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di Raffaele Dicembrino

Kristine Maria Rapino autrice di “Fichi di Marzo”

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Nei giorni scorsi abbiamo scritto del libro di Kristine Maria Rapino dal titolo “Fichi di Marzo”

Kristine Maria Rapino è nata nel 1982 e vive a Chieti.

Laureata in Lingue e Letterature Straniere, ha collaborato con testate giornalistiche regionali e nazionali, e con un’emittente televisiva locale come cronista e conduttrice. Ha studiato recitazione e lavorato a Cinecittà. In campo letterario, è risultata finalista al Premio Letterario Rai La Giara ed è stata concorrente del talent letterario di Rai 3 Masterpiece. Attualmente lavora come presentatrice di eventi, editor, e docente di scrittura creativa presso la Scuola Macondo. In questi giorni l’uscita del suo romanzo d’esordio con Sperling&Kupfer “Fichi di Marzo”.

Raffaele Dicembrino l’ha intervistata ed abbiamo scoperto numerose informazioni interessanti sul suo libro ed alcune curiosità su di lei

Che cosa ha ispirato la storia del tuo libro?

Molti anni fa, durante una giornata FAI di Primavera, ho visitato antichi mulini ad acqua usati per dare vita a un pastificio, vicino alla Majella. Ne è nata una riflessione sull’importanza di questa tradizione nella mia regione. Come ricordano spesso i protagonisti del romanzo: “la pasta non è mai solo un piatto di pasta.” La pasta ci racconta, rinsalda i vincoli d’affetto con un passato rurale e una lunga storia artigiana, rievoca il valore sociale della convivialità. In definitiva, della famiglia. Insieme a questo, si innestano nella storia altre tematiche che traggono spunto dalla mia vicinanza al mondo del volontariato e dell’associazionismo sociale.

Come è nato il titolo?

Si ispira a un episodio piuttosto controverso del Vangelo: Gesù, dopo essere stato accolto trionfalmente a Gerusalemme, passa accanto a un albero di fichi, lo trova senza frutti e addirittura lo maledice. Eppure, sa benissimo che non è stagione di fichi. Suona un po’ come l’invito a dare frutto anche fuori stagione, quando sembra impossibile. È la chiamata allo straordinario a cui si trova a dover rispondere anche la famiglia Guerrieri.

Il tuo rapporto con la Majella e l’Abruzzo

Pur vantando anche origini umbre – con una nonna orvietana che me ne ha trasmesso la fierezza – amo profondamente la cultura abruzzese. Eppure, la fase della consapevolezza è iniziata più tardi, dopo l’adolescenza. Mi sono avvicinata allo studio delle mie radici come chi impara una seconda lingua, e quindi con un entusiasmo e una curiosità forse persino maggiori. Amo le feste popolari, i balli tradizionali e ho imparato a suonare il tamburello. Appena posso, scappo in Majella. Con la montagna ho un rapporto specialissimo, più che con il mare. Sono convinta che la speranza si sviluppi in altezza.

La famiglia nella storia e nella tua vita quanto sono importanti?

Per i Guerrieri riscoprirsi famiglia è ciò che permetterà loro di ritrovare anche la propria identità. Nel bene o nel male, la famiglia resta il luogo in cui rinegoziare il proprio significato e da cui ripartire. O almeno, così dovrebbe essere. Questo libro è dedicato alla famiglia nel senso più ampio, al di là dei legami di sangue. Famiglia è dove ci si sente accolti, anche quando si sbaglia.
Io sono molto legata alla mia famiglia, è il mio centro, da sempre. Ricordo un’infanzia ricchissima perché vissuta accanto ai miei nonni, con i quali d’estate viaggiavamo tanto, in roulotte, per i campeggi di tutta Italia, insieme ai miei genitori e a mio fratello.

Che valori troviamo sottolineati nel tuo libro?

In generale, l’idea che la felicità personale per essere autentica debba aprirsi alla possibilità che sia felice anche la persona che abbiamo accanto. Significa farsi amministratori della provvidenza, sentirsi finalmente corresponsabili del bene collettivo.

La tua storia è totalmente inventata?

Si ispira a luoghi realmente esistenti, ma non si riferisce a una specifica realtà produttiva abruzzese, né alla storia personale di qualcuno.

Libro e film preferiti?

Tra i classici, I Malavoglia. E tutto il teatro di Eduardo De Filippo.
Fin da bambina ho amato La mia africa, di Sydney Pollack.

Scrivi con lunghe riflessioni o di getto?

In genere lascio che immagini e parole fluiscano lentamente, senza alcuna fretta di catturarle, ma può anche capitare che qualche passaggio abbia una genesi diversa. Quando sono su un nuovo progetto scrivo tutti i giorni, ma non mi impongo mai un numero di battute giornaliere.

Quanto tempo hai impiegato a scrivere il tuo libro?

Circa un anno di riflessioni sulla trama, studi, interviste e approfondimenti, perché anche se fiction, credo sia fondamentale non essere approssimativi, per il massimo rispetto delle professionalità altrui. Infine, sette mesi per la prima stesura.

Stai già pensando al prossimo?

Da qualche mese ho ripreso a scrivere. Dopo un opportuno “tempo dell’esitazione” – per citare il mio maestro Giulio Mozzi – durato più di un anno, durante il quale ho fatto decantare l’idea iniziale e ho condotto ricerche specifiche sull’argomento. È una storia alla quale tengo molto.

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23/09/2022
0210/2022
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