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di la redazione

Moro vive nei cuori di chi conosce!

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Alle ore 9,03 del 16 marzo 1978 a Roma, una telefonata anonima al 113 segnalò colpi d’arma da fuoco in via Fani.

Al loro arrivo le volanti trovarono dentro un’Alfa Romeo Alfetta il cadavere della guardia di Pubblica Sicurezza Giulio Rivera ed il corpo agonizzante del vice brigadiere di Pubblica Sicurezza Francesco Zizzi; dentro la Fiat 130 che precedeva l’Alfetta, i cadaveri dell’appuntato dei Carabinieri Domenico Ricci e del maresciallo dei Carabinieri Oreste Leonardi; a terra la guardia di Pubblica Sicurezza Raffaele Iozzino.

L’eccidio venne compiuto da un commando delle Brigate Rosse composto da almeno 9 terroristi che, in quella circostanza, sequestrarono l’onorevole Aldo Moro, lo statista della Democrazia Cristiana poi ucciso 55 giorni dopo.

I 3 giovani poliziotti, il 16 febbraio del 1979 furono insigniti della medaglia d’Oro al valor civile

I misteri del caso Moro si riflettono plasticamente sulla toponomastica di una città - Roma - che tra il 16 marzo ed il 9 maggio del 1978 era presidiata dalle forze dell’ordine, con posti di blocco ovunque. Ma nessun controllo si rivelò utile e le vie della Capitale si trasformarono in un labirinto senza uscita.

Tutto ebbe inizio il 16 Marzo in via Fani, angolo con via Stresa, quartiere Camilluccia, quadrante nord della città. Un commando di terroristi (ma c’erano solo loro? E quanti in realtà?) apre il fuoco sulla scorta del presidente della Dc, Aldo Moro (partito dalla sua casa in via del Forte Trionfale 79 per andare alla Camera a votare la fiducia al quarto governo Andreotti), uccidendo i cinque agenti: Oreste Leonardi e Domenico Ricci a bordo della Fiat 130 di Moro; Raffaele Iozzino, Giulio Rivera e Francesco Zizzi sull’altra vettura. Moro viene prelevato e sistemato a bordo di una Fiat 132 blu che riparte a tutta velocità verso via Trionfale, preceduta e seguita da altre due auto dei componenti del commando. Secondo le ricostruzioni fornite successivamente dai brigatisti, le tre auto vengono abbandonate tutte insieme nella vicina via Licinio Calvo.

VIA MONTALCINI - Quartiere Portuense. Al numero 8, interno 1, di questa via della Magliana, secondo quanto emerso dai processi, sarebbe stato tenuto sotto sequestro per 55 giorni il presidente della Dc. La ‘prigione del popolo’ è in un territorio all’epoca capillarmente controllato dalla banda della Magliana che, a sua volta, ha legami solidi con apparati dello Stato deviati. Alcuni esponenti del gruppo criminale - da Danilo Abbruciati ad Antonio Mancini - abitano a pochi passi dal numero 8 di via Montalcini. L’appartamento è intestato alla brigatista Anna Laura Braghetti, la cosiddetta ‘vivandiera’. Dentro ci sono anche Prospero Gallinari e Germano Maccari. Per gli ‘interrogatori’ arriva Mario Moretti, che parte da un altro luogo simbolo: via Gradoli 96. Tanti i dubbi sul covo: c’è chi ipotizza che lo statista sia stato prigioniero in altre zone. Addirittura sul litorale, in una zona più appartata e tranquilla rispetto a Roma, tra Focene e Palidoro, come indicherebbero i sedimenti trovati sugli indumenti del politico.

VIA GRADOLI - In questa traversa della Cassia, zona Nord, in una palazzina al numero 96, c’è Mario Moretti, sotto l’alias ‘ingegner Borghi’, con la compagna Barbara Balzerani. La Polizia, in occasione dei controlli fatti due giorni dopo la strage di via Fani, va in via Gradoli, come in altre strade del quartiere, ma non in quell’appartamento. Il ‘covo di Stato’ (nella definizione di Sergio Flamigni) viene scoperto solo il 18 aprile 1978, in seguito ad una perdita d’acqua segnalata dall’inquilina del piano di sotto. Si apprenderà poi che nella palazzina ci sono ben 24 case di società immobiliari intestate a fiduciari del Sisde.

VIA CAETANI - Il sequestro si chiude con l’ultimo atto, questa volta al centro di Roma: in via Caetani - dietro Botteghe Oscure, sede del Pci e poco distante da piazza del Gesù, sede della Dc - dove la mattina del 9 maggio viene fatta trovare una Renault 4 amaranto con il cadavere del politico nel portabagagli. Tanti i dubbi sollevati da chi ritiene improbabile che i brigatisti quella mattina abbiano attraversato tutta la città per arrivare da via Montalcini al centro storico, con quell’ingombrante carico. C’è chi ipotizza che il prigioniero si trovava in realtà in un covo nei dintorni di via Caetani. L’informato Mino Pecorelli scrive il 17 ottobre 1978: “Il ministro di Polizia (Cossiga, ndr.) sapeva tutto, sapeva persino dove era tenuto prigioniero: dalle parti del ghetto”.

Sulla vicenda ecco le parole di Nicola Di Matteo - Vice Presidente Nazionale de Il Popolo Della Famiglia.

“Il caso Moro sconvolse la democrazia italiana. Erano giorni di grande paura e sofferenza quelli del giorno 16 marzo 1978 ( giorno del sequestro). La sparatoria in Via Fani, provocò anche la morte della scorta di Aldo, che ha pagato un prezzo altissimo per difendere la libertà e la democrazia nel nostro Paese. Era il giorno dell’insediamento del Governo Andreotti, ma qualcosa fu interrotto a causa delle BR dal sequestro e poi dalla conseguente uccisione dello stesso - Moro.

Furono giorni indimenticabili, di sgomento, di grande partecipazione anche cristiana alla sofferenza della nostra democrazia. Messa a dura prova dal corpo armato delle BR”.

Ho scelto un titolo molto significativo, perché credo che gli insegnamenti e le libertà di ogni individuo restino per sempre, soprattutto nei cuori di chi per Moro ha fatto molto.

Trovo la occasione per salutare Maria Fida Moro - figlia del grande statista - affinché questo ricordo che ci dona attraverso il suo impegno costante e la sua dolce testimonianza, rimanga per sempre viva nei cuori e nella memoria d’Italia.

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16/03/2022
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