Chiesa

di Emilia Flocchini

Le 10 Beate Suore di Santa Elisabetta, testimoni dell’Amore fedele

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La cattedrale di San Giovanni Battista a Breslavia ospita oggi la Messa, presieduta dal cardinal Marcello Semeraro, Prefetto del Dicastero delle Cause dei Santi, con il Rito della Beatificazione di suor Maria Paschalis Jahn e nove compagne, della congregazione delle Suore di Santa Elisabetta.

Non appartenevano tutte alla medesima comunità, ma sono accomunate dal clima persecutorio attuato contro di loro dalle truppe dell’Armata Rossa, in un periodo compreso tra il febbraio e il maggio 1945, nel territorio della Slesia, al tempo parte della Germania.

È stato calcolato che, nel tempo della guerra, perirono quarantanove suore, ventidue delle quali (in realtà, di quattro si persero le tracce) nella sola città di Nysa, dove avevano varie opere e altrettante case. Solo per dieci è stato possibile rintracciare la documentazione adeguata per l’avvio della loro causa.

Sarebbe troppo facile, sebbene inevitabile, paragonare le loro sofferenze a quelle che tante donne stanno vivendo in Ucraina. Se però si mette l’accento sulla ferocia dei persecutori, e non sulla limpidezza della testimonianza di queste martiri, rischia di passare in secondo piano il loro messaggio universale, fatto di dedizione quotidiana, di tempo trascorso al capezzale dei malati o nel cercare di capire i bisogni degli anziani, secondo quanto imparato dalle loro quattro fondatrici, ma anche di lotta accanita per difendere la propria integrità e la dignità di quanti furono loro affidati. Non a caso, il motto scelto per la beatificazione è Wierne Miłości, che in polacco vuol dire “Amore Fedele”.

Dopo la beatificazione di una delle fondatrici, madre Maria Luiza Merkert (per un’altra delle quattro, madre Franciszka Werner, è da poco iniziata la fase diocesana), avvenuta nel 2007, le Suore di Santa Elisabetta hanno concentrato il loro impegno per vedere riconosciuto il martirio delle loro dieci consorelle.

Avevano già cominciato a pensarci a cinque anni dall’accaduto, ma gli autori dei crimini di guerra godevano di una situazione privilegiata. Non poterono quindi fare altro che continuare a custodire la memoria delle (al tempo presunte) martiri e preservare dalla dispersione i loro resti mortali.

Procedendo in ordine cronologico, la prima di esse è suor Maria Edelburgis (non riporteremo i nomi di religione italianizzati perché, anche nelle comunità italiane delle Suore di Santa Elisabetta, sono più note con quelli nella lingua d’origine), al secolo Julianna Kubitzki, nata il 9 febbraio 1905 a Dąbrówka Dolna, presso Namysłów, al confine tra l’Alta e la Bassa Slesia, in una famiglia di contadini. A ventiquattro anni, chiese di entrare nella congregazione delle Suore di Santa Elisabetta. Iniziò il noviziato canonico il 23 aprile 1930 e professò i voti perpetui nel 1936.

Fu infermiera nella casa di Żary fino al giorno in cui la comunità fu costretta a lasciarla perché l’Armata Rossa era entrata nei territori slesiani. Obbligate a stare in una taverna, consolarono le donne e le ragazze che erano nello stesso luogo e che erano state violentate dai soldati, ma anche loro subirono la stessa sorte. Suor Maria Edelburgis morì nel tentativo di difendersi da un’ulteriore violenza, uccisa a colpi di pistola, il 20 febbraio 1945; aveva da poco compiuto quarant’anni.

Venne poi l’ora di dare la vita per suor Maria Rosaria, nata Frieda Schilling a Breslavia il 5 maggio 1908, in una famiglia di confessione evangelica. Non sono stati trovati documenti relativi al suo passaggio alla
Chiesa cattolica, mentre è accertato che il 2 aprile 1928 cominciò a frequentare la scuola di economia domestica delle Suore di Santa Elisabetta a Nysa; l’8 ottobre dello stesso anno, a vent’anni, chiese di entrare in quella congregazione. Iniziò il noviziato canonico l’11 aprile 1929.

Prestò servizio soprattutto nell’amministrazione degli ospedali che le Suore di Santa Elisabetta gestivano in varie località della Slesia. Dalla metà di gennaio del 1945 fu a Nowogrodziec, presso Bolesławiec, dov’era già stata destinata: si occupò dell’amministrazione dell’asilo parrocchiale e, all’occorrenza, della cura dei bambini.

Il 18 febbraio 1945, dopo che l’Armata Russa era arrivata a Nowogrodziec, le suore rimaste (altre avevano tentato la fuga un paio di giorni prima) lasciarono definitivamente la loro casa. Nella notte tra il 21 e il 22 febbraio, un gruppo di soldati arrivò nella canonica dove si erano rifugiate, portando via alcune donne. Lasciarono stare le suore solo per poco tempo: anche suor Maria Rosaria venne accerchiata, prelevata e violentata per ore da circa trenta soldati, come lei stessa riuscì a raccontare.

Il 23 febbraio, i militari ordinarono ai rifugiati di dirigersi verso la stazione ferroviaria; tutti, tranne suor Maria Rosaria, che però insistette per venire con loro. Mentre si riposava, esausta, sul ciglio di un marciapiede, fu
raggiunta dal comandante, che le ordinò di alzarsi o le avrebbe sparato. Nonostante le sue suppliche, il comandante fece fuoco, uccidendo suor Maria Rosaria al primo colpo. Al momento della morte, aveva trentasei anni.

Due giorni dopo si verificò il martirio di suor Maria Adela Schramm, battezzata col nome di Klara e nata a Łączna, villaggio nella Polonia centro-meridionale, il 3 giugno 1885. A ventisei anni fece domanda di entrare
tra le Suore di Santa Elisabetta: il 29 ottobre 1912 compì la vestizione religiosa ed emise i voti perpetui il 29 giugno 1924. Per la maggior parte della vita da religiosa operò nella casa di Ramułtowice. Dal 1941 al 1944 fu in servizio a Sobięcin, quindi venne nominata superiora della casa di Godzieszów.

Due giorni prima dell’arrivo dell’Armata Rossa, avvenuto il 20 febbraio 1945, convinse due suore a fuggire. L’indomani venne aggredito il parroco del luogo, trovato morto sei mesi dopo. La sorella del parroco, la signora Kowalska sua domestica, suor Maria Adela, due donne anziane e altre quattro persone, si nascosero per alcuni giorni nella soffitta di una fattoria. Per quattro giorni riuscirono a scendere approfittando dell’assenza dei soldati di guardia e a rifocillarsi, aiutati dal padrone della fattoria.

Il 25 febbraio, verso mezzogiorno, vennero però sorpresi a tavola. Furono uccisi tutti, compreso il loro ospitante, mentre suor Maria Adela si oppose con tutte le sue forze alla violenza che rischiava di subire. Anche lei, però, cadde uccisa da un colpo di arma da fuoco; aveva cinquantanove anni.

Tre giorni dopo il martirio di suor Maria Adela, le consorelle che si trovavano a Lubań furono a loro volta aggredite dai soldati. Ne era arrivato un centinaio nel loro convento, dove non trovarono chissà quali tesori, almeno in apparenza. C’erano invece le suore che, lasciate libere dalla superiora se restare con gli abitanti che non potevano spostarsi per età o salute, o andare via insieme agli altri, presero la prima strada.

Tra di esse c’era Anna Hedwig Thienel, in religione suor Maria Sabina, nata a Rudziczka, tra la Polonia e quella che al tempo era la Cecoslovacchia, il 24 settembre 1909. Ammessa tra le Suore di Santa Elisabetta dopo il 22 f ebbraio 1933, tre anni dopo conseguì il diploma da infermiera; professò i voti perpetui il 31 luglio 1940. Nei quattro anni seguenti fu a Breslavia, nella casa di San Nicola, dove c’era un ospizio per anziani. Dedicava però le sue attenzioni anche ai bambini che preparava alla Prima Comunione; in più, confezionava le particole da consacrare.

Lubań, dov’era stata trasferita il 15 settembre 1944, non era però una località sicura come si pensava. I soldati violentarono un primo gruppo di suore, ma non suor Maria Sabina, che si difese e invocò la Madonna, chiedendo la grazia di morire da vergine. Il giorno dopo, il 1° marzo, altre tre religiose ebbero la stessa sorte. Appena capirono di non poter scappare, caddero in ginocchio e iniziarono a pregare e a cantare Salmi.

Un soldato, infuriato per il loro atteggiamento, le minacciò di ucciderle se non avessero smesso. Poco dopo, si ritirò in un’altra stanza, dalla quale fece partire uno sparo: il proiettile raggiunse a un polmone suor Maria Sabina, che morì con un gemito, tra le braccia di un’altra suora.

Quattro suore che operavano a Nysa, che fino all’arrivo dei sovietici era considerata una città-fortezza, vennero uccise lo stesso giorno, ovvero il 24 marzo, ma non insieme.

La più anziana delle dieci martiri, suor Maria Sapientia (Łucja Emmanuela) Heymann, nata il 19 aprile 1875 a Lubiesz (quindi morta poco prima di compiere settant’anni), entrata tra le Suore di Santa Elisabetta nel 1894, professa di voti perpetui nel 1906, lavorò per anni come infermiera ad Amburgo. Nel 1927 fu trasferita a Nysa, nella casa di Santa Elisabetta, una casa di riposo per suore anziane e malate. Aveva davvero un tocco particolare verso di loro, in senso letterale: forse anche per via dell’età avanzata, faceva molto uso del senso del tatto.

I soldati dell’Armata Rossa non ebbero pietà neanche di loro. Il 24 marzo, ordinarono a tutte le suore di radunarsi nel refettorio, selezionando quindi le più giovani. Uno di loro aggredì una giovane suora, che gridò aiuto cercando di liberarsi. Suor Maria Sapientia si parò davanti per difenderla, ma subì un colpo mortale. Secondo i testimoni oculari, l’altra suora fu effettivamente risparmiata.

Nella stessa città, le Suore di Santa Elisabetta gestivano la casa di Santa Notburga. Lì arrivò, dodicenne, Hedwig Agnes Töpfer, nata proprio a Nysa il 13 settembre 1887, rimasta orfana di entrambi i genitori. Nelle suore trovò una nuova famiglia, nella quale entrò a far parte nel 1908, professando poi i voti perpetui nel 1919. Tenace e intelligente, suor Maria Adelheidis, così si chiamò da religiosa, trovò nell’insegnamento la sua vera vocazione, che però non le impediva di servire i più bisognosi: faceva così a Koźle, della cui scuola era responsabile.

Tornò a Nysa, di nuovo a Santa Notburga, nel 1943: a causa del fronte in avvicinamento, erano stati evacuati lì gli anziani e i malati di altre parti della Slesia. Accoglieva chiunque, anche se lo spazio scarseggiava sempre di più. Anche lei ebbe la possibilità di scappare, ma non volle abbandonare quelle persone.

A causa delle sempre più frequenti incursioni aeree, finì col trascorrere molto tempo nella cantina della casa, dove, sempre per sicurezza, venne trasferito anche il Santissimo Sacramento, così da poter celebrare la Messa. Anche nel suo caso, i soldati scoprirono il nascondiglio e iniziarono a molestare le suore. Suor Maria Adelheidis fece del suo meglio per proteggere le altre suore e calmare i soldati, a volte riuscendoci.

Nel pomeriggio del 24 marzo arrivò, dalla casa di San Giorgio, sempre a Nysa, suor Maria Ludmilla, inviata dalla superiora a prelevare le consorelle, nella speranza di metterle al riparo. Tuttavia, mentre lasciavano la cantina, furono raggiunte da un soldato, con una mano insanguinata, il quale le accusò di avergli sparato. L’unica che ebbe la forza di parlare, anche se tra le lacrime, fu suor Maria Adelheidis. Il soldato, a sangue freddo, le sparò, poi rivolse l ’arma contro suor Maria Sylwestra, anche lei presente; tuttavia, non è stato possibile includerla nella causa per la scarsità di documentazione a suo riguardo.

Suor Maria Melusja Rybka, al Battesimo Martha, nata l’11 luglio 1905 a Pawłów, era invece parte dal 1929, due anni dopo il suo ingresso in congregazione, della comunità di casa San Giorgio a Nysa. Lavorava nel giardino, nel panificio e nella fattoria interne alla casa, ma assisteva anche i bambini.

Il 24 marzo, verso le 16.30, un soldato sovietico aggredì Maria Jüttner, una ragazza che lavorava a servizio della casa. Suor Maria Melusia s’interpose tra l’aggressore e la vittima, consentendo a quest’ultima di fuggire. Il soldato si accanì dunque contro la suora, trascinandola in una stanza e chiudendo la porta: dopo rumori di lotta e spari, piombò il silenzio. Dopo qualche istante, una ragazza andò a controllare: suor Maria Melusja giaceva a terra nel suo stesso sangue, uccisa con un proiettile alla nuca. Il soldato si era dileguato, ma verso le 18 tornò a dare fuoco alla casa: secondo quanto hanno testimoniato i presenti, le fiamme non lambirono minimamente la stanza dov’era il cadavere.

Anche suor Maria Felicitas Ellmerer, battezzata col nome di Anna, nata il 12 maggio 1889 a Grafing, in Baviera, faceva parte, come suor Maria Sapientia, della casa di Santa Elisabetta. Aveva professato i voti nel 1923. Anche una delle sue sorelle era entrata nella stessa congregazione e aveva assunto il nome di suor Maria Perpetua: i nomi religiosi di entrambe richiamavano, anche se per suor Maria Felicitas avvenne anche di fatto, le sante martiri Perpetua e Felicita. La specialità dell’omonima di quest’ultima era l’insegnamento del lavoro domestico e manuale.

Assistette impotente allo scempio della casa e delle consorelle, operato dai soldati il 24 marzo. Il giorno dopo, nel quale quell’anno cadeva la Domenica delle Palme, alcuni armati entrarono nel refettorio e cercarono di prelevare alcune suore. Suor Maria Arkadia Kroll, la superiora, accorse a difenderle, ma subì un colpo così forte da rinvenire solo il giorno dopo.

Suor Maria Felicitas si precipitò a sua volta per aiutarla, quando fu notata da uno dei soldati. Lottò con tutte le sue forze per non cedergli, tanto da venir indirettamente lodata dagli altri militari. Il soldato la minacciò, ma lei in risposta stese le mani in forma di croce e gridò: «Viva Cristo R…». Non poté finire la frase, perché il soldato le sparò, quindi la finì prendendola a calci sulla testa e al petto.

Invece suor Maria Acutina (Helena) Goldberg, destinata all’orfanotrofio femminile di Lubiąż, appena seppe che le truppe si stavano avvicinando, a partire dal 26 febbraio 1945, fuggì con alcune ragazze a Krzydlina
Wielka. Il 2 maggio 1945, mentre lavorava nei campi insieme ad alcune di loro e a un’altra consorella, vide da lontano un gruppo di soldati ubriachi. Essendo a cavallo, questi ultimi le raggiunsero in fretta.

Per impedire la violenza sulle ragazze, suor Maria Acutina fece loro scudo col suo corpo: cadde anche lei per un colpo di pistola. Alla fine, però, le altre ragazze non furono toccate.

L’ultima per data di martirio è però la suora scelta a capo del gruppo, suor Maria Paschalis (Maria Magdalena) Jahn. La ragione per cui la causa è intestata a lei e nove compagne è in realtà triplice: anzitutto, perché, al momento della morte, era la più giovane, coi suoi ventinove anni. La seconda è legata alla documentazione sul suo conto: si conservano, infatti, molte lettere e cartoline, che testimoniano il suo affetto per i familiari, che non venne meno neanche coi voti religiosi. La terza è legata al suo culto, che, nei limiti consentiti, è perdurato nel tempo.

Fu assassinata a Sobotín, cittadina attualmente in Repubblica Ceca, l’11 maggio (giorno in cui, da ora in poi, ricorrerà la memoria liturgica delle dieci suore) 1945, quattro giorni dopo l’arrivo dell’Armata Rossa. Anche lei si difese da un soldato che la minacciò di morte, senza smuoversi dalla stanza dove aveva trovato rifugio. Prima che un colpo di pistola fermasse il suo cuore, chiese perdono a tutti i presenti e forza a Gesù. Prima ancora, stringendo a sé la croce del suo rosario e inginocchiandosi, dichiarò:

«Indosso un abito sacro e non andrò da nessuna parte con te. Cristo è il mio Sposo».

Gli abitanti di Sobotín la ricordarono sempre come “la rosa bianca della Boemia”.

Suor Maria Paschalis e le nove consorelle hanno un parallelismo con le cinque vergini sagge della parabola, sebbene di fatto fossero numericamente il doppio. L’ha colto efficacemente padre Zdzisław J. Kijas, attuale postulatore generale dei Frati Minori Conventuali, che ha seguito la loro causa nella fase romana come Relatore.

Il suo «Le dieci vergini sagge – Le martiri di Santa Elisabetta», pubblicato da Edizioni Leggimi nel 2021 (non è reperibile nel circuito librario, ma solo tramite l’editore o contattando le Suore di Santa Elisabetta), ricostruisce i loro profili biografici, basandosi sulle testimonianze dei contemporanei.

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11/06/2022
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