Politica

di Roberto Signori

La Spagna e l’aborto “facile”

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Mercoledì il Senato spagnolo ha approvato in via definitiva una modifica del codice penale per punire chi molesta o intimidisce le donne che vanno in una clinica per interrompere volontariamente la gravidanza. La nuova legge, promossa dai Socialisti del primo ministro Pedro Sánchez, aveva già ottenuto il voto favorevole della Camera ed è stata ora approvata dal Senato: entrerà in vigore non appena sarà pubblicata in Gazzetta Ufficiale.

A partire da quel momento, coloro che «al fine di ostacolare l’esercizio del diritto all’interruzione volontaria di gravidanza» metteranno in pratica contro una donna «atti molesti, offensivi, intimidatori o coercitivi che ledano la sua libertà» saranno puniti con la reclusione da tre mesi a un anno o saranno sanzionati con la misura alternativa dei lavori di pubblica utilità. Con questa modifica del codice penale rischiano le stesse pene anche coloro che tentano di intimidire gli operatori sanitari che lavorano nelle cliniche dove si eseguono aborti.

L’aborto, in Spagna, era stato depenalizzato nel 1985, per soli tre motivi: stupro, grave rischio per la donna e malformazione fetale, ma è stato solo nel 2010 che l’interruzione di gravidanza su richiesta è stata legalizzata fino alla quattordicesima settimana di gestazione. Nonostante questo, in un paese a forte tradizione cattolica, le donne che desiderano abortire continuano a incontrare numerosi ostacoli: perché molti medici sono obiettori di coscienza e perché sono molto attivi i cosiddetti movimenti “anti-scelta”.

Tra le loro pratiche, i movimenti contro l’aborto hanno anche quella di riunirsi fuori dalle cliniche dove si praticano aborti per cercare di convincere le donne che stanno per entrare a non farlo. Spesso pregano, recitano slogan, mostrano cartelli o si rivolgono direttamente alle donne mostrando loro piccoli feti di plastica o cercando di convincerle a salire su un furgone dotato di monitor per sentire il battito del cuore del feto.

Gruppi di antiabortisti hanno manifestato anche ieri fuori dal Senato contro quella che hanno definito una «criminalizzazione» della loro attività: «Pregare non è un crimine e continueremo a pregare e a offrire il nostro aiuto a tutte quelle donne che ne hanno bisogno in modo che possano capire che l’aborto non è l’unica soluzione», ha detto una portavoce del movimento.

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08/04/2022
0207/2022
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