Storie

di Nathan Algren

Yemen e la guerra dimenticata

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La più grande crisi umanitaria del XXI secolo, la guerra che uccide ogni giorno oltre cento persone. Sono 377mila, stando al rapporto dell’Onu pubblicato lo scorso novembre, le vittime del conflitto in Yemen dal 2015 ad oggi. Il 60% delle vittime è stato causato dagli effetti indiretti della guerra, come la scarsità di acqua e cibo, le malattie, mentre sono circa 150mila ad aver perso la vita negli scontri armati o nei raid aerei. Come in passato, a patire maggiormente gli effetti della guerra sono i bambini. Una grandissima tragedia nel disinteresse dei più!

“In Yemen nel 2021 ogni 9 minuti è morto un bambino di meno di 5 anni”, denuncia il rapporto dell’agenzia per lo sviluppo dell’Onu -Undp - presentato a novembre dello scorso anno. La coalizione saudita è intervenuta nel conflitto interno nel 2015, dopo l’attacco alla capitale Sana’a da parte dei ribelli sciiti Huthi sostenuti dall’Iran. Il conflitto, prosegue il rapporto, ha inferto un altro colpo gravissimo al Paese, tra i più poveri della regione, riportandolo a un tasso di sviluppo di oltre vent’anni fa. Lo Yemen era stato già travolto dal 2004 da una guerra intestina tra governo centrale e insurrezione Houthi. Dal 2011 è stato poi segnato da proteste popolari anti-governative, sfociate nell’attuale conflitto interno e regionale che ha avuto inizio sette anni fa, nel marzo 2015. Per l’agenzia dell’Onu, in Yemen oggi “l’accesso alle cure sanitarie è limitato o inesistente” e “l’economia è sull’orlo del collasso”. Al numero incredibile di vittime e feriti si aggiunge quello degli sfollati, misurabile a sei zeri.

Tra i membri fondatori della Lega Araba ed ammesso alle Nazioni Uniti dal lontano 1947, lo Yemen è l’Unico Paese della Penisola Arabica ad essere una Repubblica. Più precisamente una Repubblica presidenziale, con una legislatura bicamerale dove, secondo quanto previsto dalla Costituzione del 1991, oltre al presidente possono essere eletti all’Assemblea 301 posti di rappresentanti e 111 membri del Consiglio della Shura. Il Presidente è il Capo dello Stato, ed il Primo ministro è il Capo del Governo. Lo Yemen è però il più povero tra gli Stati della Penisola Arabica e il 2020, l’anno del trentennale della riunificazione, ha visto anche un altro triste, terribile anniversario: il quinto anno dall’inizio del conflitto che ha messo in ginocchio il Paese.

Nel corso di questi sette anni più volte Papa Francesco ha chiesto che si ponesse fine al conflitto. Lo scorso 27 febbraio, dopo l’Angelus, ha ricordato le guerre dimenticate, ribadendo che “chi fa guerra dimentica l’umanità”. Per gli anziani, i più piccoli, le persone in cerca di rifugio “è urgente - ha insistito Francesco - aprire corridoi umanitari”, sono fratelli e sorelle “che vanno accolti. E di nuovo la voce che spazia e si commuove sul mondo delle guerre “a pezzi”: Con il cuore straziato per quanto accade in Ucraina – e non dimentichiamo le guerre in altre parti del mondo, come nello Yemen, in Siria, in Etiopia… –, ripeto: tacciano le armi! Dio sta con gli operatori di pace, non con chi usa la violenza.

Ancora lo scorso primo gennaio il pensiero del Papa è andato ai conflitti troppo spesso dimenticati. Nel mondo lacerato da guerre e violenze, occorre “rimboccarsi le maniche per costruire la pace”. In occasione della Giornata mondiale della pace, Francesco, al primo Angelus del nuovo anno, ha rivolto il suo pensiero e le sue parole alle vittime innocenti dei conflitti, “alle giovani madri e ai loro bambini in fuga da guerre e carestie o in attesa nei campi per i rifugiati”, lanciando un appello ad andare a casa pensando alla pace e al perdono che “spegne il fuoco dell’odio”. Un’attenzione particolare Francesco l’ha rivolta nel tempo agli yemeniti più giovani, cresciuti in un contesto drammatico. Nel messaggio natalizio che precede la benedizione Urbi et Orbi, il Papa nel 2019 ha sottolineato la “grave crisi umanitaria nel Paese”, rivolgendo un pensiero particolare “ai bambini dello Yemen”. I più piccoli cittadini sono stati al centro anche delle parole pronunciate dopo la preghiera mariana dell’Angelus del 3 febbraio 2019: “Con grande preoccupazione seguo la crisi umanitaria nello Yemen - diceva Francesco poco più di due anni fa -, la popolazione è stremata dal lungo conflitto e moltissimi bambini soffrono la fame, ma non si riesce ad accedere ai depositi di alimenti. Fratelli e sorelle, il grido di questi bambini e dei loro genitori sale al cospetto di Dio. Faccio appello alle parti interessate e alla Comunità internazionale per favorire con urgenza l’osservanza degli accordi raggiunti, assicurare la distribuzione del cibo e lavorare per il bene della popolazione”. Un appello espresso con forza anche nell’udienza del 27 marzo 2019, quando il suo pensiero andava ai “bambini affamati in guerra”, con particolare riferimento a quelli yemeniti.

Un nuovo appello delle Nazioni Unite per lo Yemen ha raccolto ieri 1,3 miliardi di dollari, meno di un terzo di quello che l’organizzazione aveva previsto per aiutare il Paese più povero del mondo arabo. Ad annunciarlo in queste ore è stato il sottosegretario generale per gli Affari Umanitari delle Nazioni Unite, Martin Griffiths. “Speravamo di più”, ha detto alla fine della conferenza, definendo le prospettive per lo Yemen “terribili”. L’Onu mirava ad ottenere oltre 4 miliardi di dollari in aiuti. Griffiths ha ribadito come lo Yemen “ha bisogno di soldi, finanziamenti urgenti, rapidi, per il popolo dello Yemen”. Diversi osservatori internazionali sottolineano come la conferenza sia arrivata mentre l’attenzione mondiale si concentra sulla guerra in Ucraina, che ha causato in tre settimane almeno tre milioni di rifugiati, nel più grande esodo europeo dalla Seconda Guerra Mondiale. Lo Yemen dipende quasi interamente dalle importazioni di cibo, con almeno un quarto delle sue importazioni di grano provenienti dall’Ucraina, secondo quanto reso noto World Food Program. Anche la conferenza dei donatori del 2021 aveva raccolto una cifra inferiore alle aspettative: 1,7 miliardi di dollari rispetto ai 3,85 miliardi che l’Onu aveva chiesto. Un traguardo, quello, comunque superiore a quanto ottenuto in queste ore.

“Da una prospettiva occidentale, il conflitto in Yemen è stato e purtroppo continua ad essere considerato periferico, marginale. Dimenticato perché non viene considerato strategico. Per le potenze regionali, penso all’Arabia Saudita, all’Iran, agli Emirati Arabi, questo è un conflitto che invece può ridisegnare gli equilibri di sicurezza dell’area del Golfo”. Lo spiega Eleonora Ardemagni, ricercatrice associata presso l’Istituto per gli Studi di Politica Internazionale (Ispi).

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18/03/2022
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