{if 0 != 1 AND 0 != 7 AND 0 != 8 AND 'n' == 'n'} Editoria: Liberi di credere

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di Giuseppe Bruno

Editoria: Liberi di credere

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Si è tenuto a Paola (CS) il 31 marzo, presso la Biblioteca del Santuario di San Francesco di Paola, organizzato dalla “Fondazione San Francesco di Paola”, dal “Dipartimento di scienze politiche e sociali dell’UNICAL”, dall’“UNLA” e “UCIIM” Paola e da “Insieme”, un pubblico dibattito sulla presentazione del Libro “Liberi di Credere, la religiosità giovanile in un area del Sud Italia” di Vincenzo Bova, docente presso l’UNICAL. Sono intervenuti nel pubblico dibattito il Padre Francesco Di Turi in rappresentanza del Provinciale dei Minimi Rev. Padre Francesco Trebisonda, i Docenti: Pasquale Zoroberto (Insieme), Caterina Provenzano (Unla Paola), M. Assunta Lattuca (Uciim Paola), Giuseppe Bruno (Uciim Calabria). Riporto la traccia del mio intervento.

Professore Bova, ho letto con molto interesse il suo libro. Mi ha colpito soprattutto la freschezza delle interviste ai giovani che essendo state trascritte così come sono state registrate, si ha proprio l’impressione di sentirli, anzi, quasi, di vederli, questi giovani. Ne viene fuori un quadro molto fedele alla realtà giovanile locale fotografata circa quattro anni fa. Quello che noto particolarmente e propongo come primo punto all’attenzione dei presenti è la seguente osservazione. Mi sembra sia ampiamente confermata dalla sua ricerca una tendenza che io notavo già molto presente una decina di anni prima nei giovani locali. A cosa mi riferisco. Io sono stato, prima di diventare Dirigente scolastico, docente di filosofia e storia nei licei per più di un decennio, fino al 2007, quindi fino a undici anni prima della sua ricerca. Durante quel periodo di insegnamento, quando arrivavo a dover spiegare la filosofia cristiana iniziavo con un test d’ingresso, diagnostico, diciamo così, non valutativo, per accertare i prerequisiti degli allievi. Mi sembrava necessario iniziare così perché - e lo spiegavo ai ragazzi - viviamo in una società a forte matrice cristiana. Il test consisteva in una unica domanda: “cos’è per te il Cristianesimo? Le risposte che ancora custodisco, molto interessanti, anche perché per come era posta la domanda apriva a tante possibilità di risposta anche molto personali, avevano però in grande maggioranza una matrice comune che riscontro ancora molto presente nelle risultanze della sua ricerca. Qual è? La concezione del cristianesimo come una dottrina morale, un codice morale. Essere cristiani è “Essere buoni, amare il prossimo.” Essere cristiani per la maggior parte dei giovani si restringe a queste due frasi. Credere in Dio diventa già più raro e problematico; magari credere a un Dio come indispensabile principio di un universo ordinato, questo si, ma credere nel Dio dei Cristiani e in Gesù Cristo, Dio fattosi uomo morto in croce e risorto per liberarci dal male, dal peccato e dalla morte, che poi sarebbe il Kerigma, la buona notizia; bene, questa risposta, almeno così
completa, che rappresenta il concetto stesso di Cristianesimo c’è, ma è veramente molto, molto rara. Lo era fino a undici anni fa e vedo che lo è ancora. Si capisce che quello che viene offerto dalla Chiesa da molti anni a questa parte, soprattutto alle nuove generazioni è quello che molto suggestivamente alcuni anni fa un responsabile nazionale dell’Ufficio missionario della Cei definì il “Tesoretto della Chiesa”, cioè la sua opera di aiuto e soccorso nei confronti dei poveri e dei bisognosi. Allora era di moda parlare di tesoretto se ne parlava anche per la situazione economica italiana. Il Tesoretto: cioè qualcosa di non evidente ma che costituisce una formidabile risorsa. Attirare i laici e soprattutto i giovani usando questo tesoretto diventa estremamente facile. Chi resiste? Ma come dice bene qualcuno degli intervistati e lei stesso mi pare citando anche qualche autore ciò non è l’essenza del cristianesimo, si, è, dovrebbe essere, la conseguenza della Charitas cristiana, ma la causa di questa Charitas viene nel Cristianesimo, nel Cristiano, dal credere nel Kerigma, dall’aver fatto l’esperienza di un incontro personale con Cristo Risorto. Se manca questa esperienza, manca la base stessa del credere. La dimensione trascendente soprannaturale è fondamentale nella vera esperienza religiosa cristiana. Questo lo dico anche per esperienza personale. Viceversa, il fare del bene agli altri senza questa base è
un’esperienza validissima, utilissima, ma non è necessariamente un’esperienza cristiana. C’è tantissima gente, ci sono tante associazioni, onlus, che fanno del bene agli altri senza essere per questo cristiane. La conseguenza è, e si vede bene lungo tutto il corso della sua ricerca, che molti giovani e anche certamente possiamo dirlo molto meno giovani, pur riconoscendo il valore formativo umano delle esperienze fatte nell’ambito della Chiesa, non conoscono il vero cristianesimo che è fatto di dimensione spirituale, legata a doppio filo con l’azione soprannaturale dello Spirito Santo e di dimensione sociale. Così essi, conoscendo solo quest’ultima, finiscono spesso per abbandonare la Chiesa o approdare addirittura ad altre religioni. Un altro aspetto che mi ha colpito nelle risultanze della sua ricerca è costituito dal modo
abbastanza conformistico di rispondere, da parte dei giovani intervistati, a domande che affrontano i temi più scottanti del dibattito etico religioso attuale: rispetto della vita dal concepimento alla morte naturale, divorziati risposati, unioni civili omosessuali e famiglia naturale, ecc.. Su questi temi devo dire, invece, che riscontravo una maggiore varietà di modi di pensare al tempo del mio insegnamento. Cosa è successo in questi ultimi quindici e più anni. La mia risposta - che è anche la conclusione di questo mio breve intervento e che vuole essere un altro invito al
dibattito - è la seguente. A questi giovani manca la guida vera di una generazione veramente adulta. La generazione adulta che hanno avuto come guida è invece una generazione che ha sacrificato, spesso in perfetta buona fede, al mito della “libertà di scelta” e del “rispetto delle opinioni altrui” il vero confronto, il vero dibattito e la ricerca della verità, innalzando, così di fatto, il relativismo e l’individualismo che sono l’esatto contrario di essa ad unica verità accettabile. Parliamo inutile nascondercelo del “politicamente corretto”, oggi imperante in una società democratica che ha scambiato la “democrazia” per “somma di idee” - somma che come si sa può andare all’infinito senza approdare a nulla - e non per la “loro sintesi”, tradendo, così, lo stesso concetto “rousseauiano” di Volontà generale che ne è alla base. Un “politicamente corretto” che spegne sul sorgere ogni vero dibattitto, censurandolo, di fatto, in nome di un presunto rispetto che finisce per essere il suo esatto contrario, cioè mancanza di rispetto per l’intelligenza dell’interlocutore il quale in quanto uomo sa di crescere in conoscenza, in competenza e in
umanità proprio grazie al confronto vero, aperto e intelligente con i suoi simili. Questo cercano, secondo me, i giovani disorientati di oggi rassegnati al loro “self service” di valori da mettere almeno momentaneamente nel carrello della loro vita (immagine molto efficace da lei usata): adulti veri che la smettano di fare i ragazzini corretti e si assumano le loro responsabilità che sappiano chiamare il nero nero il rosso rosso e non trasformino la realtà in una notte schellinghiana in cui, come diceva hegel, “tutte le vacche sono nere”. E queste guide i giovani vorrebbero in tutti i campi, in tutti gli ambiti: in famiglia, a scuola, in parrocchia, nelle sezioni dei partiti politici e nelle sedi della mille associazioni che essendo per definizione libere aggregazioni che perseguono un fine comune dovrebbero essere le palestre in cui attraverso il dibattito si esercitano lo spirito critico e l’intelligenza. Allora che i cattolici e i politici comincino a parlare, senza il falso rispetto già stigmatizzato, di tutti i temi più scottanti oggi sul tappeto, senza nasconderli o camuffarli o sfumarli. E smettiamola, anche, di pensare che questi temi (aborto,
eutanasia, matrimonio famiglia naturale e unioni civili) siano relativi al mondo cattolico, no, questi temi sono relativi a tutta l’umanità e dovrebbero essere appannaggio soprattutto dei “laici” (vedi la “pre bioetica” laica H. Jonas) che, purtroppo però si sono fatti spodestare in questo campo, con il più forte dei “cavalli di Troia”, il presunto rispetto della libertà di scelta, dai “laicisti” i quali sono, così, diventati, oggi, i veri dittatori del “politicamente corretto”. Quindi, io penso - e chiedo il vostro parere - una soluzione ci sia per dare una mano ai nostri giovani a non diventare rassegnati esercenti del “fai da te” individualistico e politicamente corretto: che coloro che hanno responsabilità formative in ogni ambito, le esercitino con il dovuto, oggi indispensabile, “coraggio” e, se poi sono veri credenti e cristiani, con la predisposizione ad essere sul modello di Cristo testimoni ( martiri) della “ricerca della Verità” insieme ai giovani loro affidati.

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05/04/2022
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