{if 0 != 1 AND 0 != 7 AND 0 != 8 AND 'n' == 'n'} 27 Beati Domenicani di Almagro, Almería e Huescar, vincitori nella fede

Chiesa

di Emilia Flocchini

27 Beati Domenicani di Almagro, Almería e Huescar, vincitori nella fede

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Avrebbe dovuto svolgersi il 22 settembre 2020, nel pieno dei festeggiamenti per l’ottavo centenario della nascita al Cielo di san Domenico di Guzmán, fondatore dell’Ordine dei Predicatori, ovvero i Domenicani, la beatificazione di ventisette suoi figli, martiri durante la guerra civile spagnola. È stata invece celebrata oggi, nella cattedrale di Siviglia, nella Messa presieduta dal cardinal Marcello Semeraro, Prefetto del Dicastero delle Cause dei Santi.

I nuovi martiri non sono stati compresi in un’unica causa, ma in tre: una per venti frati del convento di Almagro, in diocesi di Ciudad Real; una per cinque di quello di Almería, nell’omonima diocesi, e per un Terziario nonché padre di famiglia; una per una Domenicana contemplativa uccisa a Huéscar. Rappresentano quindi tutti i rami dell’Ordine domenicano. Le cause sono però procedute in parallelo nella fase romana, fino ai rispettivi Decreti sul martirio, di cui papa Francesco ha autorizzato la promulgazione l’11 dicembre 2019. La loro memoria liturgica è stata fissata al 6 novembre, giorno in cui tutte le diocesi spagnole ricordano i loro Martiri del XX secolo.

All’inizio del luglio 1936, la metà dei membri della comunità del convento dell’Assunzione di Almagro, in diocesi di Ciudad Real, era in vacanza presso altri conventi. Rimanevano quindi alcuni religiosi studenti, fratelli cooperatori (religiosi non sacerdoti) e padri.

Il 21 luglio, tre giorni dopo la rivolta militare che aveva dato inizio alla guerra civile spagnola, svariati membri dell’Ateneo Libertario diedero fuoco alla chiesa della Madre di Dio. Molti frati, che avevano assistito all’incendio dall’interno del convento, corsero a cercare di spegnerlo, ma gli aggressori li cacciarono via con disprezzo. Durante la notte, il convento fu perquisito, in cerca di armi.

Il 22 luglio si presentarono alcuni estremisti a domandare quanti fossero i frati e dove si trovassero gli assenti. Di fronte al loro comportamento, li minacciarono: avrebbero incendiato il convento, durante quella stessa notte, bruciandoli vivi. Dal canto suo, il sindaco di Almagro cercava di fare in modo che la loro uccisione avvenisse al di fuori del territorio che cadeva sotto la sua giurisdizione. Continuò quindi a presentarsi al convento, insistendo affinché se ne andassero. Il 24 luglio, ormai spazientito, intimò ai frati di abbandonarlo. Padre Ángel Marina Álvarez, il Priore in carica, riunì la comunità rimasta e, tra la commozione di tutti, distribuì le Sacre Specie per sottrarle al rischio di profanazioni.

L’evacuazione iniziò il giorno seguente. La maggior parte dei frati trovò rifugio in case private: questo fatto non era gradito ai membri dell’Ateneo Libertario, che così li avrebbero potuti controllare con meno facilità. Per tale ragione, il sindaco ordinò che venissero radunati in una casa disabitata, che si trovava di fronte alle rovine della chiesa della Madre di Dio. Obbligò poi padre Natalio Camazón Junquera a consegnargli i libri del convento.

Appena sistematisi nella casa, i frati si organizzarono per potersi procurare da mangiare. Dato che il convento era nei pressi, ogni giorno i due fratelli cooperatori incaricati della cucina, fra Arsenio de la Viuda Solla e fra Matteo (al secolo Santiago) de Prado Fernández, vi rientravano per cucinare e portare i pasti agli altri. Intanto, dall’esterno non arrivavano notizie totalmente buone: i frati le venivano a sapere perché i carcerieri davano loro i giornali, maltrattandoli e usando contro di loro parole sacrileghe e insulti.

Il 21 luglio, fra Antolín Martínez-Santos Ysern, novizio, ricevette un salvacondotto falso per poter tornare alla casa paterna. Venne però imprigionato a Manzanares, poi di nuovo ad Alcázar de San Juan, dove fu incarcerato con altri religiosi francescani e trinitari. Venne ucciso verso l’una del mattino del 27 luglio.

Il 30 luglio, il sindaco consegnò agli altri prigionieri dei salvacondotti, cosicché potessero andare via dal villaggio di nascosto. Tuttavia, i membri dell’Ateneo non rimasero inattivi. Sullo stesso treno, con destinazione a Ciudad Real, che conduceva i primi tre frati liberati, ovvero fra Justo Vicente Martínez, fra Matteo de Prado Fernández e padre José Garrido Francés, salirono alcuni giovani affiliati all’Ateneo Libertario. Appena giunti alla stazione di Miguelturra, attirarono l’attenzione dei miliziani di guardia riguardo quella strana spedizione. I frati vennero fatti scendere dal treno, collocati sui binari a distanza di tiro e, infine, fucilati.

Una scena analoga si ripeté alla stazione di Manzanares. Il 3 agosto 1936, tre giovani religiosi, fra Paulino Reoyo García, fra Santiago Aparicio López e fra Ricardo Manuel López y López, partiti da Almagro, vennero catturati da uno dei controllori ferroviari di Madrid. Vennero condotti al carcere di Manzanares e rinchiusi in una cella insalubre e priva di luce. Cinque giorni dopo, vennero condotti al cimitero e fucilati contro il muro di cinta. I familiari che raccolsero per tempo i dati sulla loro uccisione affermarono che i tre frati furono castrati da una donna.

Nel frattempo, la permanenza del resto dei prigionieri ad Almagro risultava sempre più ingombrante per il sindaco. Si consultò pertanto con la Direzione Generale di Sicurezza a Madrid, da dove gli venne annunciato che alcuni camion delle Guardie d’Assalto sarebbero arrivati ad Almagro per caricare i prigionieri e trasferirli in altre carceri di Madrid. Quel piano venne meno, nuovamente, a causa degli affiliati all’Ateneo.

Una riunione del Comitato direttivo nella notte del 13 agosto portò all’irruzione di un gruppo di “compagni”, senz’altra denominazione, nella casa-prigione, dopo una serie di colpi e minacci alla porta della stessa abitazione. Fra Fernando García de Dios, fratello cooperatore, poiché aveva un viso infantile venne messo insieme ai giovani, ma volle unirsi agli altri frati.

Padre Marina chiese misericordia per i più giovani. Padre Antonio Trancho, invece, diede l’assoluzione ai giovanissimi frati, quindi parlò loro con fervore su cosa significhi morire per Dio; li incoraggiava dicendo che, morendo da martiri, avevano praticamente la certezza di andare in Cielo. Padre Eduardo Sainz Lantarón, invece, scoppiò a piangere, perché non aveva potuto salvare i suoi giovani. Il capo degli aggressori affermò che non li avrebbero portati a morire, ma a deporre le loro dichiarazioni. I giovanissimi frati iniziarono allora a pregare il Rosario, mentre altri tra loro piangevano.

Alcuni momenti prima dell’uscita, si udì uno sparo in aria, seguito da molti altri. Fra Arsenio, intuendo che era un segnale convenuto, accusò gli aggressori di aver mentito. Padre Natalio gli si accostò e gli chiese di stare tranquillo. L’altro religioso, a quel punto, tirò fuori un crocifisso che aveva nascosto e si mise a pregare.

I frati vennero legati a due a due, tranne il Priore, e condotti in una scarpata detta “El Picado”, a due chilometri da Almagro. Alcuni giovani del gruppo degli aggressori, quando capirono che stavano per commettere un crimine, cominciarono a discutere accanitamente con gli altri; alla fine, decisero di andarsene, dispiaciuti per quello che stava per accadere.

Anche i frati del convento di Almería si videro costretti ad abbandonare il loro convento. Si dispersero, rifugiandosi in case di famiglie che furono a loro volta perseguitate. Nelle settimane seguenti vennero però catturati: alcuni portati presso il commissariato e torturati, altri imprigionati nell’imbarcazione «Astoy-Mendi» o nella «Segarra». Tra la fine di agosto e l’inizio di settembre, tre di essi vennero fucilati: erano padre Tomás Morales Morales, padre Fernando Grund Jiménez e padre Juan Aguilar Donis. Altri due, fra Fernando de Pablos Fernández, fratello cooperatore, e fra Luis María Fernández Martínez, religioso professo di voti semplici, vennero invece fucilati contro il muro del cimitero di Almería: il primo tra il 10 e l’11 settembre 1936, il secondo, invece, il 19 ottobre.

Alla causa dei cinque frati di Almería è stato aggiunto, come dicevamo sopra, Fructuoso Pérez Márquez, Terziario domenicano come tutte le persone adulte della famiglia che poi formò. Nato nella città di Almería il 9 febbraio 1884, era entrato nel Seminario diocesano dopo gli studi primari, uscendone però alla morte del padre. Si trasferì per qualche tempo a Valparaiso, in Cile, da uno zio. Tornato in Spagna, cominciò a lavorare come giornalista. Sposò María Barceló Toro, anche lei di Almería: ebbero cinque figli, tre maschi e due femmine; queste ultime si consacrarono a Dio. Nella loro casa veniva recitato ogni giorno il Rosario e si leggevano le vite dei Santi del calendario.

L’attività giornalistica di Fructuoso lo portò a fare da corrispondente da Almería per molte testate che avevano sede a Madrid. Fu comproprietario del quotidiano «La Independencia», da lui stesso sottotitolato «Quotidiano cattolico», di cui divenne direttore nel 1922. Nei suoi articoli esponeva con chiarezza ed esattezza, come hanno riscontrato i Consultori Teologi, la dottrina sociale della Chiesa. Non aveva timore a dichiararsi cattolico e ad affrontarne le conseguenze, come denunce, processi e carcerazioni.

Il 26 luglio 1936 fu arrestato in casa propria, condotto al commissariato e da lì in una prigione ricavata in un ex convento. Il 3 agosto venne trasferito all’imbarcazione «Segarra», dove rimase fino al 15. All’alba di quel giorno, fu assassinato sulla spiaggia “La Garrofa”, nei pressi di Almería; aveva cinquantadue anni. Il suo cadavere e quello degli altri fucilati vennero gettati in mare; quando le onde li rigettarono a riva, vennero sepolti sulla stessa spiaggia, ma senza possibilità d’identificarli.

L’unica donna, che è anche la seconda monaca domenicana spagnola a venire beatificata, è suor Ascensione di San Giuseppe. Isabel Sánchez Romero, come si chiamava al secolo, nacque a Huéscar presso Granada il 9 maggio 1861. A ventitré anni entrò nel convento domenicano di Huéscar: con la vestizione religiosa, assunse il nome di suor Ascensione di San Giuseppe (Ascensión, in realtà, era il suo secondo nome di Battesimo), ma per brevità era chiamata suor San Giuseppe. Era religiosa “di obbedienza” o conversa, ovvero non seguiva le celebrazioni in coro, ma si occupava di altri servizi, con attenzione e generosità. Non godette mai di buona salute, ma sopportò serenamente i suoi malanni.

All’inizio della guerra civile, le monache lasciarono il loro convento, causando l’ira dei miliziani accorsi per saccheggiarlo. Suor San Giuseppe cominciò ad avere paura, però, col passare del tempo, invocò sempre di più il Signore perché supplisse, con la forza che veniva da Lui, alla sua debolezza. Si rifugiò in casa di una nipote, ma quest’ultima e suo marito temevano che presto si sarebbe scoperto che non era un’anziana signora laica (aveva settantasei anni).

Il 16 febbraio 1937, di sera, i miliziani arrivarono: la portarono via e la torturarono a lungo, diventando più feroci man mano che la vedevano rispondere, con la preghiera, alle loro vessazioni. Il mattino seguente la costrinsero ad assistere all’esecuzione di altri detenuti, ma neanche allora la videro cedere o bestemmiare, come avrebbero voluto. A quel punto, le fecero mettere la testa su una pietra, mentre, con un’altra pietra, la colpirono ripetutamente. Prima di morire, gridò: «Viva Cristo Re!».

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18/06/2022
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