Chiesa

di Raffaele Dicembrino

Papa - La cultura della fraternità contro l’individualismo

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Il “virus sociale” delle disuguaglianze in campo sanitario si risana solo attraverso l’antidoto della cultura delle fraternità, fondata sulla coscienza che siamo tutti uguali, figli di un unico Padre. È il pensiero che Francesco affida al videomessaggio inviato in occasione del webinar per la XXX Giornata Mondiale del Malato. Ecco le parole del Papa.

Rivolgo il mio saluto a tutti voi che partecipate a questo Webinar: “Giornata Mondiale del Malato: significato, obiettivi e sfide”, organizzato dal Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale, in occasione della XXX Giornata Mondiale del Malato. E il pensiero va con riconoscenza a tutti coloro che, nella Chiesa e nella società, stanno con amore accanto a chi soffre.

L’esperienza della malattia ci fa sentire fragili, ci fa sentire bisognosi degli altri. Non solo. «La malattia impone una domanda di senso, che nella fede si rivolge a Dio: una domanda che cerca un nuovo significato e una nuova direzione all’esistenza, e che a volte può non trovare subito una risposta».

San Giovanni Paolo II ha indicato, a partire dalla sua personale esperienza, il sentiero di questo cammino di ricerca. Non si tratta di ripiegarsi su sé stessi, ma, al contrario di aprirsi a un amore più grande: «Se un uomo diventa partecipe delle sofferenze di Cristo, ciò avviene perché Cristo ha aperto la sua sofferenza all’uomo, perché egli stesso nella sua sofferenza redentiva è divenuto, in un certo senso, partecipe di tutte le sofferenze umane – tutte, di tutte le sofferenze umane –. L’uomo, scoprendo mediante la fede la sofferenza redentrice di Cristo, insieme scopre in essa le proprie sofferenze, le ritrova, mediante la fede, arricchite di un nuovo contenuto e di un nuovo significato» (Lett. ap. Salvifici doloris, 11 febbraio 1984, 20).

Non si deve «mai dimenticare la singolarità di ogni malato, con la sua dignità e le sue fragilità». È la persona nella sua integralità che necessita di cura: il corpo, la mente, gli affetti, la libertà e la volontà, la vita spirituale… La cura non si può sezionare; perché non si può sezionare l’essere umano. Potremmo – paradossalmente – salvare il corpo e perdere l’umanità. I santi che si sono presi carico dei malati hanno sempre seguito l’insegnamento del Maestro: curare le ferite del corpo e dell’anima; pregare e agire per la guarigione fisica e spirituale insieme.

Questo tempo di pandemia ci sta insegnando ad avere uno sguardo sulla malattia come fenomeno globale e non solo individuale, e ci invita a riflettere su altri tipi di “patologie” che minacciano l’umanità e il mondo. Individualismo e indifferenza all’altro sono forme di egoismo che risultano purtroppo amplificate nella società del benessere consumistico e del liberismo economico; e le conseguenti disuguaglianze si riscontrano anche nel campo sanitario, dove alcuni godono delle cosiddette “eccellenze” e molti altri stentano ad accedere alle cure di base. Per sanare questo “virus” sociale, l’antidoto è la cultura della fraternità, fondata sulla coscienza che siamo tutti uguali come persone umane, tutti uguali, figli di un unico Padre (cfr Fratelli tutti, 272). Su questa base si potranno avere cure efficaci e per tutti. Ma se non siamo convinti che siamo tutti uguali, la cosa non andrà bene.

Tenendo sempre presente la parabola del buon samaritano (cfr ibid., Capitolo II), ricordiamoci che non dobbiamo essere complici né dei banditi che derubano un uomo e lo abbandonano ferito per la strada, né dei due funzionari del culto che lo vedono e passano oltre (cfr Lc 10,30-32). La Chiesa, seguendo Gesù, Buon Samaritano dell’umanità, si è sempre prodigata verso coloro che soffrono, dedicando, in particolare, ai malati grandi risorse sia personali sia economiche. Penso ai dispensari e alle strutture sanitarie nei Paesi in via di sviluppo; penso alle tante sorelle e ai tanti fratelli missionari che hanno speso la vita per curare i malati più indigenti; a volte loro stessi malati tra i malati. E penso ai numerosi santi e sante che in tutto il mondo hanno avviato opere sanitarie, coinvolgendo compagni e compagne e dando così origine a congregazioni religiose. Questa vocazione e missione per la cura umana integrale deve anche oggi rinnovare i carismi nel campo sanitario, perché non manchi la vicinanza alle persone sofferenti.

Rivolgo un pensiero pieno di gratitudine a tutti coloro che nella vita e nel lavoro stanno ogni giorno vicino ai malati. Ai familiari e agli amici, che assistono i loro cari con affetto e ne condividono gioie e speranze, dolori e angosce. Ai medici, alle infermiere e agli infermieri, ai farmacisti e a tutti gli operatori sanitari; come anche ai Cappellani ospedalieri, alle religiose e ai religiosi degli Istituti dedicati alla cura degli infermi e a tanti volontari, ce ne sono tanti di volontari. A tutte queste persone assicuro il mio ricordo nella preghiera, perché il Signore doni loro la capacità di ascoltare i malati, di avere pazienza con loro, di prendersene cura in modo integrale, corpo, spirito e relazioni.

E prego in modo particolare per tutti i malati, in ogni angolo del mondo, specialmente per coloro che sono più soli e non hanno accesso ai servizi sanitari. Cari fratelli e sorelle, vi affido alla protezione materna di Maria, Salute dei malati. E a voi, e a quanti si prendono cura di voi, invio di cuore la mia Benedizione.

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11/02/2022
2711/2022
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