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di Nathan Algren

India - Corte di Delhi respinge aborto alla 23esima settimana

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Il 15 luglio l’Alta Corte di Delhi ha dichiarato che non permetterà il ricorso all’aborto a una donna non sposata la cui gravidanza è ormai alla ventitreesima settimana, osservando che a quel punto “equivarrebbe a uccidere il feto”. L’avvocato della donna sosteneva che - non essendo sposata ed essendo stata abbandonata dal partner - la donna si trova in condizioni di grave sofferenza psicologica che le impedirebbero di crescere adeguatamente il bambino. Aveva puntato il dito anche contro il carattere “discriminatorio” della legge indiana sull’aborto, che consente alle donne divorziate e ad altre categorie l’interruzione della gravidanza fino alla ventiquattresima settimana.

L’Alta Corte ha osservato che la legge concede alle donne non sposate il tempo necessario per sottoporsi all’aborto e che il legislatore ha volutamente escluso i rapporti consensuali dalla categoria dei casi in cui l’interruzione della gravidanza è consentita tra le 20 e le 24 settimane. Il tribunale ha suggerito di tenere la donna in un luogo sicuro fino al parto del bambino, che potrà essere dato in adozione.

Pascoal Carvalho, membro indiano della Pontificia Accademia per la Vita, ha definito questa sentenza incoraggiante: “È importante - commenta - l’empatia dimostrata dalla corte, che ha assicurato alla madre tutto l’aiuto possibile per proteggerla dalle pressioni dell’opinione pubblica, fornendole un posto sicuro e confortevole dove stare fino alla nascita del bambino, mentre il governo si occuperà di tutto. A mio parere, non può esserci verdetto più umano di questo: mostra un cambiamento molto positivo nel modo in cui affrontare le gravidanze indesiderate. Abbiamo finalmente iniziato a considerare il feto come una persona e l’aborto come un omicidio. Abbiamo anche capito che la madre avrà bisogno di aiuto fino al parto e poi il bambino potrà essere dato in adozione, il tutto preservando la dignità della donna e proteggendola da qualsiasi scandalo”.

Secondo uno studio pubblicato da The Lancet Global Health, il numero di aborti in India sarebbe di almeno 21 volte superiore a quello ufficiale riportato dal governo (700.000). “Senza contare - aggiunge il dott. Carvalho - le cliniche private per gli aborti e gli aborti chimici autogestiti ‘a domicilio’. Lo studio ha sottolineato che l’81% di coloro che cercano di abortire assumono farmaci pericolosi per la vita, senza la supervisione di un medico e molti senza nemmeno una consulenza”.

L’aborto fu legalizzato in India il 10 agosto 1971 e per questo l’anno scorso, a 50 anni dall’entrata in vigore della legge, il cardinale Oswald Gracias, in qualità di presidente della Conferenza episcopale indiana (CBCI), ha chiesto che ogni anno il 10 agosto venga osservato come “Giorno di lutto” nella Chiesa indiana

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18/07/2022
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