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di Raffaele Dicembrino

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La dicitura che dovrà comparire sulla carta di identità della bambina dovrà essere neutra: “genitore”». Al posto, cioè, di madre e padre. È quanto ha cristallizzato il giudice civile di Roma in una ordinanza emessa in relazione ad un ricorso presentato dalle due “madri” di una bimba, la mamma legale e quella adottiva, protagoniste di un ricorso contro il decreto del 31 gennaio del 2019 firmato dall’allora ministro dell’Interno Matteo Salvini. Decreto che sul documento di riconoscimento, appunto, impone la dicitura “padre” e “madre”.

E non a caso alla notizia proprio il ministro Salvini – ora alle Infrastrutture – ha reagito indignato con un tweet: «Illegali o discriminanti le parole mamma e papà? Non ho parole, ma davvero». Un messaggio che prelude a un intervento del governo, per altro annunciato già a sera: «Così si mette a rischio il sistema di identificazione personale» fanno sapere da Palazzo Chigi.

La vicenda risale a qualche mese fa, quando è passata in giudicato la sentenza in cui si riconosceva l’avvenuta adozione della bambina. Come da prassi le mamme si sono recate all’Ufficio anagrafe del Comune per chiedere la carta di identità della piccola, ma se la sono vista negare. La coppia a quel punto ha deciso di rivolgersi al Tar, che ha demandato la decisione al tribunale ordinario. Ebbene, quest’ultimo alle madri non solo ha dato ragione, ma ha rimarcato come il decreto «oltre a violare le norme, sia comunitarie che internazionali, è viziato da eccesso di potere». La carta di identità sarebbe, infatti, «un documento certificativo di una realtà già preesistente nell’atto di nascita che stabilisce una madre partoriente e una adottiva. Non può quindi esserci discrasia tra documento di identità e l’atto di nascita»

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18/11/2022
0312/2022
San Francesco Saverio

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