supinamente affidatogli, i politici in senso lato si sono trasformati da “ministri”, cioè “servi”, in padroni che impongono le loro direttive ai popoli che dovrebbero amministrare, cioè “umilmente servire”. Chi dovrebbe invece, nell’ordine naturale delle cose, educare sono la “Famiglia” e la “Scuola”. Ma se la Famiglia delega alla Scuola l’educazione dei figli e lo fa ancora, nonostante tutto, con una delega in bianco e la Scuola è gestita da pedissequi esecutori delle volontà dei politici, in base all’imperante “mediocrazia”(secondo la felice intuizione di Alain Deneault), il gioco, a loro favore, è fatto. I “politici” diventano di fatto i padroni incontrastati della società. E da “servi”, in una dialettica quasi hegeliana, diventano “padroni”. E neanche “ridicole” decisioni come quelle del liceo Cavour di Torino e di altri che seguono a ruota, riescono a svegliare la coscienza di genitori che hanno ormai da tempo rinunciato a fare il loro “mestiere”. Perché “ridicole” nella loro pur drammatica serietà? Perché verrebbe da ridere se solo si volesse provare a leggere ad alta voce i documenti che questa e altre scuole pare abbiano deciso di rilasciare e far “circolare” nel proprio ambito per attuare la ormai “famigerata” “Carriera Alias” volta, secondo i suoi fautori, a “includere”- a non far sentire esclusi nella scuola - coloro che non si sentono più del sesso assegnatogli dalla Natura e di conseguenza dagli Uffici di Anagrafe. L’asterisco infatti credo sia molto difficile se non impossibile da pronunciare, né tanto meno sembra sia tanto agevole dire “asterisco ragazz asterisco”. Si dirà, ma si tratta di documenti scritti; ma se ciò che è scritto non si può nemmeno leggere a che serve? Serve agli “uffici” non alla scuola, quella vera, dove non si comunica con documenti scritti, ma soprattutto col linguaggio parlato. Ma l’inclusione non deve farsi a scuola tra alunni e persone “uniche”, concrete di carne ed ossa e non di carta? E come si chiameranno tra loro i ragazzi per essere più inclusivi? Si inventeranno dei nomi “neutri” per non far sentire esclusi gli ipotetici richiedenti una Carriere Alias? E in questo “generoso”, “grande” tentativo di inclusione non sarebbe il caso, per essere ancora e sempre più inclusivi, di epurare tutti i testi scolastici dove si fa uso e abuso, si sa, di articoli e di desinenze e di nomi maschili e femminili? E le aule e i servizi e i laboratori e le palestre e perfino i pianerottoli e le scale e le porte e i banchi, ecc. - se vogliamo davvero “in toto” includere - non dovrebbero essere più chiamati così, ma almeno evitando articoli e desinenze che identifichino un genere. Pazzia? No! Oggi qualcuno arriverebbe perfino a chiamarla inclusione. E questi qualcuno che vogliono facilmente guadagnarsi il consenso dei politici “a la page”, cioè i maggiori esponenti della “mediocrazia”, assurgono agli onori delle cronache, esaltati dagli aspiranti padroni; speriamo, al più presto, però, con lo stesso esito finale dei “mediocri” autori del “ridicolo” Documento “inclusivo” dell’Europa. Non siamo ancora “maturi” per queste pazzie, specialmente noi che vogliamo un’inclusione vera e non “da vetrina”, che faccia i conti con persone vere, per definizione, uniche e irripetibili che non possono essere utilizzate a proprio rischio e pericolo, nella loro evidente fragilità, per propagandare o peggio sperimentare invadenti ideologie di parte, prive di reale scientificità e contestate nei loro esiti nei Paesi più avanti di noi in questo campo. “Insisti - però raccomandano i padroni di turno - e ritenta e certamente a lungo andare, se nessuno arriverà più a farsi sentire, come si spera, riuscirai ad avere il consenso”; il famoso “consenso” del popolo e su questo potrai indisturbatamente e legittimamente costruire la tua “autorità”. Ecco perché il gioco è “truccato”. Ecco perché sempre più, liberi pensatori come Cacciari e Agamben sentono - la notizia è fresca - il bisogno di creare spazi di libera informazione che non subiscano una sempre più preoccupante “censura di stato”. Ecco perché spero durino e si espandano sempre di più “luoghi” come questo dove si dibattono liberamente le idee. Solo, infatti, attraverso il libero scambio di idee il gioco può tornare in mano a chi lo deve avere e cioè ad un popolo che sia davvero tale, cioè libero portatore di idee e non di appiccicati slogan di moda propagandati da servili media e scuole di regime nell’interesse esclusivo dei padroni di turno. Un popolo che davvero – almeno - si possa sperare base valida per la “volontà dell’accordo”, fonte autorevole per l’ “autorità del consenso”.

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05/12/2021
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