Società

di Gabriele Alfredo Amadei

Crisi petrolio

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Il parlamento europeo, in queste ultime ore, ha approvato la proposta della Commissione di imporre alla case automobilistiche lo stop alla costruzione e vendita di auto a combustione interna (benzina, diesel e gas, perfino ai biocarburanti!) entro il 2035 (anche per le ibride, in quanto il blocco si riferisce a tutti i motori a combustione).

L’obiettivo è una transizione ecologica con l’abbattimento delle emissioni di CO2, di cui una parte, sicuramente non prevalente, provengono dall’uso di motori a base di carburanti non carbon-free.

A parte le aspettative sul risultato tutt’altro che scontato che questo potrà comportare sui livelli di inquinamento, questa decisione ha dei risvolti molto importanti e merita delle considerazioni e riflessioni.

Di fatto, questa decisione distrugge l’industria europea dell’auto, principalmente tedesca, italiana e francese.

Che il termine per il 2035 (oltre 10 anni da oggi) non possa rincuorare nessuno: da questo momento il valore intrinseco di ogni veicolo già in possesso, è ovviamente svalutato, anche se il termine naturale del mezzo è di gran lunga inferiore ai 12 anni proposti. Al momento della rivendita, o del riscatto, il mezzo sarà ovviamente svalutato in quanto difficilmente piazzabile sul mercato. E questo a prescindere se fra 10 anni tutte le macchine saranno o no elettriche!

Inoltre, attualmente, l’ acquisto di una macchina a combustione, invece dell’elettrico, può comportare anche la possibilità da parte della Comunità europea o della propria nazione, l’applicazione di limitazioni di traffico, sovrattasse, tributi e quant’altro. Ricordiamo la maggiorazione della tassa di circolazione alle auto con emissione superiore a 190 gr/km (da 1100€ fino a 2500€) alla prima immatricolazione. Basta applicare tale imposizione su base annua, o addirittura riformulare le fasce partendo da valori molto più bassi: strategico per disincentivare l’uso delle auto tradizionali e per soddisfare la ricerca di nuovi introiti per compensare il deficit sempre maggiore dei nostri conti pubblici.

L’impatto sulla nostra filiera produttiva (non solo quella delle grandi ditte produttrice delle auto, ma di tutte quelle che riforniscono la componentistica di tali mezzi) sarà devastante: già si parla di oltre 400 mila posti di lavoro in meno. Un auto elettrica necessita di molta meno mano d’opera e di minore manutenzione (e quindi anche tutto il settore artigianale della meccanica), senza pensare alla completa chiusura dei distributori di benzina.

Avrà invece un impulso importante lo sviluppo e la costruzione delle batterie (in realtà accumulatori) di cui però è ormai in netto vantaggio la Cina, sia per gli investimenti fatti, sia per l’incetta dei materiali (terre rare) necessari per la loro costruzione. Incetta che oltre a depredare nazioni del terzo mondo, viene effettuata con metodi privi di ogni remora non solo ecologica (raschiamento del fondale marino) o remore morali sullo sfruttamento delle persone nelle miniere attivate a tale scopo.

Un’altra chiave dello sviluppo delle auto elettriche è la componentistica elettronica, con pesante impatto sulla produzione e commercializzazione di microcircuiti, anch’essi sono in prevalenza prodotti da ditte orientali (Cina, Taiwan, ecc.).

In pratica, per evitare di sottostare ai ricatti dei produttori di gas e petrolio, ci stiamo affidando nelle mani di altri produttori, di batterie e componentistica elettronica.

Per il momento gli alti costi delle auto elettriche non subiranno sicuramente un calo sia per l’impegno economico della conversione industriale, sia per i costi di approvvigionamento dei materiali, sia per i costi della componentistica elettronica. Parallelamente, mano a mano che si svilupperà l’autotrazione elettrica, si porrà il problema dei costi di istallazione delle colonnine per la ricarica, della produzione dell’elettricità, dell’aumento del costo dell’elettricità che dovrà necessariamente compensare la riduzione del gettito tributario e fiscale previsto dalle accise sui carburanti. Da qualche parte i soldi dovranno pure uscire!

Se l’auto elettrica può essere vantaggiosa per chi effettua con regolarità un certo numero di km ogni giorno, i viaggi lunghi rischiano di diventare penalizzanti. E anche la scelta della macchina, e di conseguenza del suo costo, dovrà essere attentamente vagliato sulle possibilità e necessità del singolo.

Se scorrete i listini delle auto elettriche appare evidente che il costo e le dimensioni delle auto crescono con la capacità di carica della batteria e quindi della sua autonomia (indicativa) su strada.

Dovrà essere completamente cambiata la nostra abitudine per gli spostamenti, in quanto, anche nella migliore delle ipotesi, sui lunghi percorsi, sarà necessario effettuare delle soste di almeno 30-60 minuti (e a me prendevano in giro perché dovevo fare il pieno di metano in 15 minuti!), ammesso che nel frattempo si siano istallate un numero sufficiente di postazioni di ricarica (attualmente si aggirano su 40-47 mila colonnine: una ogni 1000 auto in circolazione).

Le auto elettriche inoltre rischiano di diventare praticamente un sistema usa e getta. Ovvero alla fine della vita della batteria (o di un loro grave danno) la batteria non potrà essere cambiata, o costerà tantissimo cambiarla, in quanto le principali produzioni (Tesla fra le prime) tendono ad integrare il corpo della batteria nel telaio dell’auto: questo comporta un notevole risparmio di tempo di produzione, leggerezza, rigidità della struttura, ma una complicazione insormontabile per la loro manutenzione.

Altro piccolo problema, molto sottovalutato, è il pericolo di incendio delle batterie a seguito di incidenti che ne producano la rottura, o, talvolta, anche spontaneamente. Un occhiata su diversi filmati su YouTube non è per nulla rassicurante; inoltre un incendio di una batteria non è attualmente (almeno per ora) gestibile da parte dei comuni sistemi anti incendio: in pratica l’incendio deve esaurirsi da solo!

Ma se l’aspetto economico si delinea problematico, sia a livello della singola persona o famiglia (costo dell’auto, disponibilità di punti di ricarica), sia a livello di economia nazionale, con un grave crisi per l’ occupazione e per le numerose imprese dell’indotto, è necessario evidenziare come è stata gestita questa problematica a livello politico ed ideologico.

Possiamo anche tollerare la visione catastrofistica sul futuro ambientale, anche se non esistono prove documentate ma solo proiezioni e scenari possibili, ma che questa probabilità diventi un assioma e venga imposto con tempi brevissimi a tutta la popolazione europea, dovrebbe almeno sollevare qualche perplessità.

Si è già visto nel Summit dell’anno scorso, che gli eventuali sacrifici, danni e problemi che l’Europa dovrebbe subire, sicuramente non determineranno una svolta significativa sull’andamento della concentrazione del CO2: già Cina e India hanno deciso che sì, il problema della de-carbonizzazione è importante, ma per ora non sarà un loro problema. Stiamo parlando di miliardi di persone, mentre l’Europa ne conta qualche centinaio di milioni. L’America forse si adeguerà, magari vendendo i prodotti a base di petrolio all’Europa…

Non è nemmeno da escludere le conseguenze nefaste che altre crisi geopolitiche possano determinare evoluzioni ancora più tragiche. Abbiamo visto quanto può essere difficile, soprattutto per i paesi europei, poveri di fonti energetiche e di materiali, cercare di affrancarsi da chi ha queste risorse; ma affidarsi ad altre fonti, nel qual caso la Cina, è una scelta saggia? Una eventuale azione, o reazione, nella annosa questione di Taiwan, un regime di sanzioni verso la Cina potrebbe essere ben peggiore di quella del gas e petrolio russo. Il monopolio cinese della produzione di componentistica elettronica, di pannelli solari, di motori elettrici non sarebbe solo metterci nelle loro mani, ma letteralmente il collo al loro cappio. Abbiamo già visto come il blocco del porto di Shangai per poche settimane ha determinato un grave squilibrio in molti settori industriali occidentali.

L’ipotesi autarchica della produzione nazionale di questi prodotti è altrettanto fantasiosa, se non ridicola. Le gigafactory proposte dai nostri politici «esperti» sono una favola: non si improvvisano tecnologie ad alto livello. Ci vorranno anni per implementare e sviluppare una adeguata produzione, che, alla fine, sarebbe comunque a costi proibitivi, considerando la grave discrepanza fra i costi di produzione europei, specie italiani, con quelli cinesi. E non parliamo della produzione di componentistica elettronica che richiede un background infrastrutturale e tecnologico per cui non basterebbero 10 anni per superare il gap attualmente esistente.

Questa analisi non è solo una questione tecnica (benzina o ecologia?) né solo sociale (posti di lavoro o inquinamento ambientale?), ma ha una profonda connotazione ideologica che riprende la matrice della sinistra fin dalle origini dell’lluminismo; non per niente queste scelte sono state presentate come una conquista culturale ed esistenziale proprio dai nostri partiti di sinistra.

E’ una impronta indelebile di una mentalità che vuole decidere ed imporre, con leggi o balzelli, un modello di vita per tutti, la costruzione di un «mondo migliore» a prescindere dalla reale necessità o opportunità di tali scelte.

E’ propria di una mentalità che impone stili di vita, modi di pensare, scelte e strategie che incidono pesantemente sulla vita di tutti.

Se analizziamo i fatti degli ultimi due anni, non ci possiamo meravigliare dell’aumento del costo del gas e del petrolio molti mesi prima della crisi ucraina. L’Europa aveva già deciso di scoraggiare l’uso di questi carburanti impedendo la formulazione di contratti a lungo termine che permetteva di ottenere stabilità e prezzi bassi non soggetti alle variazioni di mercato. L’;Europa doveva decarbonizzarsi, e quindi si doveva ricorrere ai contratti spot basati su domanda e offerta che ovviamente fecero lievitare i prezzi, soprattutto con una scarsezza di riserve specie in Germania e Francia (noi avevamo le scorte ma subimmo comunque l’ondata del rialzo del prezzo).

La Germania fece di tutto per garantirsi le risorse fondamentali, soprattutto con il Nord Stream 2, che ormai completato doveva garantire un sufficiente approvvigionamento: il tutto fallì a dicembre con la crisi ucraina incombente.

Sappiamo bene come queste visioni, che nella loro iniziale formulazione paradossalmente sono simili fra di loro, sia a destra che a sinistra, anche se declinate in modi diversi, ci hanno portato nel secolo scorso a due guerre mondiali, ad 80 anni di equilibrismo su una catastrofe nucleare, e che davanti alla più smaccata evidenza di fallimento (ah, quanto ci azzeccava il Sillabo del Beato Papa Pio X), tutti i responsabili si guardano bene da un minimo esame di coscienza.

E tuttora continuano imperterriti a voler proporre, anzi imporre, modi di pensare, di agire, di pensare e guai a chi solleva dubbi, perplessità o proteste.

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10/06/2022
2806/2022
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