Società

di Fabio Annovazzi

LA STAGIONE DELLA FIENAGIONE

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Prima che il vento porti via le foglie, prima che qualche altro neurone bruci inesorabilmente nell’emisfero sinistro della mia calotta cranica, mi premeva mettere in risalto quelle tradizioni lavorative tipiche di un Italia che a costo di enormi sacrifici è passata dalla povertà dignitosa del secondo dopo guerra sino a risalire la china portandosi ad essere, alcuni decenni orsono, una tra le maggiori potenze economiche mondiali. Dato che sono ben oltre la presumibile metà del guado medio della vita i ricordi si fanno sbiaditi, in un bianco e nero sempre più sfumato, ma le fatiche immani non si dimenticano, sono conficcate nel cuore perché costate fiumi di sudore dalla fronte.

Ecco, penso che al giorno d’oggi, alla generazione dei nativi digitali, manchi terribilmente questa gavetta che forgia l’anima e i muscoli del corpo. Questo non per fare dietrologia, mi è chiarissimo nella mente il fatto che grazie alla tecnologia la vita si è allungata e le sfacchinate si sono dimezzate. Però avere eliminato dal vocabolario la parola sacrificio è stato un gravissimo errore, prova ne è la fragilità terribile di tantissimi ragazzini che alla prima micro difficoltà vanno totalmente in tilt, affollando gli studi degli psichiatri. E’ anche venuto meno un modo di vivere più umano ed aperto ai bisogni del prossimo: si può in poche parole dire che trionfano egoismo e superficialità di una moltitudine di fragili. Non voglio fare prediche a vanvera, rispetto ai miei nonni e genitori sono il primo dei pappa molli, se ho resistito alle intemperie della vita lo devo unicamente al pugno di ferro che all’occorrenza è stato usato a suo tempo nei miei riguardi. In questi ultimi anni, e non è un bene, è sceso un sipario frettoloso sulla laboriosità di una moltitudine di uomini che tenacemente hanno reso grande la nostra bella Italia. Sarà che l’umiltà, la genuinità e la correttezza non vanno più di moda, persi nei meandri di un mondo dove trionfano bulli e cultura dell’apparenza. Porto un esempio concreto. In questo periodo dell’anno nelle nostre impervie zone rupestri era (ed è) la stagione della fienagione. Una agricoltura quella montana che operava (ed opera) in un terreno spesso ripido ed ostico, necessitante di congruo fieno da mettere in cascina per sfamare durante i lunghi mesi invernali il bestiame che occorreva alla sopravvivenza alimentare del casato. Un agricoltura che si può definire, senza ombra di dubbio, ricca di umanità ma povera economicamente. Ne conseguiva il fatto che durante la prima parte della stagione estiva tutta la famiglia era impegnata in uno sforzo immane, sperando in un tempo clemente che consentisse una rapida essicazione della preziosa erba tagliata. Durante la mia infanzia l’uso di macchinari era ancora agli albori, per cui posso dire con certezza di avere assaggiato la durezza di un lavoro tra i più massacranti in assoluto, dove il vero dominatore era la meteorologia, spesso avversa. Lo sguardo era fisso all’insù, perché le intemperie vicino alle montagne sono sempre in agguato. Tutto veniva fatto rigorosamente a mano, con i tempi scanditi dalla natura stessa. Bisognava insomma fare le formiche e non le cicale, stando attenti a non lasciare i fienili vuoti, altrimenti l’inverno sarebbe divenuto alquanto problematico, date le esigue risorse finanziarie. Non rimpiango per nulla le fatiche e le restrizioni, ma la serenità di una vita meno frenetica di quella attuale sì. La globalizzazione selvaggia sta ingoiando queste tradizioni e questi umili lavori, facendoci credere di avere tutto comodamente senza sforzo a portata di clic. Che inganno cubitale ci hanno appioppato.

Penso che sugli smartphone andrebbe messa una scritta ben in evidenza come sui pacchetti di sigarette: nuoce gravemente alla salute, dei più giovani in particolare. Questa della fienagione è uno dei tanti esempi di un modo di interpretare la vita che non ha paura e non si vergogna di sporcarsi le mani, ne di annusare profumi che a qualcuno potrebbero stoltamente apparire come sgraditi ma sono invece portatori di germogli nuovi di vita. Proprio vero che dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fior, come cantava De Andrè. Si parla tanto oggi, e a sproposito, di commercio solidale, di merce a chilometri zero, di impatto ambientale limitato: tutte mode del momento che nessuno mette in pratica in quanto frutto di una visione distorta che li lancia unicamente come slogan per la nuova ideologia verde. Basterebbe fare alcuni piccoli cenni storici, di un passato neanche troppo lontano, per renderci conto che se custodiamo con amore il creato vicino a casa questo ci può dare già tutto, o quasi, senza andare a cercare chissà dove e chissà cosa. Certo occorre fare meno gli schizzinosi, le mani saranno sovente piene di calli e sporche, ma odoreranno di dignità. Solo perché siamo divenuti sofisticati e con la puzza sotto il naso andiamo alla ricerca di prodotti coltivati a distanze siderali da noi, dimenticando in pieno le peculiarità della terra italiana che è tra le più fertili al mondo. Non ci sarebbe bisogno di scriverlo che per tutti dovrebbe essere prioritario comprare dal contadino di fianco a noi che con passione e amore opera unicamente per sfamare la propria famiglia. L’economia familiare va adeguatamente supportata e spronata, non affossata con norme capestro. Questa sì che è anche una vera questione ambientale. Mi è rimasto indelebile nell’anima un convegno a cui partecipai alcuni anni orsono in cui si asseriva, con certezza scientifica rigorosa, che la terra delle pianure italiane a furia di sfruttamenti iniqui e di assenza di organico ha oramai una fertilità pari a quella di un deserto africano. Le grosse multinazionali, in libera uscita permanente su ogni fronte, sono arrivate ad impoverire persino il terreno dei nostri campi. Con la politica dei prezzi bassi calpestano la dignità della persona, dilapidano corrette tradizioni secolari, spargono nell’aria veleni immondi e dannosi, inquinano le falde, e tutto in nome unicamente del profitto. E noi beoti a correre dietro al 1,99€ al chilo di prodotti coltivati dai neo schiavi del XXI secolo. Sì, lo che esiste anche un commercio equo solidale, lo so che questa è solo una piccola parte di un problema che meriterebbe un più ampio discernimento. Ma se vedo morire colture e tradizioni secolari sotto casa non posso non inorridire e lanciare l’allarme. Anche la filiera eccessivamente lunga finisce per danneggiare il produttore, inficiando, specialmente in questi ultimi tempi difficili, sul portafoglio dell’acquirente: troppi giri, troppi balzelli, è inevitabile. E’ per questo che va incoraggiato un nuovo tipo di commercio, un nuovo tipo di economia. Ripartiamo da un modello economico a misura d’uomo e dalle imprese familiari, ritorniamo a quei prodotti che hanno ancora il sapore genuino e non mascherato dagli esaltatori di sapidità. Da qui può ripartire l’Italia, sono molto scettico che i suggerimenti dati dai nuovi vitelli d’oro in cristalli liquidi, che adoriamo, ci possano portare futuro. Una mentalità scriteriata ed edonistica ha portato all’abbandono della terra e delle coltivazioni, alla conseguente denatalità paurosa che ne è conseguita, ad un invecchiamento della popolazione che ci tarperà le ali per il futuro. I frutti amari di questa follia imbecille con cui stiamo segando la pianta che ci sorregge sono evidenti, ignorati da una pletora di folli che sgomita per fantomatici nuovi diritti e non vede un albero che si inclina pericolosamente sempre più e presto si sfracellerà al suolo. Credo che solo facendo un passo indietro ne possiamo fare poi due avanti, ritornando ad un tempo in cui avevamo tutto senza avere niente e non ce ne accorgevamo. La stagione della fienagione intanto nella sua prima parte volge al termine, ci sarà ancora un secondo tempo anche se di breve durata. La fatica attualmente è leggermente lenita grazie ai nuovi preziosi marchingegni architettati dalla tecnica. I ritmi sono ancora quelli di una volta però, ed è lì il bello. Sono orgoglioso di venire da un rude e scabroso ambiente rurale, non mi vergogno per nulla delle mie radici, anzi ne vado fiero. Ad un visitatore esterno che mi osserva mentre tutto impolverato, grondante di sudore, compio questi umili lavori posso anche apparire come anacronistico e fuori dalla modernità, ma che ci volete fare nel mondo dei contadini non si entra senza uno sguardo di magia.

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08/07/2022
0412/2022
S.Giovanni Damasceno

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