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di Nathan Algren

Teheran: cristiana arrestata per le proteste

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In questi giorni di Natale è giunta la notizia dell’arresto di una cristiana iraniana, finita nel mirino delle autorità di Teheran per aver partecipato alle proteste di piazza per la morte di Mahsa Amini per mano della polizia della morale. Il fermo sarebbe avvenuto a fine novembre, ma la conferma è giunta solo in questi giorni di festa. Una vicenda che conferma una volta di più il pugno di ferro degli ayatollah verso quanti manifestano, compresi i cristiani che assieme ad altre minoranze avevano ricevuto l’ordine di “stare lontani” dalle proteste.

Secondo quanto riferisce l’Assyrian Policy Institute (Api) a finire in galera è Bianka Zaia (nella foto), una cristiana assira di 38 anni detenuta a Teheran perché coinvolta nelle recenti dimostrazioni di piazza a favore dei diritti delle donne e della libertà di espressione. Un’ondata di proteste che ha coinvolto tutto il Paese con in prima fila l’universo femminile, innescata dalla morte della 22enne curda a metà settembre. La donna cristiana sarebbe rinchiusa nella sezione 209 della famigerata prigione di Evin, alle porte della capitale, e in queste settimane non ha potuto beneficiare dell’assistenza legale e di contatti con la famiglia.

Attivisti e ong lanciano l’allarme per le condizioni della donna, anche perché l’area della prigione in cui è detenuta è famosa per i detenuti politici rinchiusi al suo interno, il regime di carcere duro e l’uso diffuso della tortura, psicologica e fisica, incluse le violenze sessuali. Fonti locali riferiscono che la sera del 26 novembre scorso agenti in borghese hanno fatto irruzione nella casa di Bianka e hanno sequestrato computer, cellulare e altri oggetti tra cui una Bibbia e figure religiose. Reine Hanna, direttrice esecutiva Api, si dice “molto preoccupata” per la vita di quanti si trovano nelle carceri iraniane, soprattutto “quelli nella prigione di Evin”. L’attivista denuncia l’impotenza delle ong e l’inerzia dei governi internazionali di fronte alla dura repressione imposta da Teheran, che si è ulteriormente inasprita nell’ultimo periodo, sebbene resti viva la “speranza” di un suo rilascio.

Intanto si aggrava il bilancio della repressione: le ultime stime di Iran Human Rights (Ihr), ong con base in Norvegia, segnalano almeno 100 persone condannate a morte, cinque delle quali sono donne (e a rischio di esecuzione imminente). L’agenzia di stampa Hrana parla invece di 508 persone uccise (inclusi 69 bambini) durante le oltre 1.200 manifestazioni in 161 città; il numero di persone arrestate supera le 18mila nel periodo dal 26 settembre al 7 dicembre. Infine, il capo della magistratura iraniana Gholamhossein Mohseni Ajeei ha chiesto nel corso della riunione del Consiglio supremo “punizioni deterrenti” per “gli elementi che causano disordini”.

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03/01/2023
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