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di Roberto Signori

Eutanasia: si uccidono anche i malati di Covid

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Quando la pandemia di Covid-19 è iniziata, tutti speravano nello sviluppo di una più efficace e convinta cultura della cura e della vita. Una speranza che c’era anche in Nuova Zelanda, ma che è stata abbondantemente disattesa.

Una nuova interpretazione da parte del Ministero della Salute della Nuova Zelanda della legge sul suicidio assistito recentemente promulgata, infatti, dimostra che la cultura della morte ha preso a pretesto il Covid per allargare il suo potere sui malati, ora uccisi con l’eutanasia proprio e anche perché affetti da Covid.

Il governo neozelandese ha dichiarato che “in alcune circostanze una persona con Covid-19 può essere idonea per la morte assistita”. DefendNZ, un gruppo pro-vita, ha citato la risposta del deputato nazionale Simon O’Connor che ha osservato, durante una interrogazione al Ministro, che il ‘New Zealand End of Life Choice Act’ pone “troppa discrezionalità tramite i giudizi dei medici”.

In tutto il mondo si moltiplicano i casi di malati definiti terminali che invece lasciano l’ospedale con le proprie gambe, non perché miracolati, ma perché la natura, le cure e il corpo di ciascuno reagiscono in modo diverso. Non tutte le previsioni mediche sul breve tempo di vita del malato sono confermate e moltissimi sono i casi di famiglie che decidono di ‘non staccare la spina’ e dopo un lungo o breve periodo di tempo i propri cari sono stati in grado di non usare il ventilatore e hanno riacquistato la funzionalità di reni, polmoni e fegato.

Lo stesso dovrebbe essere per il Covid-19, che non è letale per tutti i pazienti e non vi è alcuna certezza che un paziente malato di Covid e che incorre in altre malattie potenzialmente letali, morirà proprio per questa causa entro pochi mesi. Tuttavia, la Nuova Zelanda autorizza un omicidio legalizzato per coloro a cui è stato diagnosticato proprio il Covid, con la “scusa” che si può morire a causa del virus e si potrebbe soffrire in “modo insopportabile” per le sue conseguenze.

L’interpretazione neozelandese dell’eutanasia ed i suo ampliamento ai malati di Covid crea un contagio di uccisioni, che va ben oltre i “limiti” inizialmente intesi dai fautori della legge. A differenza dell’editto neozelandese, Renato Oliveira y Souza, capo dell’Unità di salute mentale presso la Pan American Health Organization (PAHO), ha avvertito che la pandemia di Covid-19 ha esacerbato i fattori di rischio associati ai comportamenti suicidi. Ha sostenuto che piuttosto che dare una licenza sfrenata ai medici di uccidere il loro pazienti, “c’è bisogno di azioni concrete affinché i governi creino e investano in una strategia nazionale globale per migliorare la prevenzione e la cura del suicidio”.

Non a caso, dal dicembre scorso ad oggi, solo 96 dei 16.000 medici della Nuova Zelanda si sono offerti di partecipare all’attuazione della nuova direttiva e tutti tranne uno dei 32 ospizi della nazione hanno detto che non permetteranno l’uccisione a causa del Covid. La spinta al suicidio assistito è in realtà una corruzione della compassione.

Va sottolineato come l’interpretazione relativa al Covid-19 da parte del Ministero della Salute della Nuova Zelanda del “End of Life Choice Act” viola il principio ampiamente condiviso in tutto il mondo sul diritto alla vita e, d’incanto, mette in campo il principio opposto: la vita è rispettata fino a quando non si soffre di una malattia, dopodiché è il Sistema Sanitario che tutela se stesso.

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19/01/2022
0610/2022
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