Chiesa

di Emilia Flocchini

Beati i Martiri del Zenta, fratelli degli indios

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Oggi alle 10 (alle 18 ora italiana, in diretta sul canale YouTube della Televisione Pubblica Argentina), presso il Parco della Famiglia a Nueva Orán, in Argentina, il cardinal Marcello Semeraro, Prefetto del Dicastero delle Cause dei Santi, presiederà la Messa con il Rito della Beatificazione di Giovanni Antonio Solinas, sacerdote della Compagnia di Gesù, e di Pedro Ortiz de Zárate, sacerdote diocesano. Sono noti come i Martiri del Zenta, valle nell’Argentina nord-occidentale (nota anche come Quebrada de Humahuaca).

La loro missione si è dispiegata oltre quattro secoli fa e si è conclusa con quello che da sempre, come l’autorità della Chiesa ha ufficialmente sancito, era considerato un autentico martirio. Ne è la prova il fatto che, nelle più antiche raffigurazioni, entrambi erano rappresentati con gli attributi iconografici tipici dei martiri.

Precisamente, sono i primi candidati agli altari morti in territorio argentino che vengono beatificati in quanto martiri. Don Pedro era anche argentino di nascita, anche se aveva radici basche. Padre Giovanni Antonio, invece, era sardo, precisamente di Oliera, in provincia e diocesi di Nuoro.

Fu battezzato nella chiesa di Santa Maria il 15 febbraio dello stesso anno, come consta dai registri parrocchiali; se ne deduce che fosse nato nello stesso mese. I suoi genitori gli trasmisero la fede cristiana e vollero iscriverlo al collegio che la Compagnia di Gesù aveva fondato proprio a Oliena poco dopo la sua nascita. In quel luogo, sentì per la prima volta parlare dei missionari che partivano per terre lontane, come san Francesco Saverio in Asia, o come padre Bernardino Tolu, anche lui di Oliena, missionario ad Asunción, capitale del Paraguay.

Sulla spinta di quei racconti, a vent’anni, entrò nel noviziato dei Gesuiti a Cagliari, dove studiò filosofia. Intraprese invece gli studi di teologia a Sassari, insegnando in pari tempo grammatica in varie città sarde. Secondo la testimonianza di un suo contemporaneo, che lo conobbe, Giovanni Antonio, nel corso dei suoi anni giovanili,

«si dedicò tanto a Dio, come se non fosse di questo mondo».

Non era ancora sacerdote quando giunse in Europa padre Cristóbal Altamirano, il quale di lì a poco sarebbe tornato nella provincia del Paraguay con trentacinque religiosi, per continuare l’evangelizzazione di quei luoghi: subito si rese disponibile.

Lasciata quindi Cagliari con altri tre Gesuiti, si recò a Siviglia, dove venne ordinato sacerdote il 27 maggio 1673. Il 16 settembre del 1673, circa quattro mesi dopo, partì con i compagni per Buenos Aires: arrivarono l’11 aprile 1674, dopo cinque mesi di navigazione. Da lì partì per Córdoba, dove concluse gli studi di teologia, interrotti per poter partire il prima possibile per le missioni.

Dai contemporanei, la sua missione tra i fiumi Paranà e Uruguay venne descritta in questo modo:

«Era un aiuto per i poveri, ai quali provvedeva con alimenti e vestiti: medico per gli ammalati, che curava con gran delicatezza; e universale rimedio di tutti i mali del corpo. Per questa ragione gli indios lo veneravano con affetto di figli».

Si prendeva cura dei corpi, ma anche delle anime. Per far arrivare il Vangelo nella maniera più comprensibile agli indios, imparò la lingua guaraní, padroneggiandola con grande familiarità. Allo stesso tempo, assisteva spiritualmente gli spagnoli che abitavano vicino alle reducciones. Queste costituivano uno dei mezzi con cui si dispiegava l’azione missionaria dei Gesuiti: venivano creati degli insediamenti, dove i catecumeni vivevano aiutati dai missionari.

Nel 1680 fu inviato con tre gesuiti come cappellano militare per assistere i soldati nella difesa di Colonia del Sacramento. Fra il 1681 e il 1682 prestò la sua opera in altre missioni della Compagnia di Gesù.

Il 20 aprile 1683, insieme a due confratelli, padre Diego Ruiz e il fratello coadiutore Silvestro Gonzáles, raggiunse a Humahuaca don Pedro Ortiz de Zárate. Questi era nato il 29 giugno 1623 a San Salvador de Jujuy da una famiglia molto in vista. Lui stesso rivestì varie cariche amministrative nel suo paese di nascita; su tutte, quella di alférez, corrispondente a quella di sindaco.

Il 15 novembre 1644, ormai orfano di entrambi i genitori, Pedro sposò doña Petronilla de Ibarra y Murguìa. Dalla loro unione nacquero due figli, Juan Ortiz de Murguìa e Diego Ortiz de Zárate. Dopo nove anni di matrimonio, rimase vedovo: affidò allora i suoi due bambini alla suocera Maria de Arganarás e continuò a dedicarsi all’am­ministrazione dei beni che un giorno sarebbero stati dei figli.

Molto spesso, però, si ritirava in preghiera e ripensava a come, nell’adolescenza, avesse pensato di diventare sacerdote. Dopo aver molto riflettuto, ne parlò col vescovo del Tucumán, monsignor Melchor Maldonado y Saavedra, arrivato a Jujuy per la visita pastorale, e poco dopo raggiunse Córdoba per gli studi necessari. Fu ordinato sacerdote a Santiago del Estero intorno al 1657.

Negli ultimi mesi dello stesso anno fu nominato curato di Humahuaca. Nel 1661 divenne parroco di San Salvador de Jujuy e poi vicario di tutto il territorio: il Nord-Est, con sede a Humahuaca, che si estendeva da Chicas fino al limite dell’attuale Vulcano; e il Sud, con sede San Salvador de Jujuy, dal Vulcano fino ai fiumi Perico ed Esteco.

Don Pedro fu molto stimato dai vescovi succedutisi nel Tucumán in quel periodo, per le sue doti di evangelizzatore, di uomo totalmente dedito al culto, di intensa pietà e penitenza e di grandissima carità. Varie volte, resasi vacante la diocesi del Tucumán, fu visitatore in tutta la diocesi per scelta del Decano e del Capitolo.

Il vescovo monsignor Nicolas Ulloa, in una relazione al re, ne fece un grande elogio:

«zelantissimo della gloria di Dio, grande stimatore e molto ben disposto verso gli indios… assai impegnato nel culto divino».

Don Pedro aveva però un altro sogno: portare il Vangelo nel Chaco, un territorio particolarmente ostile, oggi al confine tra Argentina e Bolivia. Ne parlò a lungo al suo vescovo, scrisse al governatore del Tucumán e al re di Spagna. Ottenuta l’autorizzazione, il 18 ottobre 1682 salutò i suoi parrocchiani di Jujuy, raggiungendo come prima tappa Humahuaca. Lì s’incontrò coi Gesuiti, dei quali lui stesso aveva richiesto l’aiuto.

Insieme a una settantina di persone, partirono il 4 maggio 1683, e, dopo un viaggio lungo e pericoloso, arrivarono nella Valle del Zenta, dove gli indios li accolsero pacificamente: lì fondarono la reducción di San Raffaele, popolandola di un centinaio di catecumeni.

Nel luglio 1683 padre Diego partì per procurare viveri agli altri missionari, i quali, tre mesi dopo, vennero informati che il suo ritorno era prossimo. Don Pedro e padre Giovanni Antonio decisero allora di andargli incontro con altre ventitré persone, nella località di Santa Maria, nei pressi dell’omonima cappella, costruita dal primo dei due.

Tuttavia, nel corso dei viaggi che avevanocompiuto nel frattempo, furono raggiunti da oltre seicento indios delle tribù Tobas e Mocovies: questi dicevano di venire in pace e di essere disposti a vivere in armonia con loro. I missionari li accolsero e cercarono di farseli amici, lasciando le armi da parte e regalando loro viveri, vesti e altri doni, ma avevano capito che le loro intenzioni non erano affatto pacifiche. Don Pedro fu udito esclamare:

«Non devo arrendermi, per procurarmi con tutte le forze la vita eterna delle loro anime, anche se perdo quella del corpo».

Per questa ragione, continuando a distribuire i doni, non perse occasione per parlare loro di Dio.

Il 27 ottobre i due missionari celebrarono la Messa: prima don Pedro, poi padre Giovanni Antonio. Non appena l’ultima celebrazione fu terminata, gli indigeni, che avevano circondato la cappella, lanciarono un grido di guerra: assalirono, armati di lance e di clave, i sacerdoti e le diciotto persone presenti con loro.

L’indomani, padre Diego tornò con i viveri, trovandosi però di fronte uno scenario impressionante: i resti del confratello e dell’altro missionario, denudati, con la testa separata dal corpo, lasciati agli uccelli rapaci. Con buona probabilità, gli aggressori avevano anche consumato le loro carni e bevuto dai loro teschi.

Erano pratiche rituali favorite dai capi religiosi di quelle tribù, i quali erano decisamente contrari alla conversione dei loro compagni; soprattutto, avevano paura di perdere la loro posizione di prestigio all’interno di quelle comunità. I missionari, invece, cercavano di portare pace, non solo tra indigeni e spagnoli, ma anche all’interno delle tribù, tanto spesso in lotta tra loro. Le spoglie di don Pedro vennero portate nella chiesa del Santo Salvatore a Jujuy, che oggi è cattedrale, mentre quelle di padre Giovanni Antonio furono deposte nella chiesa dei Gesuiti a Salta.

In una lettera al superiore provinciale, padre Diego raccontò nei dettagli la spedizione missionaria nel Chaco e l’uccisione dei missionari e dei diciotto laici, che ai suoi occhi appariva come un autentico martirio. I frutti della loro uccisione non emersero immediatamente, specie nella regione del Chaco. Nel secolo successivo, però, si formarono villaggi, città e provincie nelle quali popoli e culture diverse, illuminati dal Vangelo e sostenuti dalla pietà popolare cattolica, riuscirono a vivere in pace.

Il cammino verso gli altari dei due missionari ha avuto nuovo impulso solo nel ventesimo secolo e con il fondamentale apporto della diocesi di Nuoro: una sua delegazione, guidata dal vescovo monsignor Antonio Mura, è arrivata a Orán prima della beatificazione e vi prenderà parte. Papa Francesco conosce bene la loro storia: quando era nella sua precedente diocesi, infatti, aveva visitato i luoghi dove si conserva la loro memoria.

Tuttavia, dall’avvio della causa a oggi, sono stati espunti i diciotto laici spagnoli, mulatti e aborigeni uccisi con i due sacerdoti (precisamente nel 2002, anno del nulla osta): non è stato possibile reperire sufficiente documentazione su di loro, nemmeno i nomi propri. Non per questo il loro esempio, specie in ottica sinodale, va dimenticato: avevano accolto il Vangelo senza secondi fini, l’avevano vissuto come strumento di vera libertà e avevano subito la morte insieme ai loro pastori.

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02/07/2022
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