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di Mario Adinolfi

CONTRO L’ABORTO - CON LE 17 REGOLE PER VIVERE FELICI 1

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A tutti i bambini abortiti e alle loro addolorate madri

A noi che siamo in vita, ai genitori che l’hanno preservata affinché provasse a essere una vita felice

Capitolo 1 - L’elemento indiscutibile

La vita di ciascuno di noi è iniziata il giorno del concepimento. Punto, è un elemento indiscutibile. Scientificamente, filosoficamente, biologicamente non si può trovare un altro momento certo in cui inizia quella storia straordinariamente unica che è quella di ciascuno di noi. Io sono nato il giorno in cui lo spermatozoo di mio padre ha fecondato l’ovulo di mia madre. Procedura piuttosto abusata, ripetuta nella storia umana circa centocinque miliardi di volte, tanti sono stati ad oggi gli esseri umani che hanno calcato la terra.

Mia madre ha saputo che sarei venuto al mondo come regalo per il suo ventiquattresimo compleanno. Era il dicembre del 1970 e il primo di novembre di quell’anno si era sposata con mio padre. Entrambi non erano laureati, entrambi non avevano i genitori in città, per casa avevano un sesto piano senza ascensore davvero minuscolo al quartiere romano del Testaccio, allora molto popolare e anche piuttosto pericoloso essendo il quartier generale dei più pericolosi boss della banda della Magliana che dagli Anni Settanta avrebbero inondato di eroina, omicidi e malaffare la Capitale e non solo.

A Roma, in Italia, nel mondo nel dicembre del 1970 non c’era la legge sull’aborto. Doveva ancora arrivare la sentenza Roe vs Wade della Corte Suprema americana che è del 1973 e la legge 194 italiana che è del 1978. Quando la ventiquattrenne australiana Louise Deirdre Hill di anni 24 appena compiuti, non laureata, con i parenti più prossimi a diecimila chilometri capì da un consistente ritardo delle mestruazioni che l’intensa attività sessuale con il ventisettenne salernitano Ugo Adinolfi, non laureato e attore cinematografico dalle doti approssimative, aveva prodotto l’inevitabile, non imprecò. Era felice. Andò dal neomarito e gli annunciò: “Credo che aspettiamo un bambino”. Quel bambino, che poi sarei io, sarebbe venuto al mondo nelle condizioni che attualmente vengono considerate al limite dell’impossibile: nessuno dei due aveva un lavoro fisso, nessuno dei due era laureato, non c’erano i nonni a Roma a poter dare una mano, lei a ventiquattro anni era considerata giovanissima e in più era straniera. Questo è il quadro con cui nell’Italia del ventunesimo secolo spesso si sceglie di abortire. A mia madre la possibilità non sfiorò neanche il cervello, a mio padre forse sì perché era più smaliziato, ma ricacciò immediatamente l’ipotesi sul fondo della non praticabilità, perché aveva una tendenza a considerare insopportabile tutto ciò che fosse illegale. E l’aborto era illegale.

Non esistono leggi sull’aborto organiche nazionali fino al 1919, quando fu Lenin a voler inaugurare la stagione dell’aborto legale in Unione Sovietica, imitato nel 1935 da Hitler in Germania. L’aborto legale è una concezione da Stato totalitario, che sente di poter violare il plurimillenario giuramento di Ippocrate che vieta di somministrare a una donna un farmaco abortivo. Il fondamento della civiltà occidentale viene sradicato da comunisti e nazisti. Il più pragmatica Stalin, osservando le necessità sovietiche, nel 1936 abolisce il diritto d’aborto perché immagina già una unione che necessita di soldati e lavoratori per attuare i suoi piani. L’aborto resta così una legge in vigore solo nella Germania nazista a lungo, molto a lungo, con qualche piccolo processo imitativo nel Nord Europa (Islanda, Svezia).

L’Italia del 1970 è priva anche solo di un vero e proprio dibattito sull’aborto, così nel 1971 riesco a venire al mondo in sostanziale tranquillità nonostante le condizioni economiche e sociali non propriamente idilliache dei miei genitori. Lo stesso accadrà nel 1974 con mia sorella Ielma che costrinse mio padre a mettersi a studiare per cercare il “posto fisso” con cui dare certezze alla famiglia, secondo uno schema italico in particolare meridionale che abbiamo visto rispecchiarsi fino ai film di Checco Zalone. Era la concezione semplice della famiglia italiana. Semplice e serena, priva di aloni di morte. Perché era chiaro davvero a tutti che la vita di ciascuno inizia il giorno del concepimento, questo elemento era indiscutibile.

Lo è in realtà anche oggi. Questo elemento è ciò che semplicemente può caratterizzarsi sotto la definizione di “verità”. Ma il vero oggi deve essere ribaltato dalla propaganda del falso, che lavora affinché agli occhi degli inconsistenti sia il falso stesso a trasformarsi in vero. E allora ecco il tentativo di sfornare teorie senza senso secondo cui la vita umana inizia solo quando si formano le cellule nervose, allora ecco il limite piazzato al novantesimo giorno dal concepimento, prima del quale in Italia si può abortire. Oppure la follia del feto come pertinenza del corpo della donna, eliminabile come se fosse una cosa quando la donna lo ritiene, come avveniva negli Stati Uniti prima del meraviglioso ribaltamento della sentenza Roe vs Wade arrivato nel giugno del 2022. Poi ci sono le teorie di chi afferma che la vita arriva solo con la coscienza e allora si può sopprimere il bambino anche alla nascita se evidenzia gravi malformazioni nascita sfuggite agli strumenti diagnostici. Lo afferma l’importante bioeticista Peter Singer, che consiglia la soppressione del bimbo nato con malformazioni “entro i primi quindici giorni dalla nascita, altrimenti i genitori si affezionano”. Singer non è un malavitoso o un criminale mitomane, ha a lungo tenuto la cattedra di bioetica all’università di Princeton, una delle più prestigiose del pianeta, da cui spesso provengono i presidenti americani.

Se salta il riconoscimento dell’elemento indiscutibile, io che scrivo e tu che mi leggi sappiamo bene che siamo nati il giorno in cui lo spermatozoo di nostro padre ha fecondato l’ovulo di nostra madre, sappiamo bene che la nostra storia unica è iniziata in quel preciso istante e ogni altro “inizio” proposto è in realtà convenzionale e discutibilissimo, allora finiamo del tipico caos del nostro tempo che alza cortine fumogene per non riconoscere la verità. E non c’è libertà se non è radicata nella verità, la libertà senza verità è nave senza bussola, naviga a caso e finisce per schiantarsi e affondare. Confondere navigazione casuale e libertà è la tragedia della contemporaneità. Ritrovare la strada e la bussola è una delle finalità di questo libro che vi chiedo di leggere con attenzione.

(1. Continua)

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03/11/2022
0412/2022
S.Giovanni Damasceno

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