Chiesa

di Tommaso Ciccotti

Vescovi italiani: le morti sul lavoro sono inaccettabili

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Un Paese che cerca di risalire positivamente la china della crisi non può fondare la propria crescita economica sul quotidiano sacrificio di vite umane”. Parole chiare, di giustizia, quelle che i vescovi italiani rivolgono alle istituzioni e alle aziende, perché in Italia non si debbano più contare le cosiddette morti bianche. La Cei le scrive nel messaggio per il prossimo primo maggio, festa dei lavoratori, dal titolo “La vera ricchezza sono le persone”.

I vescovi italiani citano i dati Inail: nel 2021 sono stati 1.221 i morti, cui si aggiungono quelli “ignoti” perché avvenuti nelle pieghe del lavoro in nero, un ambito sommerso in cui si moltiplicano inaccettabili tragedie. Dunque ogni giorno in Italia muoiono almeno tre persone sul posto di lavoro. “Siamo di fronte a un moderno idolo che continua a pretendere un intollerabile tributo di lacrime”, ammonisce la Cei, sottolineando come tra i settori più colpiti ci sono l’industria, i servizi, l’edilizia e l’agricoltura. “Ogni evento che si verifica è una sconfitta per la società nel suo complesso, ogni incidente mortale - si legge nel messaggio - segna una lacerazione profonda sia in chi ne subisce gli effetti diretti, come la famiglia e i colleghi di lavoro, sia nell’opinione pubblica”.

Lo sguardo dei vescovi va anche al mercato del lavoro, ad una produzione che a volte si alimenta di un precariato che contiene elementi di pericolosità. “La crescente precarizzazione - sottolinea la Cei - costringe molti lavoratori a cambiare spesso mansione, contesto lavorativo e procedure, esponendoli a maggiori rischi. Spesso, inoltre, le mansioni più pericolose sono affidate a cooperative di servizi, con personale mal retribuito, poco formato, assunto con contratti di breve durata, costretto ad operare con ritmi e carichi di lavoro inadeguati, in una combinazione rovinosa che - rimarcano i vescovi - potenzia il rischio di errori fatali”.

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30/03/2022
0407/2022
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