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di Giuseppe Udinov

Hanoi e Washington: accordi sulla libertà religiosa

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Due attivisti vietnamiti che l’amministrazione del presidente Joe Biden ritiene siano stati ingiustamente detenuti dal governo comunista, si stanno trasferendo negli Stati Uniti grazie all’accordo negoziato da Washington alla vigilia della visita del capo della Casa Bianca ad Hanoi. È quanto hanno sottolineato in queste ore alcuni funzionari americani alla Reuters, condividendo alcuni dettagli delle due persone “liberate”: si tratta di un avvocato pro diritti umani che si è battuto per denunciare gli abusi della polizia e un cattolico cacciato dalla propria casa per questioni di fede e di attivismo.

Entrambi, assieme alle loro famiglie, starebbero lasciando il Vietnam in direzione degli Stati Uniti, dove potranno chiedere il reinsediamento nell’ambito del programma per rifugiati “Priority 1”. In seguito alla condanna i due non sono stati imprigionati, ma è stato loro impedito di lasciare il Paese ed erano sottoposti a un controllo costante delle autorità.

Fra quanti sono stati liberati di prigione l’8 settembre scorso vi è anche l’avvocato ed esperto di diritto cattolico Nguyen Bac Truyen che, assieme alla moglie, ha già lasciato il Paese ricevendo asilo in Germania dove si trova attualmente (nella foto). Egli era finito in prigione il 30 luglio 2017 e, al momento dell’arresto, collaborava in moto attivo con i Redentoristi, anch’essi finiti nel mirino della repressione governativa in passato, in particolare per una battaglia relativo al controllo di alcuni terreni. Il 5 aprile 2018 la sentenza di condanna a 11 anni di prigione, seguiti da tre anni di arresti domiciliari, per “aver promosso attività volte a rovesciare” il potere.

Hanoi ha anche accettato di rilasciare due detenuti oggetto di una campagna per la loro liberazione da parte degli stessi Stati Uniti e ha firmato un accordo privato di cui, solo in queste ore, emergono i dettagli. In particolare, il governo vietnamita si sarebbe impegnato con la controparte a compiere progressi in materia di libertà religiosa, nelle attività delle organizzazioni non governative (Ong), oltre a migliorare le condizioni carcerarie e le leggi sul lavoro.

I temi dell’accordo privato non erano stati resi noti in precedenza e la firma è avvenuta in contemporanea all’annuncio della “storica partnership” fra due nazioni un tempo rivali, col Vietnam che ha accettato di elevare Washington al più alto status diplomatico, con Cina e Russia. Un patto non indenne da critiche per l’amministrazione Biden, in patria sul fronte Repubblicano e all’estero: un atteggiamento giudicato troppo morbido verso nazioni come lo stesso Vietnam, l’Arabia Saudita e l’India i cui governi negano le libertà politiche di cui gode l’Occidente, oltre ai negoziati sullo scambio di prigionieri con la Repubblica islamica dell’Iran

E la conferma di un clima perdurante di repressione emerge dai numeri. Secondo il database di The 88 Project, sito attivista che tiene il conto aggiornato dei prigionieri politici e delle persone arrestate per reati di coscienza e per aver difeso la libertà religiosa in Vietnam, a oggi 19 settembre vi sono almeno 374 attivisti a rischio arresto o sotto stretta sorveglianza delle autorità. Altri 190 attivisti in prigione, mentre fra le attiviste donne sono 98 quelle perseguitate; per quanto concerne le minoranze etniche altri 71 esponenti di primo piano sono finiti nel mirino di Hanoi.

In questi anni la repressione del governo comunista di Hanoi si è abbattuta su attivisti, oppositori o persone la cui unica colpa era di appartenere a minoranze etnico-religiose come i Montagnard o Hmong. I membri di queste comunità sono spesso vittime di persecuzioni e discriminazioni perché, ai tempi della guerra, hanno combattuto al fianco degli Stati Uniti. In precedenza, fra il 2001 e il 2004 a cadere nelle maglie di Hanoi sono stati altri gruppi montagnards - abitanti degli altipiani centrali del Vietnam - costretti in migliaia a fuggire nella vicina Cambogia. Vi sono poi arresti di ambientalisti (fra cui l’attivista cattolica “Mother Mushroom”, foto 2), blogger, semplici cittadini che hanno manifestato contro l’espansionismo di Pechino nel mar Cinese meridionale o attivisti pro libertà religiosa.

Attivisti e voci critiche hanno sofferto vari tipi di abusi, come documenta 88 Project, fra cui attacchi fisici, interrogatori, multe, sequestri forzati e ritiro del passaporto. E anche quanti sono stati rilasciati di prigione o sono stati prosciolti dalle accuse restano sotto la sorveglianza di polizia e funzionari della sicurezza nella vita quotidiana. Il sito viene aggiornato con cadenza quotidiana e rilancia le notizie, spesso passate sotto silenzio, di arresti e violazioni grazie a informazioni dei familiari, articoli dei media di Stato o di giornali indipendenti, sentenze di tribunale, messaggi social, report di ong e di movimenti internazionali.

Il Vietnam starebbe inoltre elaborando nuove regole che limitano la libertà di espressione online, vietando agli utenti dei social media di pubblicare contenuti relativi alle notizie senza essere registrati come giornalisti. “È scandaloso - denuncia Ben Swanton, co-direttore di Project 88 - che il presidente Biden abbia scelto di rafforzare i legami diplomatici con il Vietnam in un momento in cui lo Stato mono-partitico è nel mezzo di una brutale repressione dell’attivismo, del dissenso e della società civile”. Diversa la prospettiva dell’amministrazione Usa, come emerge dalle parole di un funzionario: “Anche se avremmo voluto che molte più persone fossero uscite prima della visita del presidente, crediamo - afferma la fonte - che questa maggiore collaborazione e il rafforzamento delle relazioni ci diano i mezzi e i processi di cui abbiamo bisogno per continuare a lavorare su questi temi con gli amici vietnamiti”.

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20/09/2023
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