Chiesa

di Tommaso Ciccotti

Papa: oggi c’è “carestia di fraternità”

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“È venuto il tempo di dire seriamente ‘no’ alla guerra, di affermare che non le guerre sono giuste, ma che solo la pace è giusta”. E la pace è “possibile, se veramente voluta”. Sono parole efficaci nella loro immediatezza quelle che Papa Francesco indirizza al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite riunito a New York, per ribadire l’appello a far terminare violenze, conflitti e armamenti, frutto di una “carestia di fraternità” che segna il mondo odierno. Il messaggio di Francesco - dal 7 giugno, com’è noto, ricoverato al Policlinico Gemelli di Roma dopo l’operazione di laparotomia – è stato letto durante il meeting dall’arcivescovo Paul Richard Gallagher, segretario per i Rapporti con gli Stati e le Organizzazioni internazionali. Presenti, tra gli altri, il segretario generale delle Nazioni Unite António Guterres e il grande imam di al-Azhar, Muḥammad Aḥmad al-Tayyib.

Il testo del Papa si apre con l’analisi del “momento cruciale” che l’umanità sta attraversando, “nel quale la pace sembra soccombere davanti alla guerra” e nel quale sembra che “si stia tornando nuovamente indietro nella storia, con l’insorgere di nazionalismi chiusi, esasperati, risentiti e aggressivi, i quali hanno acceso conflitti non solo anacronistici e superati, ma persino più violenti”. I conflitti aumentano e la stabilità è messa sempre più a rischio. Stiamo vivendo una terza guerra mondiale a pezzi che, più passa il tempo, più pare espandersi. Lo stesso Consiglio di sicurezza dell’Onu, il cui mandato è di vigilare sulla sicurezza e sulla pace nel mondo, “agli occhi dei popoli pare a volte impotente e paralizzato”, ammette il Papa. “Ma il vostro lavoro, apprezzato dalla Santa Sede, è essenziale per promuovere la pace e proprio per questo vorrei invitarvi, in modo accorato, ad affrontare i problemi comuni prendendo le distanze da ideologie e particolarismi, da visioni e interessi di parte”. Un unico intento deve muovere tutta quest’opera: “Adoperarvi per il bene dell’umanità intera”. Infatti, scrive Papa Francesco, “dal Consiglio ci si aspetta che rispetti e applichi la Carta delle Nazioni Unite con trasparenza e sincerità, senza secondi fini, come un punto di riferimento obbligatorio di giustizia e non come uno strumento per mascherare intenzioni ambigue”.

Nel mondo globalizzato di oggi siamo tutti più vicini, ma non per questo più fratelli. Anzi, soffriamo una carestia di fraternità, che emerge da tante situazioni di ingiustizia, povertà e sperequazione, dalla mancanza di una cultura della solidarietà. Francesco cita il suo Messaggio per la Giornata mondiale della Pace 2023: “Le nuove ideologie, caratterizzate da diffuso individualismo, egocentrismo e consumismo materialistico, indeboliscono i legami sociali, alimentando quella mentalità dello ‘scarto’, che induce al disprezzo e all’abbandono dei più deboli, di coloro che vengono considerati ‘inutili’. Così la convivenza umana diventa sempre più simile a un mero do ut des pragmatico ed egoista”.

L’effetto peggiore di questa carestia di fraternità sono “conflitti armati” e “guerre”, che “inimicano non solo le persone, ma popoli interi, e le cui conseguenze negative si ripercuotono per generazioni”. Un passo indietro, quindi, dell’umanità - annota il Pontefice - rispetto all’epoca successiva alle due “terribili” Guerre mondiali, quando con la nascita delle Nazioni Unite sembrava che si fosse imparata la lezione. E cioè l’importanza di “dirigersi verso una pace più stabile, a diventare, finalmente, una famiglia di nazioni”.

Come “uomo di fede”, il Papa assicura che la pace è “il sogno di Dio per l’umanità”. Ma non può non constatare con rammarico che “a causa della guerra questo sogno meraviglioso si sta tramutando in un incubo”. La radice del problema è anche economica, ammette Francesco: “La guerra invoglia spesso più della pace, in quanto favorisce i guadagni, ma sempre di pochi e a scapito del benessere di intere popolazioni; perciò i soldi guadagnati con la vendita delle armi sono soldi sporchi di sangue innocente”. Ci vuole allora “coraggio”: Ci vuole più coraggio a rinunciare a facili profitti per custodire la pace che a vendere armi sempre più sofisticate e potenti. Ci vuole più coraggio a cercare la pace che a fare la guerra. Ci vuole più coraggio a favorire l’incontro che lo scontro, a sedersi ai tavoli dei negoziati che a continuare le ostilità. Per costruire la pace, insiste il Papa, “dobbiamo uscire dalla logica della legittimità della guerra”, anche perché se in passato i conflitti armati avevano una portata più limitata, “oggi, con le armi nucleari e di distruzione di massa, il campo di battaglia è diventato praticamente illimitato e gli effetti potenzialmente catastrofici”. È venuto allora il momento di “dire seriamente ‘no’ alla guerra” e ribadire invece il “sì” ad “una pace stabile e duratura, non costruita sull’equilibrio pericolante della deterrenza, ma sulla fraternità che ci accomuna”. Siamo infatti in cammino sulla stessa terra, tutti fratelli e sorelle, abitanti dell’unica casa comune, e non possiamo oscurare il cielo sotto il quale viviamo con le nubi dei nazionalismi. “Dove andremo a finire se ciascuno pensa solo per sé?”, si chiede il Papa. Perciò - è il suo richiamo - “quanti si adoperano per la costruzione della pace devono promuovere la fraternità”. Un lavoro “artigianale” che richiede “passione e pazienza, esperienza e lungimiranza, tenacia e dedizione, dialogo e diplomazia”. Richiede anche “ascolto”, soprattutto del grido di chi soffre a causa dei conflitti, in in primis i bambini. I loro occhi solcati dalle lacrime ci giudicano; il futuro che prepariamo loro sarà il tribunale delle nostre scelte presenti. Nulla è del tutto perduto: “Siamo ancora in tempo per scrivere un nuovo capitolo di pace nella storia”, conclude il Papa, “possiamo fare in modo che la guerra appartenga al passato e non al futuro”. Una parola è decisiva: “fraternità”. “Essa non può rimanere un’idea astratta, ma - afferma il Pontefice - deve diventare il punto di partenza concreto”.

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15/06/2023
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