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di Tommaso Ciccotti

“Scoppiate o scoppiettanti”

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Se la famiglia non sta bene, la società non sta bene. Ma la famiglia sta bene se la coppia sta bene. Questo testo sulla consulenza socioeducativa alle coppie è il risultato di una ricerca-sperimentazione che Raffaello Rossi, consulente di coppia e della famiglia, ha sviluppato nel corso di quindici anni e che ha coinvolto 500 coppie. Rossi, per due mandati presidente nazionale dell’AICCeF (Associazione Italiana dei Consulenti Coniugali e Familiari), è direttore di una delle scuole per consulenti familiari, CECOFeS di Padova.

“Tra i motivi – afferma l’autore – che mi hanno fatto ritenere utile la condivisione dell’impostazione adottata c’è la constatazione della fragilità di tanti percorsi con le coppie, il cui successo e/o la cui tenuta nel tempo erano elemento critico”. Grazie a questi percorsi, ben il 71% (pari a 355 coppie) hanno raggiunto gli obiettivi che si erano prefissati all’inizio del percorso, con un miglioramento sensibile della relazione di coppia giudicato tale da entrambi i partner.

Tra i maggiori problemi riscontrati nel lavoro di consulenza, c’è la crescita della percezione della mancanza o della perdita del NOI. Al primo posto restano i problemi di comunicazione. Il 72% delle coppie chiede un aiuto per chiarirsi, comprendersi. Spesso si parlano lingue diverse, ci si fraintende o non si comunica quasi più, rifugiandosi anche in silenzi ostinati ed oppositivi. Al secondo posto è salita la percezione della mancanza o della perdita del NOI. Quando nella coppia ci si limita ad un IO e un TU nascono le tensioni o le contrapposizioni, si alzano muri e si vive un senso di esclusione, rifiuto o abbandono.

“Nelle famiglie soprattutto dopo il lockdown – sottolinea Rossi – c’è un forte bisogno educativo, sia nella vita di coppia e sia nel rapporto con i figli. Spesso le domande dei genitori rimangono senza risposte. La figura del consulente famiglia è appunto quella di un professionista socioeducativo che può accompagnare tutto il ciclo della vita familiare. La base di tutto è l’ascolto. Grazie all’ascolto si possono gestire le difficoltà del quotidiano e delle relazioni familiari. Noi siamo – il ‘consulente’ è – Ascolto che accompagna. I veri protagonisti del percorso sono le persone che si rivolgono a noi. E questo perché abbiamo fatto una scelta di campo, al centro c’è sempre il valore della persona”.

Ma come stabilire se la persona o la coppia ha bisogno di un aiuto socio-educativo – quello offerto dal consulente – oppure deve rivolgersi allo psicologo o allo psicoterapeuta per un sostegno di tipo clinico? “Il consulente familiare – risponde Rossi – ha a disposizione alcuni indicatori della forza dell’IO; segnali che ci dicono se la persona ha una identità con confini stabili e può affrontare problemi anche importanti mettendosi in discussione, oppure se il suo IO mostra ferite, si rivela fragile e c’è quindi la necessità, per esempio, di scavare nell’inconscio, un compito per cui è necessario l’intervento dello psicanalista o dello psicoterapeuta”.

Una volta che il problema può essere affrontato dal consulente, il percorso si sviluppa in tre fasi: focalizzazione del problema, personalizzazione e attivazione; fasi che possono portare – in un tempo abbastanza limitato e circoscritto – alla risoluzione delle difficoltà, alla tranquillità della persona; alla sua possibilità di rimettersi in relazione. Insomma, il cuore dell’intervento è la personalizzazione: molto spesso la persona vorrebbe risolvere i suoi guai, pretendendo un cambiamento da parte degli altri familiari, dal coniuge o da figli. Il consulente cerca di far comprendere che il problema si può risolvere senza cambiare l’altro. Per far questo è necessario ampliare la consapevolezza. Spesso dietro ad un disagio, ad una difficolta, a situazioni che paiono insolubili, c’è un problema di comunicazione, oppure non si è in grado di gestire le emozioni.

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24/11/2022
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