Politica

di Roberto Signori

La sfida al governo delle toghe rose

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C’è un feticcio declinato in ogni versione possibile, nel lessico delle toghe rosse: quello della giustizia «costituzionalmente orientata», del modello «costituzionale» di giustizia. Modo elegante per dire che chi non la pensa come loro, chi cerca di mettersi sulla loro strada, non si mette contro solo ad una corrente di giudici ma alla Costituzione. Mettere in discussione lo strapotere della magistratura, e dei pubblici ministeri in particolare, significa tradire la Carta fondamentale della Repubblica.

Il copione già visto sotto (quasi) tutti i governi torna in scena quando, a quaranta giorni dall’insediamento di Giorgia Meloni a Palazzo Chigi, si riunisce per la prima volta il gruppo dirigente della corrente che da sempre costituisce l’ala dura delle toghe organizzate, Area: blocco nato dalla alleanza di Magistratura democratica con i duri del Movimento per la giustizia. Area è in una fase critica, attraversata da divisioni interne, da frizioni venute alla luce anche nelle ultime elezioni per il rinnovo del Csm. Ieri e oggi l’assemblea nazionale di Area si riunisce a Milano per discutere un documento che mette esplicitamente all’ordine del giorno le spaccature interne alla corrente. Ma come spesso accade quando le cose vanno male, ci si compatta contro il nemico comune. E così inevitabilmente si chiama a raccolta contro il governo Meloni e la sua linea in materia di giustizia, linea che a molti osservatori risulta ancora un po’ vaga e oscura, ma che per Area è già il pericolo da battere.
Nel salone della Società Umanitaria, il presidente nazionale Egle Pilla - napoletana, giudice di Cassazione - chiama a raccolta i colleghi contro il «mutato quadro politico e istituzionale con il quale a seguito delle elezioni politiche ci siamo dovuti confrontare». E il giudizio è sferzante: «Le prime impressioni ci suggeriscono un ridimensionamento del modello costituzionale di magistrato». Rieccola, la Costituzione tirata per la giacca. Una accusa di tale gravità si supporrebbe sostenuta da fatti specifici, provvedimenti messi in atto. Invece la Pilla parla di «prime impressioni», di «segnali». Quali sarebbero questi segnali? Area ce l’ha con la «volontà di riforma dell’abuso d’ufficio», un reato-omnibus la cui sensatezza è contestata da pubblici amministratori di ogni orientamento, il reato che in genere i pm contestano quando non sanno di cos’altro accusare un sindaco o un assessore. La Pilla ricorda che il reato di abuso è visto come una delle principali cause della paralisi dell’attività della pubblica amministrazione e considerato un reato scivoloso nelle sue applicazioni, ma non spiega perché la sua abolizione danneggerebbe il «modello costituzionale di magistrato». Idem per gli interventi, per ora solo ipotizzati, di modifica delle norme sul carcere preventivo. E nell’elenco degli attacchi alla Costituzione la leader di Area infila persino la riduzione delle spese per le intercettazioni telefoniche, un buco nero che inghiotte ogni anno milioni di euro.

Il tema, in fondo, è sempre quello: l’idea del magistrato non come un funzionario dello Stato chiamato solo ad applicare la legge, ma come un soggetto alla pari con gli altri poteri, autorizzato a interloquire con la politica, a approvare o a bocciare le leggi prima ancora che vengano emanate. È una tradizione che attraversa tutte le correnti della magistratura ma che Area rivendica come un pezzo fondante della sua identità: «la coerenza - dice la presidente - ci impone di essere fedeli ad un modello di magistrato attento alla qualità della giurisdizione e alla tutela dei diritti e dunque interlocutore critico di tutte le iniziative che si pongano in contrasto o sviliscano tale modello». Una sorta di preavviso di guerra inviato al governo Meloni, nonostante alla guida del ministero della Giustizia il centrodestra abbia portato per la prima volta un ex pubblico ministero, ovvero Carlo Nordio. Ma Nordio ha per i suoi colleghi la colpa imperdonabile di avere aperto la strada alla riforma peggiore di tutti per Area, ovvero la separazione delle carriere tra giudici e pm, ovvero per la Pilla «l’idea di un pubblico mistero sempre più compresso e sacrificato rispetto ai poteri riconosciutigli in tema di coordinamento delle forze di polizia, indispensabile per l’esercizio delle sue prerogative»

Ci sono, dietro la chiamata alle armi delle toghe rosse, cicatrici recenti e non sanate: il fallimento eclatante dello sciopero indetto il 17 maggio contro la riforma Cartabia, e soprattutto le lacerazioni interne. Il documento interno ad Area, alla base dell’assemblea di oggi, accusa esplicitamente alcuni esponenti di una delle due componenti, Magistratura democratica, di avere la responsabilità di «contraccolpi e tensioni» per avere creato una sorta di corrente nella corrente, «portatore di contenuti autonomi e spesso confliggenti, deliberatamente radicalizzati per una esplicita ricerca di visibilità». Nel vecchio Pci, sarebbe scattata l’accusa di frazionismo. Qui la Pilla (che pure viene dalle fila di Md) cerca di uscire dal pantano lanciando la lotta a Giorgia Meloni.

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05/12/2022
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