Storie

di Tommaso Ciccotti

La voce dei disabili al Sinodo

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Claire-Marie ha scampato l’aborto e non ha mai saputo neanche lei il perché. Affetta da sindrome di Down, a sua madre medici e avvocati avevano consigliato di interrompere la gravidanza. La legge in Francia lo avrebbe pure permesso. Perché sia venuta al mondo è inspiegabile: “È stata la Madonna, sono nata l’8 dicembre infatti”, ci tiene a dire. Subito è stata abbandonata in ospedale, a otto mesi è stata adottata da una coppia, vissuta tra Francia e Polonia. Da una decina d’anni è suora: “Ho avuto una chiamata forte da Dio: ‘Voglio che mi segui’. Mi sono sentita serena”. Da sette anni vive a Lourdes dove incontra anche 300 giovani per volta per parlargli del Vangelo e della bellezza di vivere la fede.

Potrebbe sembrare una delle solite fiabe a lieto fine, quelle di malattia, vocazione e riscatto da raccontare ai ragazzi del catechismo, la storia di questa religiosa 37enne. Ma è la sua sola presenza al mondo a lanciare un messaggio potente. E cioè che anche da quelli che appaiono come “scarti”, usando un’espressione di Papa Francesco, possono fiorire grandi frutti. Lei, suor Claire-Marie, capello sbarazzino, fisico minuto quasi infantile, mani nodose di chi è abituata al lavoro, ama ripetere sempre questo: “La vita è un dono”.

Oggi la suora era in Sala Stampa vaticana insieme ad altre quattro persone disabili di diversa provenienza e nazionalità che hanno partecipato negli ultimi mesi ad una speciale sessione di ascolto, organizzata dal Dicastero per Laici, Famiglia e Vita, in accordo con la Segreteria Generale del Sinodo, all’interno del percorso sinodale voluto da Papa Francesco. Circa 35 i partecipanti, in rappresentanza di Conferenze episcopali e associazioni internazionali che avevano già preso parte alle consultazioni sinodali diocesane. Da maggio si sono impegnati in questo dialogo aperto – on line e dal vivo – con la Santa Sede, con un preciso obiettivo: “Far sentire la nostra voce”.

Testimonianze, racconti, proposte, ma anche le denunce di tanti pregiudizi e discriminazioni che si annidano nella società come pure nella Chiesa - dove ci sono ancora sacerdoti che non distribuiscono l’Eucarestia a disabili intellettivi - sono state raccolte tutte in un documento trasmesso alla Segreteria del Sinodo. Questa mattina, a fine udienza generale, i cinque rappresentanti del gruppo, accompagnati dal segretario del Dicastero padre Alexandre Awi Mello, hanno consegnato il documento al Papa. “La ringraziamo perché il Sinodo ci ha dato l’occasione per rendere la Chiesa ancora più inclusiva”, ha detto al Pontefice Giulia Cirillo, giovane in sedia a rotelle di Sant’Egidio. “Sono io che ringrazio voi!”, ha replicato Francesco.

Claire-Marie, col suo abito in tela grezza marrone, era in prima fila e si è lanciata in un abbraccio spontaneo al Papa: “Mi ha chiesto di pregare per lui e io ho detto: certo, pregheremo per lei a Lourdes”, racconta a Vatican News in un francese misto all’italiano, appreso durante viaggi e pellegrinaggi in Italia. Le piacciono le foto e le interviste, dice. Le piace apparire, insomma, perché la sua stessa presenza, come detto, è un messaggio, specialmente in un momento storico in cui in Europa si discute di leggi a favore dell’aborto e dell’eutanasia: “Vedo che quando incontro i giovani capiscono cosa vuol dire amare il prossimo, anche chi è malato. Gli spiego che la vita è un dono, non qualcosa legato alle leggi”.

Con la consorella Annie Rougier, Claire-Marie ha fondato l’associazione Pol de Lumier che aiuta e sostiene famiglie con figli trisomici, accompagnandoli in percorsi di catechesi. A Lourdes, dove è stata inviata da Bayon, evangelizza, cura Messe e preghiere dei pellegrini, organizza i Rosari della domenica. “Ringrazio il Signore perché ho una disabilità ma ho comunque due braccia, due gambe, posso camminare, parlare, pregare”. E pregare “per i poveri, perché la Chiesa è piena di persone povere… poveri del cuore”.

Ad ascoltare la suora c’è padre Justin Glyn, gesuita della Provincia australiana. Sta in piedi con un bastone e gli occhialini binoculari. La sua risata ogni tanto si sente in tutta l’aula. Ride spesso perché è una persona felice, come si descrive, nonostante ostacoli ne ha affrontati e non pochi, anche nel percorso verso il sacerdozio. Cieco dalla nascita, cresciuto in Sud Africa, da bambino ha sentito la vocazione: “Sono entrato in una comunità religiosa ma mi son detto: ma che ci fai tu qua? Non conosci il mondo, vai via. E gli altri mi hanno confermato questa idea”. Avvocato in Nuova Zelanda, dopo il dottorato ha deciso di entrare nella Compagnia di Gesù. Qualcuno ha provato a frenarlo: “Meglio un ordine più educativo…”, ma alla fine è stato accettato. Racconta di aver subito a volte nella Chiesa “una discriminazione sottile”: “Non puoi fare questo, non puoi fare quello perché sei cieco… Forse avresti dovuto pregare di più e saresti guarito… Io sono chi sono, non posso cambiare. Sono contento della mia vita personale e di fede”.

Certo è, afferma padre Justin, che l’approccio della Chiesa con i disabili va cambiato: “Il ruolo dei disabili non è pienamente considerato. Nonostante il Concilio, è persistito un pensiero tossico nella Chiesa: bisogna curare quelli con disabilità perché hanno peccato, perché sono stati puniti… Ora questo non c’è più e, anzi, con il pontificato di Francesco si è arrivati a un vero processo di guarigione. Nella Evangelii Gaudium e nella Fratelli tutti si chiede di dare voce alle persone disabili”. Il percorso sinodale è un’occasione preziosa in tal senso: “Speriamo – dice il gesuita - che questo processo possa aprire le menti e i cuori di tutti, dalle parrocchie fino alle gerarchie più alte. Bisogna aiutare queste persone ad avere una voce: c’è ancora chi nega la comunione a chi ha una disabilità intellettiva, chi nega una vocazione… Speriamo che inizi un dialogo più ampio e che si comprenda che siamo parte del popolo di Dio”.

“Queste storie sono incredibili perché mostrano un’enorme testimonianza di fede”, fa eco padre Mello. “Tante volte non consideriamo queste persone o nella nostra testa c’è l’idea che la disabilità fisica comporti una disabilità generale, cioè come se questa gente non capissero nulla della vita, di Dio, delle cose… Sentirle parlare di Dio, del loro incontro personale con Gesù, è qualcosa che colpisce profondamente”. Padre Mello dice di essere uscito trasformato dalle esperienze di ascolto: “È stata una scuola di vita. Vorrei che tutti li ascoltassero”. Specialmente chi dice che sarebbe meglio che questi corpi sofferenti sarebbe meglio eliminarli: “Ci sono veri sopravvissuti - all’aborto, alla malattia – che hanno una missione, un ruolo, qualcosa da dire. È questa la forma migliore per contrastare certe correnti: vedere che, anche nelle limitazioni, c’è la bellezza, la presenza di Dio”. “Ricchezza e sapienza umana”, aggiunge Vittorio Scelzo, officiale del Dicastero per Laici, Famiglia e Vita: tutto questo c’è nell’esperienza ecclesiale di persone ammalate che “sentivano il desiderio di essere prese sul serio”. “Non volevamo sprecare l’occasione del Sinodo. Siamo grati al Papa che col suo magistero ci ha fatto conoscere un popolo così variegato”.

Il prossimo passo, dopo la consultazione - spiega il Dicastero in una nota - è “un cambio di mentalità che porti a dire noi, non loro quando si parla di persone con disabilità; riconoscere che esiste un vero e proprio magistero della fragilità; lavorare perché le nostre comunità ecclesiali divengano accessibili, sia per quello che riguarda l’abbattimento delle barriere architettoniche sia per permettere la partecipazione di chi ha una disabilità sensoriale o cognitiva; ribadire che nessuno può rifiutare i Sacramenti alle persone con disabilità; comprendere che la disabilità non è legata inevitabilmente alla sofferenza e che le società e la Chiesa possono far molto per evitare inutili discriminazioni”.

In questa prospettiva, è emersa la richiesta che almeno una persona con disabilità possa partecipare ai lavori del Sinodo sulla Sinodalità.

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21/09/2022
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