Storie

di Giuseppe Udinov

Bombardamenti iraniani sul Kurdistan

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L’eco, e le violenze, legate alle proteste per la morte della 22enne curda iraniana Mahsa Amini per mano della polizia della morale “sono arrivate nel Kurdistan iracheno: da giorni Teheran ha iniziato a bombardare diverse aree, da Erbil ad Ankawa a Sulaymaniyya, la notte siamo svegliati dalle esplosioni. Nel mirino campi profughi o centri dove vivono curdi o iraniani della dissidenza, fuggiti da tempo”. A raccontarlo ad AsiaNews è p. Samir Youssef, parroco della diocesi di Amadiya, nel Kurdistan iracheno, dove nei giorni scorsi si sono registrate anche delle vittime: “Bombe e attacchi droni - prosegue - hanno ucciso almeno 12 persone, decine i feriti. Fra le vittime ha destato particolare commozione la morte di una giovane donna incinta, ospite di un campo profughi; i medici sono riusciti a salvare almeno il bambino”.

La presenza dei curdi iraniani, o dei membri della dissidenza, risale ad anni fa ed è legata ad accordi politici di alto livello, vincolata al fatto che dal Kurdistan non partissero attacchi in territorio iraniano. “La presenza di basi della resistenza è nota - conferma p. Samir - ma non si erano verificati grossi problemi e, a differenza della Turchia con il Pkk, Teheran non colpiva. Ma dopo la morte della ragazza, e l’inizio delle manifestazioni, anche qui la situazione è cambiata e pure il nostro territorio è diventato un obiettivo da colpire, alimentando un clima di tensione e di paura”. La vicenda della giovane curda, sottolinea, ha avuto “ampia eco nei media regionali e nazionali, con un sostegno diffuso al popolo iraniano e la sua legittima richiesta di libertà e diritti”.

Intanto dall’Iran continuano ad arrivare notizie di repressioni avallate dalle autorità. Secondo fonti di Amnesty International, il governo di Teheran ha ordinato alle Forze di sicurezza di reprimere “con severità e senza alcuna pietà” le manifestazioni. Per il movimento attivista vi sono documenti risalenti al 21 settembre, provenienti dal quartier generale delle Forze armate e diretti ai comandi dei vari reparti in cui si chiede di “affrontare con la massima severità gli anti-rivoluzionari e i facinorosi”. Un altro documento del 23 per la provincia di Mazandran esorta ad “affrontare senza pietà, fino a causare morti, qualsiasi disordine da parte di rivoltosi e anti-rivoluzionari”.

Tuttavia, le minacce e le violenze degli ayatollah non fermano l’onda di protesta che continua nelle strade, nelle piazze e persino nei campus, sotto assedio. È il caso della Sharif University a Teheran, dove si sono registrati violenti scontri fra agenti - anche reparti in borghese - e studenti. Ieri sera elementi delle milizie basij hanno “circondato il campus e aperto il fuoco” usando proiettili di gomma e “arrestando almeno un centinaio di persone, fra studenti e docenti”. In un video pubblicato sui social, nonostante il blocco della rete imposto dalle autorità, si vedono studenti rincorsi da poliziotti e il fermo ai cancelli dell’università, oggi simile più a una prigione.

Fra le persone arrestate vi è anche la giornalista che ha diffuso per prima la notizia della morte di Mahsa. Si tratta di Niloofar Hamedi, che da diversi anni si occupava dei fatti di cronaca riguardanti le squadre della polizia della morale e la sua influenza - crescente dall’ascesa alla presidenza dell’ultraconservatore Ebrahim Raisi - sulla società iraniana. Nel frattempo il bilancio è salito ad almeno 133 morti, oltre un migliaio (ma è difficile avere stime attendibili) le persone arrestate dai reparti di sicurezza. Fra queste vi è anche una ragazza italiana, Alessia Piperno, turista di 30 anni (sembrerebbe estranea alle proteste, pur avendone scritto sui propri canali social) e fermata nel giorno del suo compleanno. Nella notte l’appello disperato della famiglia sui social, che chiede aiuto al governo di Roma per ottenerne la liberazione.

P. Samir sottolinea che “anche fra i cristiani iraniani vi è profonda preoccupazione per quanto sta succedendo”. E le proteste di piazza per la morte di Mahsa Amini sono state oggetto di confronto e di discussione anche nell’incontro dei giovani della diocesi, promosso dallo stesso sacerdote: “Le ragazze si sentono toccate dalla vicenda, sono tristi e avvertono dolore per le morti e per i video in cui si tagliano i capelli. Sostengono però con altrettanta forza loro battaglia per le libertà e i diritti e nelle messe che abbiamo celebrato in questi giorni abbiamo voluto pregare anche per loro”.

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04/10/2022
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