Società

di Fabio Annovazzi

UN SOGNO PRIMA DI DORMIRE

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S’alza improvviso un vento portentoso e pungente mentre, eludendo la rigida sorveglianza di tre camosci abbarbicati sulle rocce, sto per giungere in cima ad una piccola sassosa vetta sopra al paese del mio cuore. Sono in completa solitudine, grondante di sudore e di ricordi, come quasi sempre quando cerco di sfuggire ai fantasmi del passato. Non c’è niente da fare, non mi rassegno a vedere il trionfo del nulla, mi provoca rabbia grezza il constatare amaramente come ogni anno che passa rubi vita alla nostra montagna. Non è pessimismo, è realtà tastabile con la memoria, bastano solo dei micro cenni storici per rendersene conto, una scala verso l’estinzione con pioli sin troppo dorati.

Vero è che il futuro non ci appartiene, meno male, ma con questo passo da gambero è inutile fare troppo i boccaloni procurandosi fatue illusioni, sarebbe come ingerire bacche di Belladonna, ti procurano un’euforica emozione iniziale ma se non le sputi immediatamente la fine in una bara è quasi istantanea. Dopo aver percorso gli ultimi passi siedo ora accanto alla piccola croce,
recentemente posizionata in barba a talune follie ideologiche; l’aria è sferzante, il sole nel frattempo picchia discretamente, la panoramica è mozzafiato, e rincuora un’anima scalfita dai ricordi. Un martello pneumatico di nostalgia mi divora pezzo per pezzo lasciandomi quasi esamine. Alzare bandiera bianca non mi viene facile, sarebbe un po’ come morire dentro, e l’uomo è fatto per la vita non per la morte, ambisce al bene e al bello, solo animi tenebrosi possono gioire del male. I miei pensieri stamattina, mentre mi inerpicavo su ripidi sentieri, si sono focalizzati sui nostri giovani: da qui se ne sono andati (e se ne vanno) in una moltitudine, altri rimangono ma sono perennemente auto isolati dal mondo e dall’ambiente circostante ed è come non averli, solo pochi temerari e gagliardi tentano di resistere eroicamente, ma essendo in un numero assai limitato riescono a sopperire solo in minima parte alle troppe mancanze di un declino generazionale che sembra irreversibile. So bene di essere sin troppo ancorato nelle mie vallate, un carpino con radici profonde difficilmente sradicabile, ma permettetemi di scrivere che ogni giovane che da qui se ne va è peggio di una voragine scavata da un torrente in piena dopo un temporalone agostano, e provoca danni devastanti assai maggiori di qualsiasi grandinata, anche quella con i chicchi più grossi. Certamente sono ben conscio che occorra rispettare le scelte personali di ognuno, la libertà individuale è sacrosanta, ma l’impressione è che spesso si voglia fagocitare, dalle alte sfere colluse al mondialismo, trapianti di arbusti già troppo avanti con la germogliazione, il rischio di un flop è dietro l’angolo e da agricoltore posso confermarlo senza alcuna remora. Le piantine vanno spostate solo nella fase iniziale della loro vita, ed è un processo molto delicato, necessitano poi di essere curate con amore e non abbandonate a se stesse, altrimenti il loro destino non sarà imperituro. Solo quando sono già alte è robuste, in perfetta simbiosi con le altre specialità arboree, può definirsi un trapianto riuscito. Impoverire una piantagione per renderne più florida un’altra è un errore grossolano, frutto di politiche sovranazionali sciagurate, con la complicità attiva, purtroppo, di ignavi in giacca e cravatta senza spina dorsale e senza amor patrio. Giovani sradicati dal proprio territorio con illusioni da paese dei balocchi sono facili prede di ideologie perverse, malleabili a piacimento da elite la cui unica ambizione è ridurre la popolazione mondiale, con le buone o con le cattive. Non tempestatemi ora, per queste affermazioni, con offese gratuite che per altro mi toccano solo in minima parte, so benissimo di essere un campanilista, parzialmente complottista, e di amare la mia terra alla follia. Ma ciò, dal mio punto di vista e dalle esperienze personali avute, costituisce un vanto, non un biasimo di cui vergognarsi. Quando incontro un ragazzo che è arroccato con tenacia alla nostra terra la simbiosi è reciproca, e le lacrime di gioia irrorano copiose le guance. Mi guardo in giro e rifletto, il disboscamento umano picchia sempre più duro, le poche piante presenti sono vecchie e spoglie e fanno poca ombra, senza il ciclo idrologico condensazione-evaporazione-precipitazione- infiltrazione il rischio di un deserto arido e sassoso è dietro l’angolo. Abbiamo bisogno urgente di vegetazione giovane e forte prima che sia troppo tardi, qualcuno farà spallucce dandomi dell’idealista ma, perdonatemi lo slogan da ventennio, me ne frego e per i titubanti faccio l’ennesimo appello: ragazzi non lasciateci! L’acqua c’è, il nutrimento a disposizione idem e la terra possiamo renderla di nuovo fertile ricreando un humus appropriato, volere è potere. Bisogna ripartire prendendo coscienza, opinione mia sia chiaro, che si tratta di interrompere un circolo vizioso creato ad arte da chi vorrebbe rendervi dei semplici numeri spostabili a piacimento, con lusinghe che spesso si trasformano in delusioni, disarcionandovi dal vostro habitat naturale dove siete venuti al mondo per rendervi caselle di un puzzle tenebroso e triste. La gioia non abita nelle lusinghe degli schermi, abita lì vicino a voi dove meno ve lo aspettate. Ora, dopo essermi ritemprato quel che basta, sto scendendo alacremente nel sentiero a est che riconduce in paese; come consolidata abitudine canticchio un po’ sottovoce, quasi bofonchiando. Alla memoria ritorna possente una canzone sconosciuta ai più dal grandioso Mango, lascia che tu sia, datata 1982. Tre frasi mi fanno venire brividi violenti mentre cerco di cantarle in una tonalità per me impossibile, incredibile come taluni pensieri fatti prima collimino alla perfezione col testo, andando all’unisono: “E’ carica la tua gioventù, è l’arma più importante che hai… Se credi in te potrai di colpo esorcizzare i tuoi ricordi e proiettarli nel futuro… Se credi in te c’è un sogno prima di dormire… Se credi in te non crescerai mai per invecchiare!” In questo testo sublime, cantato a suo tempo col solo pianoforte, ci leggo la mia mattinata, vedo parole adatte per i ragazzi odierni e continuo il mio cammino sin che Dio vorrà.

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04/09/2023
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