Storie

di Nathan Algren

ASIA - Sposi con fede diversa

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Il matrimonio interreligioso è una realtà complessa ed è un fenomeno crescente in Asia. Esso non va demonizzato, ma richiede una specifica attenzione pastorale, in quanto rappresenta l’opportunità per un dialogo di parole, di amore e di vita. E’ quanto afferma il Movimento per la Famiglia Cristiana (Christian Family Movement), rete di piccoli gruppi familiari che, mettendo al centro il Vangelo di Gesù Cristo, vivono la spiritualità di coppia e la vita familiare in paesi asiatici come India e Filippine (dove è stato avviato nel 1956) e in numerose altre nazioni del continente.

Nella recente convention asiatica del Movimento, tenutasi al Centro pastorale diocesano di Bangkok, in presenza di oltre 100 delegati provenienti da Cambogia, India, Indonesia, Laos, Malesia, Myanmar, Filippine, Singapore, Sri Lanka, Tailandia e Vietnam, si è posto il focus sul dialogo interreligioso all’interno della vita familiare, con una riflessione che, considerando le società pluralistiche asiatiche, mirava a comprendere come costruire ponti con persone e comunità di altre religioni, a partire dalla vita familiare.
Quelli che nel gergo della Chiesa cattolica vengono chiamati “matrimoni misti” (tra un coniuge cattolico e uno battezzato non cattolico) o matrimoni “con disparità di culto” (tra un coniuge cattolico e uno che segue altro credo religioso) sono considerati “opportunità date dallo Spirito Santo per una testimonianza umile, rispettosa ma sempre eloquente della fede cristiana”. Scoprendo e vivendo i fondamenti cristiani del dialogo interreligioso nella tradizione, nella Scrittura e documenti della Chiesa, la famiglie nate da tali unioni possono “costruire il rispetto e la comprensione reciproca tra coniugi di fede differente, vivere e far prosperare la missione della famiglia cristiana in Asia”.
Il Congresso ha osservato che il crescente fenomeno dei matrimoni tra fedeli cattolici e persone di altre fedi rappresenta una questione delicata. In Bangladesh, i matrimoni interreligiosi con un coniuge cattolico sono circa il 12% del totale, e il dato è simile per in Pakistan, dove si registra anche il fenomeno del “matrimonio forzato” con il rapimento delle ragazze cristiane. La tendenza è molto alta nello Sri Lanka, dove il 70% dei matrimoni che si svolgono nella diocesi di Galle, ad esempio, sono tra cattolici e buddisti. In altri contesti, come il Myanmar, i matrimoni tra buddisti, cristiani e musulmani sono ancora tabù per motivi culturali. P. Michael Peters, teologo indiano che ha studiato i matrimoni misti in diverse diocesi dell’India meridionale, ha confermato che “tali matrimoni sono in costante crescita in India” e che la Chiesa indiana “è aperta ad accompagnare le coppie in questa situazione”.
Secondo i Missionari del Preziosissimo Sangue, a livello antropologico e sociologico, la tendenza è il risultato della rivoluzione tecnologica che negli ultimi anni ha generato cambiamenti drastici nel modo in cui i giovani costruiscono le loro relazioni interpersonali e anche quelle di coppia. I nuovi strumenti tecnologici contribuiscono in modo determinante alla crescita dei matrimoni misti e con disparità di culto nei paesi asiatici. Nelle società pluralistiche, inoltre, si creano ambienti di lavoro che riuniscono migliaia di giovani provenienti da ambienti diversi e che consente loro di interagire. “In questo scenario, i giovani si innamorano, e la religione e la fede contano meno”, osserva Peters. Sebbene queste coppie portino “grande ricchezza alla Chiesa”, esse pongono anche difficoltà, specialmente nei paesi in cui l’appartenenza religiosa ha implicazioni nel diritto civile. In India, ad esempio, le diverse religioni hanno proprie leggi e consuetudini che regolano le questioni relative alla vita familiare, come il matrimonio, il divorzio e l’eredità.
Se in passato le Chiese in Asia scoraggiavano i matrimoni misti, ora generalmente si consentono tali relazioni, con una dispensa data dal Vescovo - come previsto dal Diritto Canonico - a condizione che le coppie accettino di crescere i propri figli secondo la fede cattolica e che il coniuge cattolico possa continuare a praticare la fede. Spesso, l’ostacolo più grande per il matrimonio misto o con disparità di culto è costituito dai genitori e dai parenti della coppia, che non sono aperti a questo tipo di matrimonio.
Il sacerdote o il parroco – si è rilevato nella convention - sono chiamati a dare una specifica assistenza pastorale alle famiglie con matrimoni con disparità di culto, perché a volte si incontrano casi in cui il coniuge non battezzato rifiuta le condizioni della Chiesa per celebrare i matrimoni e rifiuta di far battezzare i bambini. Oppure alcuni partner non battezzati accettano i termini inizialmente, per poi rifiutarli dopo il matrimonio. Inoltre se il coniuge cattolico è una donna, le possibilità di allevare i figli secondo la sua fede sono scarse, soprattutto in India e in altri paesi dove la società ha una struttura patriarcale.
In che modo, allora, quel coniuge e tutta la comunità cattolica affronteranno una situazione, se il figlio segue la religione del partner non battezzato? Per questo il Movimento per la Famiglia Cristiana ha notato la necessità e ribadito il proprio impegno nell’accompagnare i coniugi con incontri post-matrimoniali, aiutando il partner cattolico di un matrimonio con disparità di culto a continuare a praticare la fede, e aiutando le coppie a costruire i loro legami e vivere con rispetto e amore reciproci. Le parrocchie e le comunità locali, si è auspicato, dovrebbero invitare le coppie a “incontri fraterni”, ascoltarle e aiutarle in eventuali problemi.
La convention asiatica ha espresso il desiderio che le Commissioni diocesane per la famiglia, nelle varie nazioni, sviluppino vie e modalità per prendersi cura di tali famiglie, sostenendo i coniugi nel comprendersi reciprocamente, nel rispettare ognuno la libertà dell’altro, nel comprendere e accogliere i valori morali nelle rispettive tradizioni.
Il fenomeno del matrimonio misto e con disparità di culto in Asia - si è osservato - si inserisce nella generale crisi in cui versa l’istituto del matrimonio anche nel continente asiatico. In Thailandia il 40% dei matrimoni finisce con il divorzio, e per i giovani cattolici molto raramente un cattolico condivide la stessa fede con un partner. Dal 2005 in poi, secondo dati dell’Annuario demografico delle Nazioni Unite, il tasso generale di divorzio è aumentato nella maggior parte dei paesi dell’Asia-Pacifico, e in media di circa il 25% in tutta la regione.

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23/11/2022
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