{if 0 != 1 AND 0 != 7 AND 0 != 8 AND 'n' == 'n'} Cantalamessa: la vita di Gesù, un dono a Dio

Chiesa

di Raffaele Dicembrino

Cantalamessa: la vita di Gesù, un dono a Dio

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«Appena usciti dalla messa si deve realizzare ciò che è stato detto, in pratica sforzarsi realmente, pur con tutti i limiti, di offrire ai fratelli il “corpo”, cioè “il tempo, le energie, l’attenzione; in una parola, la vita». Lo ha sottolineato il cardinale Raniero Cantalamessa, predicatore della Casa Pontificia, durante la seconda predica di Quaresima, svoltasi, nell’Aula Paolo vi, venerdì mattina, 18 marzo, alla presenza di Papa Francesco. Con questa meditazione, il frate minore cappuccino ha proseguito le riflessioni sul mistero eucaristico, tema di questo ciclo di catechesi quaresimali, soffermandosi sulla parte centrale della messa, la preghiera eucaristica, o anafora, che ha al suo centro la consacrazione. Prendendo in considerazione sia l’aspetto liturgico e rituale, sia quello teologico ed esistenziale.

«Prendete, mangiate», realmente lasciarsi “mangiare”, soprattutto «da chi non lo fa con tutta la delicatezza e il garbo che ci aspetteremmo». Ricordando quanto scriveva sant’Ignazio di Antiochia, andando a Roma per morirvi martire, il cappuccino ha evidenziato che ognuno, se si guarda bene intorno, ha «denti acuminati di fiere che lo macinano: sono critiche, contrasti, opposizioni nascoste o palesi, divergenze di vedute con chi ci sta intorno, diversità di carattere».

Se nella consacrazione, ha messo in luce il predicatore, «siamo anche noi che, rivolti ai fratelli, diciamo: “Prendete, mangiate: questo è il mio corpo. Prendete, bevete: questo è il mio sangue”, dobbiamo sapere cosa significano “corpo” e “sangue”, per sapere ciò che offriamo».

La parola “corpo”, ha spiegato, non indica, nella Bibbia, «una componente, o una parte, dell’uomo che, unita alle altre componenti che sono l’anima e lo spirito, forma l’uomo completo». Nel linguaggio biblico, e quindi in quello di Gesù e di Paolo, “corpo” indica «tutto l’uomo, in quanto vive la sua vita in un corpo, in una condizione corporea e mortale». “Corpo” indica, quindi, “tutta la vita”. A questo proposito, il cardinale ha sottolineato che Gesù, istituendo l’Eucaristia, «ha lasciato in dono tutta la sua vita, dal primo istante dell’incarnazione all’ultimo momento, con tutto ciò che concretamente aveva riempito tale vita: silenzio, sudori, fatiche, preghiera, lotte, umiliazioni». Non la “vita” in astratto, ma il “vissuto”.

Quando poi Gesù dice: «Questo è il mio sangue», egli aggiunge “la morte!”. Infatti, dopo «averci donato la vita, ci dona anche la parte più preziosa di essa, la sua morte». Il termine “sangue” nella Bibbia, ha spiegato il porporato, non indica, infatti, «una parte del corpo, cioè una parte di una parte dell’uomo», ma indica «un evento: la morte». Se il sangue è «la sede della vita», come si pensava allora, il suo “versamento” è il «segno plastico della morte». In questo senso, l’Eucaristia è «il mistero del corpo e del sangue del Signore, cioè della vita e della morte del Signore!».

Cosa offre, quindi il fedele quando afferma di offrire il corpo e il sangue, insieme con Gesù, nella messa, si è chiesto il porporato? «Offriamo — ha detto — anche noi quello che offrì Gesù: la vita e la morte». Con la parola “corpo”, si dona «tutto ciò che costituisce concretamente la vita che conduciamo in questo mondo, il nostro vissuto: tempo, salute, energie, capacità, affetto, magari soltanto un sorriso». Con la parola “sangue”, si esprime «l’offerta della nostra morte». Non necessariamente «la morte definitiva, il martirio per Cristo o per i fratelli». È morte tutto ciò «che in noi, fin d’ora, prepara e anticipa la morte: umiliazioni, insuccessi, malattie che immobilizzano, limitazioni dovute all’età, alla salute»: tutto ciò, in una parola, che “mortifica”. Se si celebrasse con questa partecipazione personale la messa, ha aggiunto il predicatore, se si dicesse «veramente tutti, al momento della consacrazione, chi ad alta voce e chi silenziosamente, secondo il ministero di ognuno: Prendete, mangiate», cosa avverrebbe, si è chiesto? «Un sacerdote — ha detto —, un parroco e, a maggior ragione, un vescovo, celebra così la sua messa, poi va: prega, predica, confessa, riceve gente, visita malati, ascolta». In effetti, anche la sua giornata è Eucaristia. Così un sacerdote imita il “buon Pastore”, perché realmente dà «la vita per le sue pecorelle».

Il cardinale ha poi offerto un esempio umano, su cosa avviene nella celebrazione eucaristica. «Pensiamo a una numerosa famiglia — ha spiegato — in cui c’è un figlio, il primogenito, che ammira e ama oltre misura il proprio padre. Per il suo compleanno vuole fargli un regalo prezioso». Prima però di presentarglielo chiede, «in segreto, a tutti i suoi fratelli e sorelle di apporre la loro firma sul dono. Questo arriva dunque nelle mani del padre come segno dell’amore di tutti i suoi figli, indistintamente, anche se, in realtà, uno solo ha pagato il prezzo di esso».

Ciò avviene nel sacrificio eucaristico, ha affermato. Gesù «ammira e ama sconfinatamente il Padre celeste». A lui vuol fare ogni giorno, «fino alla fine del mondo, il dono più prezioso che si possa pensare, quello della sua stessa vita». Nella messa, egli «invita tutti i suoi fratelli e sorelle ad apporre la loro firma sul dono, di modo che esso giunge a Dio Padre come il dono indistinto di tutti i suoi figli, anche se uno solo ha pagato il prezzo di tale dono. E che prezzo»!

Per questo, «la nostra firma sono le poche gocce d’acqua che vengono mescolate al vino nel calice». Esse non sono che «acqua, ma mescolate nel calice diventano un’unica bevanda». La firma di tutti è «l’amen solenne che l’assemblea pronuncia, o canta, al termine della dossologia: “Per Cristo, con Cristo e in Cristo, a te Dio Padre onnipotente nell’unità dello Spirito Santo, ogni onore e gloria per tutti i secoli dei secoli. Amen!”». Ciò comporta che «chi ha firmato un impegno ha poi il dovere di onorare la propria firma». Questo vuol dire che, «uscendo dalla messa, dobbiamo fare anche noi della nostra vita un dono d’amore al Padre e per i fratelli» ha concluso Cantalamessa.

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