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di Roberto Signori

Alzheimer: colpito 20% italiani over 60

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In Italia si stima che oltre 1 milione di persone over 65 siano affette da demenza, oltre 630mila da malattia di Alzheimer, pari a circa il 20% della popolazione ultrasessantenne, e oltre 928mila da declino cognitivo lieve. Ad oggi non è disponibile alcuna terapia farmacologica che permetta di intervenire sui processi di danno cerebrale e impedire la progressione dei sintomi, ma la situazione potrebbe presto cambiare grazie alle recenti evoluzioni della ricerca scientifica. E ciò richiede un cambio di paradigma nella gestione della malattia, a partire da una maggiore informazione e conoscenza da parte della collettività e del medico di medicina generale, attraverso il potenziamento della formazione medica, ma anche investendo nelle risorse tecnologiche e strutturali dei Centri Alzheimer. E’ quanto emerge, in estrema sintesi, dal primo report ‘Barometro Alzheimer: riflessioni sul futuro della diagnosi e del trattamento’, realizzato da Deloitte in collaborazione con Biogen.

Secondo il rapporto, dunque, il possibile avvento di innovazioni terapeutiche richiederebbe un cambio di paradigma soprattutto riguardo al potenziamento della diagnosi precoce della patologia. La prospettiva con la quale viene affrontata oggi la malattia di Alzheimer dovrà quindi essere totalmente ribaltata: da patologia neurodegenerativa inarrestabile – si legge nel report – a patologia che, se diagnosticata tempestivamente alla comparsa dei primi sintomi, potrebbe ritardare o modificare la sua progressione nel tempo. Da qui, in primo luogo, l’importanza per la collettività di conoscere, e riconoscere, la malattia di Alzheimer e la sua possibile sintomatologia, fornendo a familiari, pazienti e caregiver una opportuna informazione per migliorarne la comprensione e riuscire così a cogliere e intercettare i primi segni della malattia.

In questo senso – sostiene il ‘Barometro’ – è di primaria importanza favorire la conoscenza delle demenze e della malattia di Alzheimer da parte del medico di medicina generale, primo punto di riferimento per la persona colpita da difficoltà cognitive e per i suoi familiari. Ne consegue la necessità di potenziare una formazione adeguata e costante, comprendendo anche le forme precoci della patologia. Dal 2018 ad oggi, infatti, solo il 33% dei corsi accreditati Ecm in ambito Alzheimer prevedeva contenuti dedicati alle forme precoci.
Per quanto riguarda la presa in carico del paziente, efficace e in tempi congrui, da parte dei centri specializzati, il ‘Barometro Alzheimer’ si concentra soprattutto sulla congruità delle tempistiche per l’accesso alle strutture, la valutazione e la diagnosi clinica, con il 70% dei centri rispondenti che lamentano già oggi una mancanza di tempo per l’esecuzione dei test neuropsicologici. Un altro ambito riguarda poi la necessità di intervenire sull’infrastruttura diagnostica, investendo nelle risorse tecnologiche e strutturali dei centri. In particolare, sarebbe auspicabile un aumento del 12% delle macchine di Risonanza magnetica nucleare (Rmn), del 23% delle macchine per la Tomografia a emissione di positroni (Pet) e del 57% delle analisi del liquido cefalo-rachidiano (Csf).
Se la dotazione infrastrutturale dei centri sarà cruciale nel futuro, anche alla luce dei recenti investimenti varati con il Pnrr, il ‘Barometro’ indaga l’urgenza di incrementare il personale sanitario coinvolto e la necessità di un’adeguata formazione anche su alcune tecnologie: secondo il 60% dei centri che hanno risposto alla survey, infatti, già oggi occorrerebbero équipe multidisciplinari dedicate all’Alzheimer più numerose, mentre circa la metà ritiene importante lavorare sulle competenze neuroradiologiche e sulla standardizzazione di esami come la risonanza magnetica per migliorare in futuro l’accuratezza diagnostica.

“Il Barometro rappresenta un primo passo verso una comprensione più ampia della malattia di Alzheimer e del suo impatto sul sistema salute. E’ un documento di cui c’era forte bisogno: incisivo nel misurare lo stato attuale, fornisce al contempo alcune preziose indicazioni preliminari portandole all’attenzione delle istituzioni. Garantire una formazione migliore e costante ai professionisti sanitari, attrezzare adeguatamente i centri per rispondere a necessità diagnostiche sempre più precoci ed accurate, insegnare ai cittadini a prestare attenzione ai primi segnali della malattia: è solo individuando tutti gli attori coinvolti che possiamo costruire insieme una vera e propria cultura della prevenzione”, spiega il Comitato scientifico che ha collaborato alla realizzazione del progetto.

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01/04/2022
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