Storie

di Raffaele Dicembrino

Guardia Svizzera: una vocazione alla pace

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Proteggere e difendere il Papa regnante e tutti i suoi legittimi successori, anche a rischio della propria vita. Lo hanno giurato in Aula Paolo VI le 36 nuove reclute della Guardia Svizzera Pontificia. In divisa di “gran gala”, quella con l’armatura che viene indossata per la benedizione papale “Urbi et Orbi” a Natale e a Pasqua. Hanno ribadito in tedesco, francese e italiano la loro scelta di difendere per almeno due anni il Pontefice, eredi di chi, proprio il 6 maggio del 1527 protesse Clemente VII dalla furia dei lanzichenecchi durante il sacco di Roma.

Una scelta “non scontata”, ha sottolineato il padre Kolumban Reichlin, cappellano della Guardia prima di pronunciare la formula del giuramento “in un’età piena di ‘tempesta e impeto’” hanno deciso volontariamente di interrompere “il percorso veloce della carriera e del buon guadagno”, lasciando intenzionalmente alle spalle le “possibilità e le comodità pressoché illimitate” offerte dalla Svizzera per “mettere due anni nella pienezza della vostra vita al servizio della Chiesa”.

Quello dei 36 giovani svizzeri che hanno preso servizio nella Guardia a partire dal giugno scorso è un “sì” a molte sfide. “Alla disciplina, alla conoscenza di una nuova lingua, di una nuova cultura e stile di vita, alla convivenza in uno spazio ristretto”, “alla rinuncia a buona parte della sfera privata, all’autodeterminazione e all’indipendenza”. È la forza della vocazione, ribadisce il cappellano, “quando facciamo ciò che con la mente e con il cuore riconosciamo come il nostro destino originario, come ciò che è giusto e importante per noi, diventiamo anche determinati a rinunciare a molte cose piacevoli e vantaggiose”.

Presenti alla cerimonia di giuramento circa seicento persone tra cui genitori, i fratelli e le sorelle delle reclute, oltre alle famiglie di quelle già sposate. “La loro vicinanza e il loro sostegno, anche nella preghiera, è molto importante”, ha ricordato invece prima del giuramento il colonnello Christoph Graf, che guida la Guardia Svizzera Pontificia nei suoi compiti di sorveglianza agli ingressi in Vaticano e al Palazzo Apostolico e di ordine e rappresentanza durante le cerimonie papali e i ricevimenti di Stato.

“Le Guardie svolgono un servizio molto esigente”, ribadisce, con rinunce e sacrifici affrontabili non solo attraverso la “mentalità” svizzera di “integrità, affidabilità, fedeltà, tolleranza, apprezzamento reciproco e dialogo”, ma soprattutto vivendo i valori cristiani e facendosi plasmare da essi. Solo così la Guardia Svizzera “non sarà solo un collaboratore per una buona convivenza”, ma “uno strumento al servizio della pace”. “La pace” infatti, ricorda il colonnello Graf, “è stata e continua a essere ripetutamente scossa nella maniera più crudele”. “Mai più la guerra!” gridava la gente dopo le due devastanti guerre mondiali dello scorso secolo, sottolinea il comandante della Guardia Svizzera, mentre ora “quel grido è stato dimenticato, ha perso vigore”, tanto quando il conflitto è tornato in Europa “durante la terribile guerra dei Balcani” e “adesso, di nuovo”, con “immutata brutalità”

.“La guerra però non è un crimine solo contro l’umanità e il creato, ma anche contro Dio”, mentre l’uomo è creato per amore del bene “chiamato alla preghiera”, sottolinea ancora il colonnello Graf, ricordando anche le parole di Papa Francesco nell’Enciclica Laudato si’ “Al Santo Padre stanno a cuore la conservazione e la guarigione del creato, il benessere generale e la dignità della persona, la giustizia e la pace. Questo obiettivo può essere raggiunto solo se ogni persona torna a orientare la propria vita ai valori fondamentali. Al centro di questi valori fondamentali non può che esserci l’amore”.

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09/05/2022
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