Chiesa

di Emilia Flocchini

Nuovi Decreti delle Cause dei Santi: un nuovo Santo, due martiri e sette Venerabili

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La notizia era quasi certa da tempo, almeno negli ambienti salesiani: i figli di don Bosco e la Chiesa tutta avranno un nuovo Santo – il primo dopo i martiri Luigi Versiglia e Callisto Caravario, canonizzati nel 2000 – nella persona di Artemide Zatti, Salesiano Coadiutore. È l’unico Beato prossimo alla canonizzazione della lista dei Decreti di cui oggi, ricevendo in udienza il cardinal Marcello Semeraro, Prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi, papa Francesco ha autorizzato la promulgazione. In realtà, come attesta il messaggio del Rettor Maggiore dei Salesiani pubblicato per l’occasione, il Pontefice lo conosceva già: nel 1976, infatti, l’allora padre Bergoglio chiese di pregare per le vocazioni chiedendo la sua intercessione.

Zatti è noto da sempre, in tutta l’Argentina, come “l’infermiere santo”. Era però nato a Boretto, in provincia di Reggio Emilia, il 12 ottobre 1880. I suoi genitori, Luigi Zatti e Albina Vecchi, erano emigrati nel 1897, stabilendosi a BahÍa Blanca. Lì Artemide conobbe i Salesiani, in special modo il parroco, don Carlo Cavalli. Grazie a lui entrò nell’aspirantato di Bernal, a vent’anni, ma contrasse la tubercolosi assistendo un giovane malato; fu quindi trasferito a Viedma, sempre per interessamento del parroco. Don Evasio Garrone, che gli fece da infermiere, gli suggerì d’invocare Maria Ausiliatrice per ottenere la guarigione: «Credetti, promisi, guarii», raccontò in seguito.

Ereditò il compito di don Garrone, occupandosi dell’ospedale missionario da lui diretto fino alla morte. Intanto aveva professato i voti come Coadiutore, ossia religioso non sacerdote (accettò con obbedienza di rinunciare all’ordinazione): in forma temporanea l’11 gennaio 1908 e in forma perpetua l’8 febbraio 1911. Fu per tanti la prova vivente dell’esistenza di Dio, per la carità con cui si mosse, in sella alla sua bicicletta, per tutta la Patagonia e anche oltre. Fu anche accusato di aver favorito la fuga di un carcerato ricoverato in ospedale: pare che i cinque giorni trascorsi in prigione siano stati gli unici in cui lui abbia riposato.

Nel 1950, cadendo da una scala, capì di essere malato di cancro. Lavorò ancora per un anno, tornando a Dio il 15 marzo 1951. La notizia del Decreto sul secondo miracolo arriva pochi giorni prima del ventesimo anniversario della beatificazione, avvenuta a Roma il 14 aprile 2002.

Il caso esaminato dalla Postulazione Generale salesiana riguarda la guarigione di un uomo da ictus ischemico cerebellare destro, complicato da voluminosa lesione emorragica, avvenuta il 24 agosto 2016 a Tanauan Batangas presso Lipa, nelle Filippine. L’11 agosto 2016 era stato portato in ospedale per i sintomi dell’ictus, ma nel giro di due giorni era peggiorato. I parenti avevano insistito per portarlo a casa, così da morire accanto ai suoi cari: tornò il 21, mentre il giorno seguente gli fu amministrata l’Unzione degli Infermi.

Intanto suo fratello, anche lui Salesiano Coadiutore, al tempo a Roma, iniziò a invocare il Beato Artemide appena seppe del ricovero. Il 24, quindi, l’uomo chiamò i parenti: si era tolto il sondino naso-gastrico con cui era alimentato e il respiratore, quindi chiese di poter mangiare. Successivamente, tornò alla vita normale.

Nell’elenco di questo mese sono però compresi anche due martiri, italiani questa volta, vittime dell’odio contro il ministero sacerdotale esercitato anche durante la seconda guerra mondiale. Si tratta di don Giuseppe Bernardi e don Mario Ghibaudo, rispettivamente parroco e vicario parrocchiale a Boves, nella parrocchia di San Bartolomeo. Ad accomunarli sono tre tratti essenziali: lo spirito di sacrificio; la profonda coscienza di essere sacerdoti; l’attaccamento alla comunità, di cui erano servitori e maestri.

Dopo l’8 settembre 1943, molti erano a Boves i soldati sbandati, pronti a resistere all’occupante tedesco. Don Mario si adoperò per orientarli, aiutarli e visitarli, scegliendo di restare accanto a chi soffriva. Don Giuseppe, dal canto suo, fu convocato dal maggiore Joachim Peiper per ottenere la liberazione di due militari tedeschi, catturati dai cosiddetti “ribelli” lo stesso giorno, domenica 19 settembre 1943. Con lui partì Antonio Vassallo, imprenditore nel laterizio. Contrariamente ai patti, i tedeschi li trattennero, obbligandoli ad assistere, a bordo di un’autoblindata, all’incendio delle case del paese e al massacro dei cittadini. Il giorno dopo furono trovati i loro cadaveri carbonizzati: Andrea Pacotti, il dentista del paese, riconobbe quello del parroco dalla dentiera che gli aveva applicato pochi giorni prima.

Don Mario, quello stesso giorno, era riuscito a parlare un’ultima volta col suo parroco, che gli aveva impartito l’assoluzione. Quindi era ripartito per cercare di mettere in salvo le bambine dell’orfanotrofio e altri abitanti. Durante la sua corsa, incontrò una famiglia, che poco dopo fu assalita da un soldato tedesco. Il nonno della famiglia venne colpito: don Mario alzò la mano per assolvere il morente, ma una raffica di mitra lo raggiunse in quel medesimo istante. Sul suo cadavere fu anche riscontrato il segno di una coltellata.

La loro morte ha i caratteri di un vero martirio per via della ferocia con cui i tedeschi si erano accaniti contro istituzioni e opere ecclesiastiche, come il santuario di Sant’Antonio o l’Istituto dei Sordomuti, ma anche contro le loro stesse persone, costantemente vestite della talare. Per Vassallo, invece, non si può parlare di martirio perché non era cattolico. Boves è ormai da anni uno dei luoghi dove la memoria delle stragi del secondo dopoguerra si affianca alla certezza di aver avuto, come guida di un popolo sofferente, due veri ministri di Dio.

I nuovi Venerabili sono invece due vescovi, due religiose fondatrici di congregazioni e tre laiche, di cui una coniugata. Sorprendono i collegamenti che possono essere individuati all’interno dei reciproci percorsi di vita.

Il primo vescovo, Martino Fulgenzio Elorza Legaristi, aveva iniziato il cammino tra i Padri Passionisti nel 1912, essendo nato a Elgueta, presso Vitoria in Spagna, il 30 dicembre 1899. Il suo nome da religioso completo era Martino del Costato di Cristo. Per tre volte fu rieletto Superiore provinciale e, negli anni della guerra civile, manifestò in modo eminente la virtù della prudenza, tenendosi al di fuori da spinte estremistiche pur senza rinnegare le proprie origini basche. Ancora prima, era stato direttore degli studenti, ossia dei religiosi in formazione: questi ultimi apprezzavano il suo metodo educativo, molto più comprensivo di quello dei suoi predecessori.

La sua missione in Perù iniziò nel 1949, con la nomina ad Amministratore Apostolico della Prelatura di Moyobamba, diventandone Prelato 3 ottobre 1953. Il 24 febbraio 1954 ricevette l’ordinazione episcopale a Lima. Coraggioso e zelante, obbediente ai superiori e alle gerarchie anche quando più gli costava, visitava le parrocchie a cavallo, in canoa o semplicemente a piedi. Sostenne la formazione dei laici, ma promosse anche la costruzione del nuovo Seminario. Fece anche costruire la cattedrale e, in vari villaggi, altrettante chiese. Il suo cuore si fermò il 30 dicembre 1966, a Lima.

Monsignor Elorza Legaristi partecipò anche alle prime sessioni del Concilio Vaticano II. A esse e a quelle seguenti fu presente, contribuendo con la propria esperienza, anche monsignor Francesco Costantino Mazzieri, italiano di Abbadia di Osimo, dov’era nato il 25 marzo 1889. Religioso dei Frati Minori Conventuali, fu a servizio della Provincia Francescana delle Marche, nonché guardiano (superiore) in vari conventi e parroco a Osimo.

Nel 1930, la sua aspirazione a partire missionario venne appagata: entrò a far parte del gruppo di sette frati inviati a Ndola, nella parte della colonia britannica del Nord Rhodesia (oggi Zambia) assegnata, dalla Congregazione di Propaganda Fide, ai Minori Conventuali. Era un territorio dove la Chiesa doveva ancora nascere: per questa ragione s’impegnò intensamente nell’evangelizzazione, evitando compromessi che sapessero di colonialismo.

Gradualmente Ndola arrivò a essere costituita in diocesi: padre Mazzieri ne fu il primo Vicario apostolico, ordinato vescovo il 13 febbraio 1949. Lebbrosi, malati, ma anche sacerdoti che avevano lasciato il ministero furono oggetto delle sue cure pastorali. Diciassette anni dopo rassegnò le dimissioni per limiti d’età raggiunti, ma rimase a vivere con gli altri frati nella zona rurale di Santa Teresa presso Ibenga, dove morì il 19 agosto 1983, novantaquattrenne. Negli ultimi anni di vita ricevette varie onorificenze civili, mentre il popolo zambiano conservò la sua fama di santità.

Le due religiose e fondatrici sono accomunate dal fatto di provenire da altre congregazioni, ma anche di essere state chiamate, attraverso i fatti storici e personali, a dare vita a realtà autonome, seppure a prezzo d’incomprensioni. Avvenne così a suor Lucia Noiret, al secolo Georgine, che da Chambéry, dov’era nata il 27 gennaio 1832, partì diciottenne per Napoli, sede del noviziato delle Suore di Carità di Santa Giovanna Antida Thouret. Nel 1852 venne destinata al Conservatorio di San Giuseppe a Imola, un istituto che comprendeva un orfanotrofio, un convitto per ragazze esterne e due scuole, una per alunne abbienti e una per quelle povere.

Gli sconvolgimenti nella vita della Chiesa dell’Italia post-unitaria, specie in Romagna, condussero la superiora generale delle Suore della Carità, suor Carolina Chambrot, a drastiche decisioni. Suor Lucia, posta davanti all’alternativa tra restare ma lasciare la congregazione, come avrebbero voluto le autorità anticlericali, o partire e rimanere suora, pregò a lungo. Alla fine, proprio mentre stava salendo sul treno per Roma, venne portata via dalla forza pubblica. Aiutata dal vescovo di Imola, comprese di dover rimanere per il bene delle orfanelle e delle altre ragazze.

Diverse giovani la raggiunsero, dalla sua Savoia ma anche dalle vicinanze di Imola, non solo per aiutarla nell’insegnamento, ma anche per condividere la sua scelta per Dio. Il 19 giugno 1876 le prime tre suore professarono i voti. Dieci anni dopo, il 19 marzo, la nuova famiglia religiosa ricevette il nome: Ancelle del Sacro Cuore, con la specifica “sotto la protezione di San Giuseppe”. Al Sacro Cuore madre Lucia fece ricorso in ogni momento della sua vita, riconoscendolo presente nel Santissimo Sacramento, mentre a san Giuseppe si rivolgeva specialmente quando veniva chiamata ad aprire nuove case. Da tempo malata di cuore, morì il 17 marzo 1899.

Madre Kazimiera Gruszczyńska, nata a Kozienice (oggi in Polonia) il 31 dicembre 1848, iniziò invece il proprio percorso di consacrazione tra le Suore Messaggere del Cuore di Gesù, una delle molteplici congregazioni religiose fondate dal padre cappuccino Onorato Koźmiński da Biała (beatificato nel 1988), il quale aveva predicato gli Esercizi spirituali a cui, nel 1875, lei aveva partecipato. Di fatto, dal 1863, il regime zarista aveva sciolto d’autorità gli istituti religiosi in tutto il Regno di Polonia. Padre Onorato trovò una soluzione: le Messaggere avrebbero continuato a esistere clandestinamente, senza indossare l’abito religioso.

Kazimiera professò i voti il 1° giugno 1879 e fu assegnata al Rifugio per Insegnanti Invalide e al convitto di Varsavia. Il 1882 vide la nascita di un’altra congregazione diretta da padre Onorato, le Suore degli Afflitti: suor Kazimiera ne divenne la superiora, continuando però ad appartenere alle Messaggere. Questo le causò parecchi problemi, anche tra le consorelle e con il fondatore; solo l’amore per Dio e la fiducia nella Provvidenza la condussero ad andare avanti. Nel 1908 entrò a far parte a tutti gli effetti delle Suore Francescane degli Afflitti, come la nuova congregazione venne a chiamarsi dopo aver ottenuto il Pontificio Decreto di Lode. Il 17 settembre 1927 a Kozienice morì, fregiata di onorificenze civili ed ecclesiali per il servizio ai sofferenti.

Le prime due laiche sono invece nate a quasi due mesi di distanza l’una dall’altra, ma in terre diverse. Aurora Calvo Hernández-Agero vide la luce il 9 dicembre 1901 a Béjar presso Plasencia, in una famiglia religiosa che non mise ostacoli al cammino del figlio maggiore Ramón, il quale divenne prima sacerdote diocesano, poi membro della Compagnia di Gesù. Per questa ragione ma non solo, Aurora prese davvero a cuore la preghiera per i sacerdoti, tanto da offrirsi vittima per la loro santificazione. Accettò poi di rinunciare all’ingresso tra le Carmelitane Scalze, per accudire fino alla fine la sua anziana madre.

Fu catechista, attenta ai bisogni dei bambini e dei poveri, nonché membro e vicepresidente dell’associazione delle Marie dei Tabernacoli, le cui aderenti s’impegnavano a prendersi cura anche materialmente dei Tabernacoli delle chiese più abbandonate. Il fervore eucaristico di Aurora la portava a prolungare il ringraziamento per almeno una ventina di minuti, ma anche a rammaricarsi quando a causa della sua salute, mai florida, non poteva accostarsi alla Comunione.Spinta dal suo direttore spirituale don Aniceto de Castro Albarrán, dal 9 giugno 1925 iniziò a stendere un Diario spirituale. Morì in seguito a una broncopolmonite il 23 novembre 1933, a Béjar.

Se l’impegno di Aurora fu prevalentemente domestico e parrocchiale, quello della successiva Venerabile, Rosalia Celak, si dispiegò invece tra le corsie dell’ospedale San Lazzaro di Cracovia. Nata anche lei nel 1901, il 19 settembre, studiò fino alla fine delle elementari, per aiutare i suoi genitori nel lavoro dei campi. Diciassettenne emise in forma privata il voto di castità. Lasciò la natia Jachówka per Cracovia nel 1924: per un anno lavorò come donna di servizio presso un’anziana signora in cambio dell’alloggio, quindi passò all’ospedale come inserviente in chirurgia e, due mesi dopo, nel reparto di malattie cutanee e veneree.

Anche nel suo caso, la debole salute frenò il suo desiderio di consacrazione monacale: solo per un anno fu nel convento delle Clarisse di Cracovia, quindi tornò al suo posto di lavoro. Ai problemi di salute si unirono turbamenti spirituali: nemmeno i confessori a cui ricorreva sapevano aiutarla. Non per questo, Rosalia perse la fede e la speranza d’incontrare in Cielo Gesù, che considerava lo sposo della sua anima. Morì il 13 settembre 1944 a Cracovia, poco prima del suo quarantatreesimo compleanno.

L’assistenza ai sofferenti vissuta da Rosalia e la maternità spirituale incarnata da Aurora sono tratti caratteristici anche del percorso di Maria Aristea Ceccarelli, la quale affrontò traversie che sembrano uscite da un romanzo vecchio stile, ma che, nel suo caso, erano vita vissuta. Nata ad Ancona il 5 settembre 1883, fu trascurata dai genitori: in particolare, il padre aveva per lei un’autentica avversione. La sua formazione religiosa fu favorita dal suo parroco, che le insegnò i primi elementi del catechismo. Fin da piccola lavorò, sia in sartoria, dai sei anni, sia nella trattoria gestita dalla madre.

Un giovane che la conosceva da sempre, Igino Bernacchia, la volle a tutti i costi come sposa, andando anche contro il parere dei propri familiari. Aristea accettò l’unione, di fatto imposta dai genitori, e lo sposò il 9 ottobre 1901, dopo quattro anni di fidanzamento. La prima notte di nozze fu vissuta da lei in maniera traumatica, perché non immaginava di doversi concedere subito al marito. Alla fine, dopo qualche tempo, i due decisero di vivere come fratello e sorella. In casa dei suoceri, presso la quale gli sposi vivevano, Aristea era trattata come una serva: lavorava anche nel forno, nella macelleria e nel negozio di generi alimentari di proprietà dei Bernacchia, accettando anche i maltrattamenti da parte del suocero. Umiliata e sofferente, anche a causa di varie malattie (a cominciare dalla perdita dell’occhio destro), non si piegò mai: la preghiera era la sua unica forza.

Nel 1911 si trasferì a Roma col marito, impiegato nella Ragioneria delle Ferrovie dello Stato: trovarono alloggio in via Ancona, presso Porta Pia, in casa della vedova Teresa Casiraghi. Grazie a lei, Aristea cominciò ad aiutare i suoi conoscenti, assistendoli nelle malattie e raccomandandoli a ricevere i Sacramenti. Frequentava anche il Sanatorio Umberto I, con affetto speciale per i bambini malati di tubercolosi. Il marito, intanto, aveva iniziato a frequentare altre donne; lei, però, non parlò mai in pubblico dei suoi tradimenti.

Ancora una volta, l’affidamento al Signore consolò Aristea, specie tramite i suoi direttori spirituali. Il 12 settembre 1921, al momento di ricevere la Comunione, si sentì chiamare “Maria” da padre Domenico Verrinot, che la seguiva al tempo: da allora aggiunse quel nome a quello di nascita. Il suo secondo direttore spirituale fu padre Angelo Ferroni, camilliano, il quale l’affidò a sua volta al confratello Giuseppe Bini.

Col suo aiuto, Maria Aristea divenne madre spirituale a sua volta, sia di molti chierici camilliani, sia di laici e laiche. Nel 1964 ottenne per decreto l’affiliazione all’Ordine Camilliano; nello stesso anno, morì suo marito, che nel 1948 era tornato alla vita di fede. I figli spirituali piansero la morte della loro “madre”, avvenuta il 24 dicembre 1971, dopo una caduta e la rottura del femore. Meno di un anno dopo, le sue spoglie vennero traslate nella basilica di San Camillo in via Sallustiana.

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09/04/2022
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