Politica

di Mario Adinolfi

CONTRO L’ABORTO - CON LE 17 REGOLE PER VIVERE FELICI CAPITOLO 6

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Per molti quella contro l’aborto è “una causa persa”, anche per molti cattolici che pure hanno nel magistero della Chiesa un riferimento chiaro e certo a difesa della vita. Abbiamo la prova di quanto le leggi possano plasmare la cultura corrente: una volta diventato legale, l’aborto è passato da tragedia a diritto. Le donne intrise di un femminismo abulico lo sbandierano come fosse il senso intrinseco delle loro battaglie, condotte nei decenni passati al grido “l’utero è mio e lo gestisco io”. Certamente l’utero è della donna, ma chi lo abita per nove mesi è un bambino depositario di precisi diritti.

Il 24 giugno 2022 la Corte Suprema americana, ribaltando la Roe vs Wade, ha indicato la strada alla battaglia degli antiabortisti. Bisogna accettare il confronto democratico, la Corte Suprema ha detto che i popoli dei singoli Stati hanno il diritto di scegliersi la normativa che vogliono sull’aborto, ora dunque occorre far prendere coscienza dell’orrore insito nell’atto abortivo e vincere questa battaglia nelle urne sostenendo forze che sappiano mettere i temi prolife nell’intestazione prioritaria delle proprie considerazioni programmatiche.

Questo fecero Trump e Pence alle presidenziali americane del 2020, vinte proprio misurando la distanza del ticket repubblicano da quello dominato da Hillary Clinton con principale finanziatore. non a caso, proprio le cliniche Planned Parenthood. Come conseguenza dell’impegno programmatico il ticket Trump-Pence, una volta insediatosi alla Casa Bianca proprio grazie al voto di molti prolife, li hanno ripagati con le nomine alla Corte Suprema di giudici apertamente antiabortisti che poi hanno prodotto la sentenza di ribaltamento della Roe vs Wade. La battaglia contro l’aborto si può vincere se si accetta la premessa di combattere politicamente mettendo le ragioni prolife tra le ragioni prioritarie del proprio programma di governo.

Noi rifiutiamo assolutamente l’idea che l’aborto sia un diritto. L’aborto è una piaga, è una tragedia, più che mai in una stagione di forte denatalità come quella che vive l’Italia. Come ha detto Papa Francesco agli industriali italiani incontrati nel settembre del 2022 “fare figli in Italia è ormai un dovere patriottico”. Un mondo senza aborto è possibile. Anzi, diciamolo chiaramente, nella maggior parte degli ordinamenti giuridici del mondo l’aborto è vietato o fortemente avversato da leggi chiaramente restrittive. Così è stato per millenni, ovunque. Negli ultimi cinquant’anni un pugno di Stati occidentali e quelli del socialismo reale Cina compresa hanno adottato politiche abortiste, su cui però molti stanno tornando indietro, peraltro ottenendo a causa di queste battaglie anche un significativo vantaggio elettorale. Penso al governatore texano Abbott che è l’autore del cosiddetto Heartbeat Act, la norma per cui non si può abortire dopo che il cuore del bambino nel ventre materno cominci a battere, solitamente attorno alla sesta settimana di gravidanza. Abbott ha sostenuto e firmato questa norma nonostante le grandi contestazioni mediatiche e poi nelle elezioni di midterm dell’8 novembre 2022 è stato riconfermato dal voto dei texani come governatore dello Stato.

In Italia una classe dirigente tremolante, anche cattolica, anche di destra, ha deciso di affrontare le elezioni politiche del 2022 che hanno condotto alla vittoria di Giorgia Meloni al grido “la legge 194 non si tocca”. Considero questa come una grave assenza di coraggio, un sintomo di paura e di subalternità culturale alle sinistre portatrici dei loro falsi miti di progresso, dei loro “diritti civili” che hanno sostituito ormai del tutto i diritti sociali di famiglie e lavoratori. Si ritiene che la lotta all’aborto sia impopolare in particolare presso l’elettorato femminile e quindi la si sotterra per evitare il conflitto. Errore strutturale. Il conflitto sulle questioni di principio va ricercato, per chiarire con evidenza le ragioni e le motivazioni di ciascuno, lasciando poi ai cittadini la libertà di scegliere democraticamente.

In particolare le giovani generazioni possono essere protagoniste del cambiamento, perché non incrostate da vecchie ideologie che rendono sgradevole persino il confronto di merito. Di certo negli Stati Uniti ma anche in Europa (basti pensare a tre Paesi dell’Ue: Polonia. Ungheria, Malta) il dibattito è aperto e i prolife riportano più di una vittoria che poi si tramuta in norme restrittive rispetto alla possibilità di abortire. Si subisce così qualche rimbrotto dell’establishment in particolare da parte delle autorità dell’Unione europea genderista e abortista, ma per proporsi con dei principi che non sono negoziabili bisogna dotarsi del coraggio necessario a farlo, ben sapendo che si sarà pesantemente attaccati e forse marginalizzati, ma il popolo è stanco di proposte false moralmente pericolose e sarà il popolo a combattere per la giustizia. Ai politici è consegnato il ruolo di tenere aperta la porta del Palazzo al popolo prolife. Ai politici italiani quello di dimostrarsi più coraggiosi e meno accondiscendenti ai diktat delle sinistre sedicenti progressiste. Il vero progresso è la vita umana, chi vuole negarla fin dal principio è destinato a scomparire, inghiottito dalla storia che si vergognerà di questi cinquant’anni in cui l’aborto è stato reso legale.

(6. Continua)

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