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di Simona Trecca

Jago e la sua arte

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Prorogata fino al 28 agosto, Roma, ospita dal 12 marzo la prima grande mostra dedicata all’artista JAGO.

L’esposizione curata da Maria Teresa Benedetti, organizzata da Arthemisia con la collaborazione di Jago Art Studio, è ben ideata e accoglie il visitatore al secondo piano del Palazzo Bonaparte che si affaccia su Piazza Venezia, di fronte al monumento Il Vittoriano.

« Mi considero un uomo e uno scultore del mio tempo. Utilizzo il marmo come materia nobile legato alla tradizione ma tratto temi fondamentali dell’epoca in cui vivo. Guardo a ciò che mi circonda, gli do forma, e lo condivido.»

Classe 1987, JAGO nasce a Frosinone dove frequenta il liceo artistico prima e l’Accademia delle belle arti poi ( lasciata nel 2010).

Su presentazione di Maria Teresa Benedetti viene selezionato da Sgarbi, a soli 24 anni, a partecipare alla 54° edizione della Biennale di Venezia esponendo il busto in marmo di Papa Benedetto XVI (2009) che gli vale la Medaglia Pontificia.

La prima sala ospita diverse sculture , di fase giovanile, nate dalla lavorazione di pietre, materiale di scarto di lavorazione del marmo sul greto del fiume Serra, che scorre alle pendici del monte Altissimo In Toscana: Sphynk (2015) un feto di un gatto incastonato in una pietra di marmo, La memoria di sé, (2015) una testa di neonato inserita in una testa adulta che fuoriesce da un grembo marmoreo, La pelle dentro (2010), un avambraccio maschile che sembra penetrare nel materiale marmoreo senza per questo distaccarsene, ed Excalibur (2016) un kalashnikov di marmo che richiamando la omonima spada, è fissato nel blocco di marmo, e Containers (2015) sassi di marmo lavorati dallo scultore che suggeriscono le diverse possibilità di creazione presenti al loro interno. Queste opere hanno la capacità di suscitare in chi le osserva delle proprie interpretazioni, pur essendo guidati visivamente dall’opere stesse le quali esprimono un sottile spirito di denuncia rispetto alla realtà rappresentata come nel caso di Excalibur e La Pietà.

La seconda stanza è a mio avviso la rappresentazione di un genio. Sia per il materiale usato, sia per la tecnica utilizzata, sia per il risultato: Apparato Circolatorio del 2017. Una installazione in cui JAGO ha tradotto la frequenza cardiaca in un’opera d’arte. Io ci ho visto il trascendente (la vita che non ci doniamo da soli ) declinata con la collaborazione dell’uomo (autore) in una espressione artistica il cui scopo è quello di far meditare sulla bellezza e sulla complessità della natura umana. 30 modelli di cuori di ceramica, ognuno diverso dall’altro esposti in sequenza, insieme con un video in loop della loro contrazione, ricreano l’esatto movimento di un cuore nel corso di un singolo battito accompagnato dal suono del battito stesso.

Nella sala attigua in un gioco di luci e penombre l’opera Habemus Hominem (2009/2016) la cui lavorazione del 2009 vede un aggiornamento da parte dell’autore nel 2016. Successivamente all’abdicazione nel 2013 di Papa Benedetto XVI, il ritratto di Joseph Ratzinger, venne spogliato dei paramenti liturgici, scoprendo un busto scarnato e drammatico. Come se dopo la rinuncia alla sede petrina, Ratzinger si riappropriasse delle sue caratteristiche umane. Inquietante il fatto che lo sguardo di Papa Benedetto XVI , ingentilito da un sorriso appena accennato, accompagna l’osservatore nel suo girare intorno al busto. E questo lo umanizza al livello tale che sembra prendere vita. A fianco dell’opera in un reliquiario ci sono degli scarti marmorei derivanti dalla “ spoliazione della scultura”, operazione che può essere seguita in un video posto sul soffitto, adagiandosi su un unico soffice e ampio divano che occupa una intera parete.

Più complessa l’origine dell’opera La Pietà ispirata da una foto esposta anch’essa con il titolo “Un padre che piange la morte del figlio ad Aleppo, Siria, ottobre 2012”. Terminata nel 2021 dopo 16 mesi di lavoro, l’opera è stata esposta nella Chiesa degli artisti di Piazza del Popolo, riscuotendo un enorme successo.

Vedendola a centimetri 0, senza cioè alcuna distanza o infrastruttura a frapporsi con l’osservatore, quest’opera emoziona fino alle lacrime. L’espressione del viso di questo padre, che sorregge il figlio morto, ormai senza vita, accasciato tra le sue braccia è devastante emotivamente.

Nella sala attigua Il figlio Velato ispirato alla famosissima opera Cristo Velato di Giuseppe Sanmartino (1753) custodita nella Cappella Sansevero a Napoli, attrae per la medesima bellezza. Il drappeggio che sovrasta il fanciullo è così veritiero che viene voglia di toccarlo e verificare la fattura del tessuto. Le fasi di lavorazione di questa opera fuoriuscita da un solo blocco di marmo, sono visibili su uno schermo attiguo e tutt’ora visibili sugli account social di JAGO.

Ispira tenerezza invece First baby (2019) che rappresenta un feto umano. Mi ha colpito l’effetto liscio e lucido del marmo in contrapposizione invece con le altre opere dell’artista, come a voler evidenziare l’innocenza dell’anima. La particolarità di quest’opera è che è stata la prima ad essere inviata nello spazio, in occasione della missione Beyond dell’ESA (European Space Agency) e riportata sulla Terra a febbraio 2020 direttamente dal capo missione Luca Parmitano il quale ha documentato con una foto la presenza nello spazio di questa opera d’arte.

Ultima ma non meno importane è l’opera La Venere (2018), posizionata in una sala contornata di specchi. JAGO ha la capacità di evocare in quest’opera un classicismo lontano ma allo stesso tempo ti inchioda alla riflessione e alla verità nuda e cruda, senza fronzoli e sovrastrutture. A questa opera si aggiunge un mistero.

L’artista ha nascosto tra le rughe della Venere una frase che fino ad oggi nessuno ha scoperto. Nonostante non sia una esperta di arte, ho voluto condividere le emozioni che questo artista mi ha suscitato perché la Bellezza quando è vera arriva nei cuori di chi la cerca!

Link: https://www.mostrepalazzobonaparte.it/mostra-jago.php

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17/08/2022
0210/2022
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