Politica

di Mario Adinolfi

ROMPERE LO SCHEMA

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Oggi sul quotidiano Domani dell’ing. Carlo De Benedetti l’editoriale firmato da Curzio Maltese spiega perché ci dovremo tenere Draghi fino al 2028. I risultati elettorali sembrano dargli ragione: il Pd, vestale del draghismo, vince ovunque. Come ci riesce? Con lo schema Biancaneve e i sette nani: il Pd è Biancaneve e i sette nani che graziosamente gli consegnano i loro voti sono Conte, Calenda, Renzi, Bonino, Speranza, Fratoianni e Tabacci (ora dominus con il simbolo del neoscissionista Di Maio). Il centrosinistra siffatto fornisce una sonora legnata ad un centrodestra strabico che ha due partiti su tre al governo e il terzo, che dovrebbe fare l’opposizione, sdraiato su Draghi a pelle di leopardo sulla guerra e le armi a Kiev. Il centrodestra un po’ draghiano e un po’ no, che sui valori identitari fa finta di dire sì ma poi su eutanasia e aborto s’ammutolisce per paura invece di rivendicare come fa Trump la grande vittoria alla Corte Suprema sulla Roe vs Wade, non offre grandi ragioni per la mobilitazione ai suoi elettori, in più sbaglia pesantemente i passaggi aggregativi, su cui il Pd con lo schema della favola citata, invece, non sbaglia mai.

Lasciamo stare il pasticcio di Verona, dove abbiamo testimonianze dirette della hybris del buon Sboarina, tutto causa del proprio mal. Prendiamo Monza, capitale della cattolicissima e operosissima Brianza, dove Dario Allevi del centrodestra era sindaco uscente e al primo turno aveva rifilato sette punti secchi di distacco al rivale Paolo Pilotto del centrosinistra, sfiorando l’elezione immediata. Al ballottaggio Allevi si inventa un apparentamento con una lista tutta diritti civili e puttanate varie, che al primo turno aveva preso il 5.8%. Ma costruire ibridi che non hanno collante valoriale equivale a demotivare i propri elettori, i cattolici brianzoli se ne sono andati al lago e Allevi è riuscito nell’impresa di prendere meno voti rispetto al primo turno e di perdere facendosi mangiare dal rivale tutto il vantaggio accumulato.

Bisogna rompere lo schema e tocca a Fratelli d’Italia farlo, la Lega di Salvini è in caduta libera (nel disastro monzese elegge 1 solo consigliere, come Azione di Calenda con il suo 2.2%, il Pd ne elegge 15) e Forza Italia ormai è in tutto e per tutto un partito governativo. Con Giorgia Meloni però non sai mai cosa aspettarti: l’ascolto a Milano nel discorso sulle “4 M”, pessimo testo buono per Enrico Letta; poi l’ascolto in Andalusia e m’innamoro perché con quel “sì o no” si va al governo del Paese; poi si mette paura e sull’aborto frena. La Meloni andalusa vince, quella titubante perde. Meloni, come ho spiegato nella mia intervista a La Verità del 20 giugno 2022, ha una sola possibilità di andare a Palazzo Chigi: battere le forze draghiane antipopolari, guidando una coalizione popolare delle forze di opposizione ad esse, cementate da un programma compatto e chiaro, declinato agli italiani con la formula del “sì o no” andaluso. Se Meloni si farà attrarre dallo schema del vecchio centrodestra vivrà due finali possibili della partita: perderà, perché tra i draghiani originali e quelli ambigui, vincono gli originali piddini con la corte di nani; semmai dovesse vincere, poi, sarebbero Salvini e Berlusconi a mollarla, perché preferiscono stare sotto Draghi piuttosto che sotto di lei.

Giorgia Meloni deve federare tutte le forze di opposizione al governo Draghi e combattere una battaglia chiara con i toni andalusi contro chi con le sue politiche antipopolari sta affondando le famiglie e le piccole imprese italiane. Nel Paese quest’area vasta è ampiamente maggioritaria, il Pd e Draghi sono minoranza, ma l’area vasta sfinita da tre anni di oltraggi non crede più nella politica e si rifugia nell’astensione arrivata a sfiorare il 60% ai ballottaggi di ieri. Per mobilitarla al voto serve una proposta programmatica e valoriale del “sì o no”, accantonando la tentazione del conformismo che fa dire alla Meloni “sì alla cultura della vita, no all’abisso della cultura della morte” in Andalusia, poi quando torna in Italia sta muta sui casi di suicidio assistito e addirittura fa marcia indietro sull’aborto. L’opposizione all’avalorialità draghiana va federata evocando valori forti che mobilitino gli elettori per condurli dall’area dell’astensione al voto militante. L’area vasta così vincerà e una stagione nuova prenderà il via in Italia. Il Popolo della Famiglia si mette a disposizione di questo percorso, lo promuoverà e lavorerà per essere collante tra gli spezzoni dispersi di un fronte che deve essere comune, altrimenti il Pd e la sua corte di nani ci imporrà Mario Draghi premier fino al 2028, almeno.

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27/06/2022
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